Teresa D'Avila, scrittrice appassionata ed elegante, autrice di versi e lettere, la sua opera più conosciuta è il Libro della mia vita.

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di Margaret Collina


Cattedrale d'Avila

eresa de Cepeda y Ahumada nasce ad Avila (Castilla y León, Spagna) il 28 marzo del 1515 in una famiglia numerosa e benestante, da Alfonso Sanchez de Cepeda e da Beatrice de Ahumada, entrambi marrani, ebrei neoconvertiti al cattolicesimo. A dodici anni la madre, dalla quale aveva imparato a leggere, ad amare in particolare i romanzi cavallereschi e le vite dei santi, muore. Nel 1533, all'età di vent' anni, nonostante l'amore che la lega al padre, fugge da casa per ritirarsi nel convento delle carmelitane dell' Encarnacion di Avila, dove trascorre circa vent'anni di vita conventuale, sottomessa ad una regola che le consente di mantenere molti contatti mondani dai quali in seguito prenderà le distanze. Più tardi lei stessa considererà questo periodo, precedente alla sua vera conversione, un tempo infausto e assai buio della sua vita.

«Donna inquieta e girovaga, disubbidiente e contumace…» (Filippo Sega), la scelta del convento le sembrerà, per sua stessa ammissione, paradossalmente più libera di quella matrimoniale, ma in seguito affermerà di ritenere migliore la scelta delle giovani di sposarsi, piuttosto che quella di vivere in certi monasteri in cui regna l'immoralità (dal Libro della mia vita).

Verso i quarant'anni, colpita da una malattia grave e misteriosa, rischia la morte. Guarisce poi miracolosamente, ma non del tutto, dedicandosi all'orazione e alla scrittura minuziosa di tutte le personali esperienze mistiche che costituiscono il tema principale della sua opera, cui giunge sempre su richiesta dei suoi padri spirituali o in vista dell'insegnamento alle sorelle del convento.

A partire dal 1560, scontrandosi con l'autorità ecclesiastica, propone la necessità di una riforma dell'ordine che ripristini l'antico rigore della regola. Si dedica così alla riforma del Carmelo insieme a Giovanni della Croce e fonda il primo monastero delle Scalze nel 1562. Molte altre fondazioni seguiranno a questa.

Morirà ad Alba de Tormes nel 1582, all'età di 67 anni, durante un viaggio a Burgos per la costituzione di un nuovo monastero. Canonizzata nel 1622, nel 1970 sarà nominata Dottore della Chiesa, divenendo una delle pochissime donne innalzate a questo onore.

Ha scritto opere che rappresentano tutt'oggi un lascito di straordianaria importanza: Cammino di perfezione (1562-1573), Libro delle dimore (1576-1577) e Fondazioni del 1582.

Ma l'opera di gran lunga più conosciuta rimane il Libro della mia vita (1562-1565).

«Signore dell'anima mia, tu, quando pellegrinavi quaggiù sulla terra non disprezzasti le donne, ma anzi le favoristi sempre con molta benevolenza e trovasti in loro tanto amore persino maggior fede che negli uomini. Nel mondo le onoravi. Possibile che non riusciamo a fare qualcosa di valido per te in pubblico, che non osiamo dire apertamente alcune verità, che piangiamo in segreto, che tu non debba esaudirci quando ti rivolgiamo una richiesta così giusta? Io non lo credo, Signore, perché faccio affidamento sulla tua bontà e giustizia. (So che sei un giudice giusto e non fai come i giudici del mondo, per i quali, essendo figli di Adamo e in definitiva tutti uomini, non esiste virtù di donna che non ritengano sospetta). O mio Re, dovrà pur venire il giorno in cui tutti si conoscono per quel che valgono. Non parlo per me, poiché il mondo conosce la mia miseria. Vedo però profilarsi dei tempi in cui non c'è più ragione di sottovalutare animi virtuosi e forti, per il solo fatto che appartengono a delle donne».

In queste parole forse è racchiuso il primo germe del femminismo ed il primo impensabile anelito all’emancipazione femminile. Impensabile perché espresso da una donna del Cinquecento, volontariamente rinchiusa in un monastero di clausura e che, pur dotata di una prorompente personalità innovatrice e ribelle, ha trovato nell’ortodossia ecclesiastica il modo per esprimersi pienamente e per raggiungere vette di sapienza umana e religiosa mirabilmente incise in opere altrettanto grandi sul piano squisitamente letterario.

