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Carl Gustave Jung, nel 1959, quando aveva 84 anni.

arl Gustav Jung, il grande psicanalista svizzero che ebbe in cura Igazio Silone, durante il tracollo fisico e nervoso che precedette l'espulsione dello scrittore dal Partito Comunista, era convinto che i cattolici fossero meno soggetti alle nevrosi di altri gruppi di fedeli. Ne parlò, fra l’altro, durante un seminario che tenne il 5 aprile 1939 alla Guild of Pastoral Psychology di Londra. (nelle Opere di C.G. Jung, Vol. 15 Psicanalisi e psicologia analitica, Bollati Boringhieri, Torino 1991).

Jung aveva considerato le analogie esistenti tra la pratica cattolica della confessione e la pratica psicanalitica, che si basano entrambe sull'ascolto e proprio per questo non pensava che, su un paziente «fedele» la terapia potesse avere un effetto più benefico di una confessione convinta. In altre parole, tecnicamente, una seduta psicanalitica efficace produrrebbe un effetto liberatorio molto simile a quello di una confessione, salvo che, in una terapia, è proprio la resistenza a «confessarsi» che molto spesso costituisce la maggiore difficoltà. Una volta superato questo scoglio, la terapia si risolve poi velocemente.

Il sospetto gli era venuto notando di non aver avuto, nei suoi quarantanni di pratica, più di sei pazienti cattolici praticanti, in un paese, la Svizzera, per più di un terzo cattolica.

A un certo punto, lo psicanalista fece anche circolare un questionario anonimo in cui si poneva il quesito se, messo di fronte a problemi psicologici, l’interessato si sarebbe rivolto al medico o al prete o al pastore.

La grande maggioranza dei protestanti dichiarò che si sarebbe rivolta a un medico, compresi, quasi tutti, i familiari dei pastori (Jung, ricordiamo, era figlio di un pastore protestante). Nemmeno uno degli ebrei interessati si sarebbe rivolto a un rabbino. Un cinese scrisse «Finché sono giovane vado dal medico, quando sarò vecchio andrò dal filosofo.» Ma il 60 percento dei cattolici asserirono che si sarebbero rivolti al prete.

Jung ebbe parecchi contatti con il clero cattolico, perché a partire dai gesuiti e dai benedettini, il clero seguiva attentamente gli sviluppi della psicanalisi. «Nella Chiesa, dice Jung, esiste la tradizione consolidata del directeur de coscience, una sorta di guida dell’anima. Questi confessori hanno una straordinaria esperienza e preparazione in proposito, e spesso mi ha stupito la saggezza che i gesuiti e altri preti cattolici rivelano nel dare consigli ai loro “pazienti”.»

Perciò Jung usava rimandare i suoi pazienti cattolici dal loro confessore. «Vada dal suo padre confessore e si confessi, anche se, come dice Lei, non capisce. Quello non conta. Lei lo deve dire di fronte a Dio, e se non lo fa, è fuori dalla Chiesa, dovrà cominciare l’analisi e le cose si faranno veramente difficili, perciò Le conviene restare nel grembo della Chiesa.»

In virtù di questo atteggiamento, lo psicanalista raccontava, non senza una vena di orgoglio divertito: «il Papa mi ha impartito una benedizione personale, per aver insegnato a certi cattolici importanti a confessarsi.»

Non stupisce quindi, nel rileggere Vino e pane di Ignazio Silone (1937), che la confessione occupi uno spazio così importante, nell'economia della storia: alla fine della sua confessione don Benedetto rimandi Luigi Murica, il personaggio nel quale lo scrittore si riconosceva maggiormente, a qualcun altro. «“C’è un uomo nelle vicinanze di Rocca al quale ti prego di ripetere la tua confessione”».

Jung era convinto che i mezzi che offre la Chiesa cattolica, la confessione, la comunione, possano veramente guarire persino i casi più gravi, a condizione che il rituale esprima la condizione psicologica del paziente, perchè l’uomo ha un disperato bisogno di una vita simbolica. «Dove viviamo simbolicamente? In nessun luogo, se non quando partecipiamo al rituale della vita.» «Nel rituale si è vicini a Dio, persino divini.»

Al di fuori dei riti e dalla simbologia del culto, tutto diventa insignificante, nella sua normalità ed è per questo che la gente diventa nevrotica. «Manca un’esistenza simbolica in cui possa essere qualcosa di diverso, in cui compio il mio ruolo , il mio ruolo come attore del dramma divino della vita.»

