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Le novità e i successi editoriali

I libri di Moravia, con una veste grafica rinnovata, rifluiscono regolarmente in libreria con una vendita complessiva annua che sfiora le centomila copie. Best-seller di sempre rimangono Gli indifferenti, Agostino, La noia e La ciociara. Dall’estero, dalla Cina agli Usa, dalla Lettonia a Israele, arrivano richieste di riedizioni dei suoi principali libri.

In ottobre viene lanciata a New York, tradotta da William Weaver, Vita di Moravia, la sua autobiografia scritta con Alain Elkann.

La Casa editrice Bompiani ha ottenuto il rinnovo del contratto dell’opera di Moravia - contratto che, dopo vent’anni, scadeva proprio quest’anno.

Nel prossimo novembre uscirà, pertanto, il primo volume della sua opera omnia nei Classici Bompiani. Sempre presso l’editore Bompiani è in uscita il volume Racconti dispersi. Si tratta di sessantanove racconti scritti da Moravia tra il 1927 e il 1951, rimasti sepolti nelle pagine dei quotidiani e delle riviste. Già nel 1993 Enzo Siciliano ne aveva curato una prima raccolta, pubblicandone trentadue in Romildo.

Moravia e il mestiere di scrivere Questa produzione novellistica dispersa, o meglio abbandonata su vecchi periodici, è la chiara conferma della sua vitale ed inquieta ricerca narrativa e del suo modo di intendere il mestiere dello scrittore. Di rado, infatti, Moravia conservava i racconti, una volta usciti su qualche rivista, così come cestinava immediatamente le varie stesure dei suoi romanzi, una volta che avevano raggiunto la forma definitiva. Moravia che con infaticabile regolarità scriveva sempre al mattino, non amava tornare su quanto scritto e delegava ai redattori della casa editrice la fatica di rivedere le bozze dei suoi libri.

A fine settembre, infine, è uscito Finalmente ti scrivo (Bompiani, pp. 88, lire 20.000), le confessioni in pubblico dell’ultima giovane moglie di Moravia, Carmen Llera. A dieci anni dalla morte, Carmen Llera raccoglie le lettere che il marito le aveva spedito e gli risponde in un dialogo a distanza.

Le iniziative degli amici per tenerne viva la memoria

Dal 6 al 9 dicembre, a Roma, si terrà il primo di un folto programma di convegni intesi a ricordare lo scrittore romano.

Sempre a Roma il 27 settembre è andato in scena Il dio Kurt.

Dacia Maraini si augura che presto l’appartamento di Moravia venga trasformato in una casa-museo come quelle che accolgono ricordi, libri, documenti appartenuti a Flaubert, Chevov, Tolstoj e altri grandi della letteratura.

Renzo Paris, dopo aver pubblicato nel 1996 Una vita controvoglia (Guinti), sta ora finendo di scrivere una nuova biografia moraviana Ragazzo a vita, di prossima pubblicazione.

Per non dimenticare: il ritratto degli amici

Mercoledì 6 settembre, a venti giorni esatti dall’anniversario della morte di Alberto Moravia, Antonio Debenedetti pubblica in prima pagina sul «Corriere della sera», un articolo dal titolo: Dieci anni dopo. Quegli amici smemorati di Moravia.

«C’era una volta, dieci anni fa, Alberto Moravia, lo scrittore più celebre e più intervistato d’Italia». Questo, il suo amaro incipit.

Dal giorno della sua morte, da quella mattina del 26 settembre 1990 in cui fu trovato morto nel bagno del suo appartamento in Lungotevere della Vittoria – sostiene con amarezza Debenedetti - Moravia «ha continuato a morire socialmente, a morire nella memoria della collettività», a tal punto che i suoi romanzi si leggono sempre meno e non si scrive quasi più nulla - nemmeno le tesi di laurea - «di questo autore che rimane tra i più grandi del nostro Novecento».

A suo parere, le ragioni del declino della fortuna di questo mostro sacro della nostra letteratura, sono da ricercare al di fuori della letteratura. Una parte di responsabilità spetterebbe, secondo Debenedetti, ai sessantottini, rei di averlo considerato «una specie di ras della carta stampata, dell’editoria e del giornalismo». La sua figura di intellettuale controcorrente è stata così assimilata a quella dei professionisti del potere, e la sua sorte postuma ha finito per risentire di quel processo in cui è stata condannata tutta la classe dirigente della Prima Repubblica.

In secondo luogo - prosegue Debenedetti - il silenzio, seguito alla sua morte, «ha tolto il velo all’ipocrisia di quella corte di amici e discepoli», con cui Moravia era sempre estremamente disponibile. Insomma, «si è finito con il far scontare all’opera di Moravia il lutto per la perdita del personaggio Moravia, il dispetto appunto causato dalla sottrazione della sua insostituibile vitalità». Tra gli amici e collaboratori, a mantenere viva la memoria dell’autore de Gli Indifferenti, secondo Debenedetti, è rimasto solo - e sempre più solo - Enzo Siciliano.

