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inglese è una lingua germanica, portata sulle isole britanniche nel V secolo dopo Cristo.Durante i quattro secoli di dominio francese che seguirono la conquista normanna del 1066, questa lingua si trasformò in qualcosa di completamente diverso. Vocaboli francesi furono aggiunti a man bassa e la maggior parte delle complessità della grammatica tedesca (generi, casi ecc.) vennero stralciate e al tutto vennero aggiunte alcune complessità tipiche del francese. Risultato, una lingua con un enorme vocabolario e una grammatica semplice, che può esprimere quasi tutto, meglio di entrambe le lingue da cui deriva. Per di più, l’inglese è rimasto autonomo e aperto ai cambiamenti (parole straniere, nuove parole, e cambiamenti grammaticali) al contrario del francese, governato dai puristi dell’Academie Francaise (in Italia c'è la Crusca). Insomma, la seconda lingua ideale.

Con il passare dei secoli e, specialmente, con lo sfumare delle fortune politiche, economiche e militari della Chiesa, della Francia e della Germania, la concorrenza del latino, del francese e del tedesco si sbriciolò. Dappertutto l’inglese crebbe in importanza. La Gran Bretagna fu la culla della rivoluzione industriale e Londra divenne il mercato finanziario più importante del mondo.

Quando poi gli USA assursero al rango di maggiore potenza politica, economica, militare e culturale, l’inglese divenne ovviamente la «seconda lingua» per antonomasia. Negli anni ‘70, l’inglese sbaragliò il francese, che veniva ancora insegnato nelle scuole dell’Europa meridionale e, dopo la caduta del blocco sovietico, sostituì anche il russo nell’Europa dell’Est.

Negli anni ‘90, gli europei si trovarono a dover usare l’inglese, mentre la classe dirigente dell’ultima generazione che non aveva studiato l’inglese a scuola, piano piano andava in pensione. La Comunità Europea accoglieva nuovi paesi, come Finlandia e Svezia, dalle lingue ostiche che nessuno avrebbe mai pensato di imparare, al di fuori dei paesi interessati. Ci voleva una lingua comune.

E adesso, Internet. La rete delle reti influisce due volte sulla questione linguistica. La prima, come era già successo per i microprocessori e per il software, perché l’epicentro dell’industria si trova negli USA, (così come la moda in Italia) sicché, chi voglia accaparrarsi una fetta della torta, farebbe bene a parlare un po’ d’inglese. La seconda si deve alla pervasività in rete dell’inglese per cui, chi ha usato l’inglese soltanto a scuola, oggi, navigando in rete, se lo trova davanti tutti i giorni.

Ciò non significa che in Europa l’uso dell'inglese sia entrato nella vita quotidiana della gente comune. Il 47% dei cittadini dell’EU, (Irlanda e Gran Bretagna comprese) sa l’inglese abbastanza per sostenere una conversazione. Molto più del tedesco (32%) e del francese (28%) ma la maggior parte degli europei si esprime ancora soltanto in lingue diversa dall'inglese.

Tuttavia, il 77% degli studenti europei, il 69% dei dirigenti d’azienda, il 65% nella fascia d’età tra i 15 e i 24 anni parlano inglese. Il 91% degli studenti di scuola secondaria studia l’inglese, il che significa che l’adozione dell’inglese come seconda lingua è praticamente cosa fatta.

Il cammino dell’inglese verso il traguardo di «lingua più parlata del pianeta» richiede ancora qualche aggiustamento. Contro i 322 milioni di cittadini di madrelingua inglese, al mondo ci sono 885 milioni di cinesi. Tuttavia si può ragionevolmente stimare che un altro miliardo di cittadini sappiano l'inglese abbastanza per farsi capire, mentre il cinese...

Ma l'importante, al di là dei numeri, è vedere anche DOVE l’inglese è parlato. In tutto il mondo. È la lingua del commercio e della comunità scientifica. È diffuso costantemente per radio, per televisione, via Internet. Si può veramente dire, senza timore di esagerare, che nessuna lingua sia mai stata così usata e meno che mai che, nel corso della storia, si sia verificato una condizione così favorevole alla comunicazione nei quattro angoli del mondo.

(Liberamente tratto dall'articolo The Triumph Of English, di Justin Fox, in «Fortune», 18/09/2000)

I commenti dei lettori


Umberto Broccatelli (u.broccatelli@tiscalinet.it) Roma, 27.02.2001

Justin Fox dice fra l'altro, con compiacimento, che "il 77% degli studenti europei.. parlano inglese". Questa mi sembra proprio un'illusione. In Italia siamo certamente ben lontani da ciò. Ma poi cosa vuol dire "parlare una lingua"? Se intendiamo l'avere la capacità di conversare, di leggere e di parlare in tale lingua, dobbiamo constatare che gli enormi investimenti che vengono fatti per insegnare l'inglese, dànno frutti molto al di sotto delle attese. Questo perché le lingue naturali sono difficili in generale e in particolare lo è l'inglese, checché se ne dica, per la pronuncia, per la molteplicità di significati di ogni singola parola, per gli idiotismi ecc.

Per raggiungere l'uniformizzazione linguistica del pianeta in un'anglolalia universale, a cui tanti aspirano, bisognerà mettere in un angolo, sempre più, le altre lingue nazionali, che finiranno, nel giro di alcune generazioni col diventare dei dialetti e poi con lo scomparire. Che bel futuro aspetta i nostri nipoti!


«Secondo la tradizione cattolica, aristotelico-tomista, il diritto è l’ordine naturale oggettivo, al quale il singolo deve conformarsi. Per la tradizione moderna, che inizia col Rinascimento, la prospettiva si rovescia addirittura e il dirito diventa prerogativa dell’individuo che autonomamente agisce nella società.».

(Gustavo Zagrebelsky, Contro l’etica della verità)



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http://www.italialibri.net - email: - Ultima revisione Gio, 3 ago 2006

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