Forse questo era quello che Jung pensava di Silone, uno dei suoi sei pazienti cattolici. Nonostante conducesse una vita avventurosa, immerso nella corrente della Storia, aveva rinunciato ad avere una vita simbolica.

Scrive Silone, in Uscita di sicurezza (1965): «Fu nel momento della rottura che sentii quanto fossi legato a Cristo in tutte le fibre dell’essere [...] La vita, la morte, l’amore, il bene, il male, il vero cambiarono senso, o lo perdettero interamente. Tuttavia sembrava facile sfidare i pericoli non essendo più solo nell’azione. Ma chi racconterà l’intimo sgomento, per un ragazzo di provincia, mal nutrito, in una squallida cameretta di città, della definitiva rinunzia alla fede nell’immortalità dell’anima? Era troppo grave per poterne discorrere con chicchessia; i compagni di partito vi avrebbero forse trovato motivo di derisione, e gli altri amici non v’erano più[...] Così, all’insaputa di tutti, il mondo cambiò aspetto.»

Dice Jung nel corso del suo intervento: «Ma far parte [della Chiesa] ed essere costretti, magari da Dio, a lasciarla... be’, allora si è legittimamente extra ecclesiam. Ma extra ecclesiam, nulla salus. Allora le cose diventano veramente terribili, perché non si ha più alcuna protezione, non si é più nel consentium gentium, non si è più nel grembo della madre misericordiosa. Si è soli, a faccia a faccia con i demoni dell’inferno. [...] È questo che la gente non sa. Allora dicono che hai una nevrosi d’angoscia, paure notturne, ossessioni e non so cos’altro. La tua anima è sola: è extra ecclesiam, in uno stato che non può conoscere la salvezza. [...] Ma è da nevrotici dire che qualcuno ha una nevrosi. In realtà si tratta di qualcosa di completamente diverso: è la tremenda paura della solitudine, l’allucinazione prodotta dalla solitudine, una solitudine che non può essere alleviata in alcun modo. Potete far parte di una società con mille iscritti e sentirvi soli. Quella cosa in voi, che dovrebbe essere viva, è sola. Nessuno la sfiora, nessuno la conosce. Nemmeno voi la conoscete, ma continua ad agitarsi, vi turba, vi rende irrequieti, non vi da pace.»

In questo intervento, Jung non parlava espressamente del caso Silone, citò un paio di casi di pazienti cattoliche ma nessun caso riconducibile allo scrittore, o almeno non solo a lui. Eppure c’è una straordinaria analogia nei due brani appena citati, che fa pensare che si parli della stessa cosa vista da prospettive differenti.

Più avanti lo psicanalista dirà qualcosa di assolutamente rivelatorio, per interpretare alcune figure simboliche di Vino e pane: «In ogni uomo è racchiuso l’Adam Kadmon, il Cristo interiore. [...] Il senso di tutto questo è che è immorale lasciare che Cristo soffra per noi, che ha sofferto abbastanza e che una volta tanto, dobbiamo essere noi a portare il fardello dei nostri peccati e non lasciarlo gravare su Cristo...[...] Cristo esprime la stessa cosa quando dice: “...Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. E perché non pensare, caro figliuolo, che sei tu uno di questi fratelli... eh? perchè no? Allora cominceremo a sentire che dento di noi [...] abbiamo un fratello che è veramente l’ultimo dei nostri fratelli, più negletto del mendicante a cui diamo da mangiare. Dentro di noi abbiamo un’Ombra: un tipo molto cattivo, molto povero, che dobbiamo accettare.»

Così si conclude Vino e pane. Cristina afferra degli indumenti pesanti e si avvia per soccorrere Pietro Spina, il protagonista del romanzo, in fuga, d’inverno, verso il passo sbarrato dalla neve. Ma Cristina, lo scrive lo stesso Silone, rappresenta anche l'Io dell'autore.

«Lo chiamava col suo nome nuovo, col suo vero nome: «Pietro, Pietro.»

[...] A un certo punto una voce rispose da lontano, ma non era voce umana. [...] Probabilmente Cristina lo riconobbe. Era l’urlo del lupo...»

Milano, 27 giugno 2000

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«Secondo la tradizione cattolica, aristotelico-tomista, il diritto è l’ordine naturale oggettivo, al quale il singolo deve conformarsi. Per la tradizione moderna, che inizia col Rinascimento, la prospettiva si rovescia addirittura e il dirito diventa prerogativa dell’individuo che autonomamente agisce nella società.».

(Gustavo Zagrebelsky, Contro l’etica della verità)



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http://www.italialibri.net - email: - Ultima revisione Mer, 01 nov 2007

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