«A dargli man forte sarebbe allora il caso che intervenissero romanzieri e poeti, oggi affermati, come Sandro Veronesi, Edoardo Al binati, Valerio Magrelli, Aurelio Picca, Giorgio Montefoschi, Renzo Paris, Alain Elkann e altri ancora che godevano dell’amicizia di Moravia e la ricambiavano».

Ebbene, con quest’accusa e quest’invito Debenedetti ha acceso sulle pagine del «Corriere della Sera» un’interessante discussione, che ha finito nei giorni successivi per risvegliare e rinnovare l’interesse dei giornali per lo scrittore romano. Molti sono gli amici, infatti, che hanno replicato all’accusa. E di contro, ricordando il loro grande amico, ne hanno tracciato questo inedito ritratto.

Un contributo originale

Inoltre, in esclusiva per «La Libreria di Dora», Roberta Simonis, editrice della rivista internazionale «Sahara», rievoca un incontro fortuito con Alberto Moravia, durante uno dei suoi viaggi di studio nello Yemen del Sud, tra il dicembre 1989 e gennaio 1990.

Antonio Debenedetti, Dieci anni dopo. Quegli amici smemorati di Moravia, «Corriere della sera», 6 settembre 2000

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«A dispetto del suo successo, Moravia, uomo alla mano»

«Le signore, a dispetto dei suoi ottant’anni, lo corteggiavano a volte in modo persino sfacciato. […] L’autore dei Racconti romani è rimasto sempre, a dispetto del suo successo, un uomo alla mano, disponibile. Tutti potevano incontrarlo, parlargli, andare a cena con lui. Riceveva ogni giorno poeti in crisi di creatività, narratori che non avrebbero mai scritto un romanzo, giornalisti pronti ad appuntare sul loro taccuino tutto quanto lo scrittore veniva dicendo sul sesso, sulla psicoanalisi, sulla bomba atomica, sulla morte del suo grande amico Pasolini…Il telefono, nello studio di Moravia, squillava ininterrottamente. A tutti i suoi innumerevoli amici e conoscenti somministrava tonificanti dosi di ottimismo esistenziale, regalava giudizi letterari illuminanti nella loro imprevedibilità, distribuiva generosamente ricordi di incontri con i grandi uomini del mondo. Parlando con lui, anche l’interlocutore più oscuro aveva l’impressione di poter dare del tu a Hemingway o a Fellini o a Sartre».

Enzo Siciliano, Siciliano: «Non sono l’unico a ricordare Moravia», «Corriere della sera», 10 settembre 2000

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«Un artista anzitutto»

«Chiunque l’abbia conosciuto ha appreso da lui che l’orgoglio è un sentimento morale con cui non si scende a patti. Debenedetti lo scrive, il suo «potere» consisteva nel suo talento e niente altro. Aveva pochi amici. La sua esistenza lo ha portato a frequentare moltissimo il mondo, a intervistare capi di Stato, ma anche a trovarsi accanto a donne e uomini come Virgina Woolf, T.S. Eliot, Ernst Jünger. Per casa sua passavano Mary McCarthy, Angus Wilson, Jean Genet, Balthus, Robert Lowell. Era un artista anzitutto: non va dimenticato; cioè un uomo per forza di cose solo».

Carlo Bo, Elzeviro. Letteratura e immortalità. Moravia dimenticato? La gloria passa presto, «Corriere della sera», 6 ottobre 2000

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Moravia, i giovani e la politica

«[…] nessuno come lui aveva parlato, spiegato e cercato di stare con le nuove generazioni, ma già al tempo della contestazione studentesca i giovani non lo vollero più ascoltare. Chiusa questa parentesi politica o parapolitica, Moravia è rimasto uomo di sinistra, fedele al suo editore Bompiani e al Corriere della sera, nonostante i tentativi che molti comunisti avevano fatto perché lasciasse il giornale dei «padroni» e della borghesia milanese. Per molti aspetti il suo destino assomiglia a quello di Sartre, per il quale il tempo dell’oblio non è ancora passato […]. Non c’è dubbio che di Moravia resteranno i suoi libri di viaggio, da molti considerati la parte più alta del suo lavoro. Resterà anche il quadro di una certa stagione della borghesia romana…»

Sandro veronesi, Elzeviro. A dieci anni dalla morte. Per non dimenticare Alberto Moravia,
«Corriere della sera», 9 settembre 2000

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«La voce più lucida della borghesia italiana»

«Certo, come Pasolini, Moravia è stato uno scrittore “scomodo”, è stato vittima di censura e di campagne denigratorie, che se non gli hanno impedito di diventare uno dei massimi scrittori del Novecento, l’hanno tuttavia tagliato fuori, sempre come Pasolini, dal bagaglio culturale dell’Italia borghese – quella che lavora, che produce, che paga le tasse eccetera eccetera. Però, a differenza di Pasolini, che odiava la borghesia e si occupava solo del popolo o degli intellettuali, Moravia era un borghese, e della borghesia italiana è stato la voce più lucida per oltre sessant’anni».

