Per lungo tempo la Chiesa cattolica ha negato che le donne possedessero un'anima e lo stesso Tommaso D'Aquino era convinto che l'anima fosse assente al momento del concepimento. Alla luce di queste annotazioni, le posizioni dei vescovi in materia di bioetica e di eutanasia suonano ancora più bizzarre.
artedì scorso, aprendo a Bologna il convegno su «Etica e scienza medica», con la consueta arguzia Umberto Eco, mi ha regalato almeno tre "nani" (così lui una volta ha ribattezzato le piccole provocazioni filosofiche di questa rubrica) che qui rilancio in uno.
Innanzitutto ha avvertito l'uditorio che, parlando di «Embrioni fuori dal Paradiso», non intendeva «sostenere posizioni filosofiche, né etiche né politiche su questioni come l'aborto, le staminali o l'eutanasia». «La mia relazione ha carattere puramente storico e intende raccontare cosa pensasse San Tommaso. Il fatto che la pensasse diversamente dalla Chiesa di oggi, al massimo rende la ricostruzione più curiosa».
Il secondo nano, altrettanto ironico, riguarda la credenza secondo cui la Chiesa, nel Medioevo, negava che le donne avessero l'anima. «È una palla», ha detto, messa in giro dai positivisti dell'Ottocento, quei «fondamentalisti laici».
Verissimo è invece che il dottore della Chiesa Tommaso d'Aquino, nel Duecento, «nega che esista un'anima nel momento del concepimento». Lo si legge a chiare lettere nella «Summa Teologica». Appena concepito, l'embrione dispone solo dell'anima vegetativa, dopo un po' a questa si somma quella animale, mentre l'anima razionale, che qualifica l'essere umano, è immessa da Dio successivamente, al momento in cui il feto assume una conformazione che sia in grado di accoglierla. San Tommaso non sa dire esattamente quando – dopo settimane o mesi, in ogni caso – ma afferma con certezza che «gli embrioni non prenderanno parte alla resurrezione della carne». Solo le carni degli uomini «formati» risorgeranno.
San Tommaso autorizzerebbe dunque la ricerca sulle cellule staminali prelevate dagli embrioni? La domanda non si pone: «Il suo discorso attiene alla fisica, non all'etica». D'accordo, ma – gli chiede Francesco Galofaro, organizzatore del convegno – che cosa avrebbe detto di un corpo che giace in coma irreversibile in stato vegetativo? È un'altra domanda insensata per quei tempi. Nessuno poteva pensare che si potesse tenere un essere umano in quello stato: «Era un periodo felice in cui uno cadeva, batteva la testa, moriva e lo si seppelliva».
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NOTE
Questo brano viene pubblicato nell'ambito del progetto formativo Il lancio del nano, promosso dalla Società Filosofica Italiana, per cortese concessione dell'editore Guanda
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PROGETTO U.G.O.
«Ma il pericolo che corro è che il contenuto di t1 dellistante universo t1, sia talmente più interessante, talmente più ricco di t0 in emozioni e sorprese non so se trionfali o rovinose, che io sia tentato di dedicarmi tutto a t1 , voltando le spalle a t0, dimenticandomi che sono passato a t1 solo per informarmi meglio su t0.»
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