Nel Libro della mia vita, forse la sua opera più importante, sia sotto l’aspetto religioso che artistico, Teresa si mostra come una donna dal carattere focoso (i primi peccati di cui si accusa sono quelli contro la “purezza” e spesso si rivolge a Maria Maddalena), eccitabile, fantasioso, indomito; di poca salute, ma dalla volontà saldissima. Tutta l’opera-indirizzata a Padre Garcìa de Toledo e da questi sollecitata- si rivelerà, nel procedere, diretta a mostrare il cammino faticoso di conversione compiuto dalla Santa, ma anche una sorta di autodifesa dalle accuse mosse contro di lei da una parte della Chiesa a proposito delle sue esperienze di “estasi” e di “trasporti” mistici. Molte anche le dichiarazioni di “odio” contro ogni formalismo e bigottismo: «...giacché non sono mai stata amante di certe devozioni praticate da alcune persone -specialmente donne- con cerimonie che io non ho mai potuto soffrire….».

E certamente, provocatori, non solo in quel contesto storico e sociale, appaiono gli incitamenti ad amare Cristo nella sua interezza e quindi anche nella sua umanità “fisica”: «Immaginati di essere alla presenza di Cristo: impara a innamorarti molto della sua Umanità e a portarlo sempre con te, a parlare con Lui, a chiedergli aiuto per le tue necessità, a lamentarti con Lui dei tuoi problemi, a rallegrarti con Lui nei momenti di gioia, senza ricorrere a preghiere complicate, usa invece parole semplici». Altro singolare tratto di modernità di Teresa è senza dubbio l’amore mai interrotto per la lettura, consolazione e guida di tutta la vita: dapprima vissuta dolorosamente come sviamento dai propositi di santità e, solo in seguito, come incitamento alla meditazione, luce e conforto negli anni difficili dello sbandamento spirituale: «…avendo sempre amato le lettere, anche se gran danno spirituale mi fecero i confessori pseudo letterati….Un vero dotto non mi ha mai ingannato»; e ancora: «… perché se mi avessero vietato l’aiuto del libro, credo che mi sarebbe stato impossibile durare diciotto anni in questo travaglio e in questa aridità, per incapacità, come dico io, di ragionare».

La forma letteraria del Libro della mia vita può essere considerata quella del soliloquio, espressa nel discorso diretto, talvolta rivolto a Dio, altre all’ideale lettore e discepolo, ma spesso anche modernamente risolto in una sorta di spietata autoanalisi, lucida, cruda, eppure -sorprendentemente- mai mortificatoria. L’umanità e la femminilità di Teresa, infatti, non si annullano nell’amore per il Cristo, ma in esso si esaltano e si moltiplicano. La lingua usata è il Castigliano classico, trasmesso però attraverso il linguaggio parlato, e definito nella forma del dialogo ideale. Frequente è l’uso dell’inciso, della metafora, dell’esemplificazione.

«La vita di Teresa, scritta da lei stessa, è il libro più profondo, più pregnante, più penetrante che esista nella letteratura europea…Tutto in queste pagine, senza vesti profane, senza coloriture o esteriorità, ma puro, denso, schietto, possiede drammaticità, interesse, ansietà tragica…» (J.Martìnez Ruiz).

Non letterata, non poetessa, non erudita, non moderna né “classica”, eppure sempre “contemporanea”, universale, scrittrice appassionata ed elegante, autrice di versi e lettere gravide d’emozione, Teresa D’Avila, al di là della particolarissima posizione che le compete nell’ambito della storia della Chiesa cattolica e nell’iconografia cristiana, dovrebbe sempre essere presa in considerazione per la realtà paradigmatica che incarna: quella di donna perennemente innamorata della propria femminilità, e della virilità dell’”uomo” Cristo. Sempre e soprattutto donna: in ogni momento della sua esperienza mondana come in quella di “convertita” e, infine, solo successivamente nelle vesti di Santa e Dottore della Chiesa.

Milano, 2 gennaio 2002
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«Nell'abbassarsi, l'aria infuocata e viola, liquefacendosi dentro il cristallo posteriore della macchina, gli si schiacciò dentro gli occhi. Allora, per evitare lo sbattito, girò la testa. Ma s'icontrò di nuovo nell'incendio dei riflessi che, da Roserio, i vetri rimandavano su tutto l'orizzonte.»

(Giovanni Testori, Il dio di Roserio)



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http://www.italialibri.net - email: - Ultima revisione Gio, 28 set 2006

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