Così ricorda Alberto Moravia, Sandro Veronesi. Il vincitore del Premio Campiello con La forza del passato confessa inoltre: « […] non ero suo amico, purtroppo mi metteva in soggezione, e i miei contatti con lui sono stati molto rari […]. Dirò solo questo, per quel che può contare: non ci fosse stato Moravia, io non avrei mai trovato il coraggio di fare lo scrittore».

Dacia Maraini, prefazione per la ristampa di Il bambino Alberto, (Bur, pp.146, Lire 12.000).

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Moravia e il passato

«Non ho mai conosciuto un uomo più proteso verso il futuro di Alberto: spalancava gli occhi per guardare meglio, per scorgere ai limiti dell’orizzonte la novità che avanzava come la punta di un albero che poi, piano piano, si sarebbe trasformato in una nave con tutte con tutte le vele spiegate …». Così descrive lo scrittore che per tanti anni è stato il suo compagno di vita, Dacia Maraini nella nuova prefazione scritta per la ristampa (uscita a fine giugno) di Il bambino Alberto (Bur, pp.146, Lire 12.000). Il volume, edito nel 1986, nasce proprio «dall’estrema ritrosia di Alberto Moravia nel parlare del suo passato».

«E in effetti non si soffermava mai, durante le tante conversazioni con gli amici, che pure amava e coltivava, a raccontare di quando era bambino o a rammentare qualche cosa di suo padre o di sua madre. Come se scrivendo Gli indifferenti e Agostino e Inverno di malato si fosse liberato una volta per tutte di quei sacchi pesanti e invadenti […]. Il suo rifiuto del passato era anche un modo di conservarsi mentalmente giovane, senza legami con date fisse che lo trattenessero agli inizi del secolo.Voleva essere libero di inventarsi e perciò era insofferente di ogni laccio della memoria […]. Gli piaceva guardarsi dal di fuori con curiosità e candore, pronto a escogitare nuove invenzioni, nuovi rovelli. Il corpo glielo permetteva, sempre agile e giovane, pronto a correre, viaggiare, camminare, ballare».

Un Moravia “inedito”
Renzo Paris, intervista, «L'Espresso» ottobre 2000

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Un Moravia davvero “inedito” è quello che emerge dall’intervista raccolta, nel maggio 1985, da Renzo Paris e pubblicata solamente a fine ottobre 2000 sul settimanale «L'Espresso». Insieme a molti altri colloqui, l’inedita intervista farà parte di Ragazzo a vita, la nuova biografia moraviana di Paris, di prossima uscita.

Moravia, noto per essere un uomo mai sentenzioso, esprime giudizi pieni di livore e malignità su noti colleghi, allora più o meno giovani, viventi o scomparsi.

Pier Paolo Pasolini? «Un decadente, un po’ dannunziano, con un difetto: era interessato troppo alla patta dei pantaloni come regista». Italo Calvino? «Aveva il vizio del primo della classe». Ignazio Silone? «Piuttosto un politico che uno scrittore». Di Elsa Morante si legge: «Era un’astuta, sarebbe passata sul corpo di sua madre pur di aver successo»; mentre di Dacia Maraini, per quasi vent'anni la sua compagna, Moravia avrebbe detto: «Non sapeva tenere la penna in mano». E così via, per fare solo alcuni esempi.

Antonio Debenedetti, Moravia segreto o inventato? «Corriere della Sera»,
28 ottobre 2000

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Tra lo sconcerto e l’incredulità, Antonio Debenedetti pubblica il 28 ottobre sul «Corriere della Sera» un articolo dal titolo Moravia segreto o inventato?

«Intervistato da me sul «Corriere» - ricorda Debenedetti - [Moravia] dava giudizi sulla letteratura sempre molto personali ma rispettosi e motivati».

Dacia Maraini, «Corriere della Sera», 04 novembre 2000

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Sempre sulle pagine del «Corriere», il 4 novembre, segue la dura replica di Dacia Maraini. È un gioco pericoloso far parlare i morti. Specie se si tratta di Moravia.

«Per tanti anni - afferma la Maraini - gli sono stata vicina ma non l’ho mai sentito giudicare con crudezza altri scrittori, non l’ho mai sentito sputare sentenze con astio e malignità, come pretenderebbero quei quadernini di Paris, che essi sì, esprimono perfettamente livori, aggressività, frustrazioni…».

«Fare parlare i morti - conclude la scrittrice - è un gioco facile ma anche pericoloso. A volte ti si rivoltano contro. Credi di guidarli e sono loro a guidare te. Credi di usarli e sono loro a giocare con gli specchi dell’immaginazione e della memoria, per mostrarti senza vestiti, nudo e inconsistente, spogliato delle pretenziose vesti di una memoria menzognera».


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