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Di Roberta Simonis*

Tarim (Hadramaut), 3 gennaio 1990.

«L’albergo di Tarim, l’Al Kubba Palace. All’esterno ha l’aspetto di un mausoleo indù, con i suoi colori pastosi e discordanti, quattro colonne all’entrata, tetto a cupola».

Siamo arrivati ieri, che sorpresa l’albergo di Tarim, l’Al Kubba Palace. All’esterno ha l’aspetto di un mausoleo indù, con i suoi colori pastosi e discordanti, quattro colonne all’entrata, tetto a cupola. All’interno, un labirinto di corridoi irregolari. La nostra camera pare costruita per una bambola gigante, con le pareti giallo senape e verde acqua, uno specchio barocco, opaco, incollato al muro, piastrelle fino a un metro d’altezza. La pittura in qualche punto si scrosta e rivela mattoni di fango. Già. Mensole, fiori, scale, armadi, colonne… Il palazzo e i suoi arredi sono interamente modellati con il fango, ricoperto con spessi strati di vernice.

Visita alla città. Alle 10 del mattino, vediamo nella moschea - celebre per l’altezza eccezionale del minareto - tre orologi che fanno le tre e venti. È l’orario arabo, ci dicono, qui il sole sorge all’ora zero. La biblioteca di Tarim è fornita di 5000 manoscritti, catalogati per ordine di acquisizione su grossi registri compilati a mano. Impossibile trovare Al Hawarismi.

Al ritorno in albergo, relax e lettura in giardino. Una bella signora beduina vestita in nero prepara il tè. Sulla stuoia impeccabile ordinatamente disposta a terra abbaglia l’argento lustro di teiere, tazze, colini, cucchiaini. Piacevolmente impressionati dal gentile pensiero, veniamo subito disillusi. “Arriva Moravia con Andreotti” ci informa Sultan, la nostra guida personale. “Il tè è per loro”. Vada per Moravia, non è la prima volta che lo incontriamo in un posto fuori mano, l’avevamo già visto mi pare in Zimbabwe nell’85. Sappiamo che è già stato qui. Ma, nonostante la fiducia che riponiamo in Sultan, che tra l’altro non è una guida qualsiasi ma un addetto del Ministero della Cultura - Moravia e Andreotti, oddio, è un accostamento improbabile. Evidentemente non arriverà nessuno, il tè è per noi.

Eppure, eccolo. Una grossa auto scura si ferma all’ingresso e scende Moravia con due amici, Andrea Andermann e la moglie, accompagnati da tre yemeniti. Uno di loro si presenta parlando in italiano, “Sono un giornalista yemenita”… Andreotti non c’è, s’intende. Chissà dov’è, in questo frangente storico così delicato**.

E così veniamo coinvolti nell’offerta del tè. La conversazione è vivace. Quel suo modo brusco di intervenire, osservazioni acute, scampoli d’idee buttati lì in tono impaziente, talvolta provocatorio. E quel suo impressionante realismo. Ad Andermann che descrive le difficoltà (psicologiche) di un personaggio diventato improvvisamente famoso e ricco, ribatte subito “troppi soldi non fanno male a nessuno, tutt’al più uno li mette in banca…” Come molti che hanno provato ad essere poveri (lo afferma lui stesso), Moravia non disprezza il denaro, è logico.

«"Arriva Moravia con Andreotti” ci informa Sultan, la nostra guida personale. “Il tè è per loro"».

Comunque, si vede che è anziano. Intanto, la sordità. La signora Andermann gentilmente gli ripete quello che non sente. E poi, nonostante la prontezza intellettuale, i segni sono lì, evidenti. Parlano dei suoi ricordi, per esempio i viaggi nello Yemen, con Pasolini e la Callas. “Maria è morta?” Chiede d’un tratto. Già, si è dimenticato. Come spesso succede, rimane la memoria delle cose antiche, l’altra se ne va.

Sultan si presenta, “Lavoro al ministero della Cultura”, gli dice, con aria deferente. Moravia è una celebrità, in questo Paese “marxista-islamista” (proprio in questi giorni è in corso la procedura di unione dei due Yemen, Nord e Sud). “Sei laureato?” “A Lipsia, filosofia…” Veniamo a sapere, grazie alla curiosità di Moravia, che Sultan si è laureato con una tesi intitolata ‘Dialettica nazionale e internazionale applicata ai partiti’.

Salvo un’escursione (massacrante) all’antico mausoleo di Al Hud, per noi la città santa di Tarim è un punto d’arrivo, per Moravia è un punto di partenza. Vorremmo vedere le rovine hymiarite ma siamo schiavi dei permessi, difficili da ottenere, indispensabili per qualunque mossa. Domani Moravia e i suoi compagni, invece, vanno nel deserto alla frontiera con l’Arabia Saudita e poi andranno in aereo verso il confine con l’Oman. Moravia qui è un’autorità, i permessi per lui sono impliciti.

Tarim (Hadramaut), 5 gennaio 1990.

Verso le 4 del pomeriggio Moravia e compagni ritornano all’Al Kubba Palace. Sono stati a Al Abr, proprio dove inizia il deserto del Rub al Khali. Raccontano di aver incontrato un beduino che avevano conosciuto più o meno nello stesso posto cinque anni fa. E al quale, su sua insistenza, avevano promesso di tornare. Cose che si dicono, in queste occasioni, ma per il beduino vederli di nuovo è del tutto normale. “Siete arrivati, vi aspettavo!”.

La sera pranziamo tutti insieme, partiamo in aereo domani alle 7.30. Noi ci fermiamo a Mukhalla, Moravia prosegue per Aden. Difficilmente potremo incontrarlo ancora.

Dal diario di viaggio, Yemen del Sud, dicembre 1989-gennaio 1990.


´*Roberta Simonis è editore di «Sahara», una rivista internazionale il cui obiettivo è di diffondere notizie sulla preistoria del Sahhara, del Sahel e delle regioni circostanti a questi deserti.

** In Romania, Ceausescu e la moglie sono stati uccisi da pochi giorni, il 9 novembre 1989 la Germania ha festeggiato il crollo del muro di Berlino.

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Milano, 27 Ottobre 2000
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«La miglior prova ch'io non ho avuto quella malattia risulta dal fatto che non ne sono guarito».

( Italo Svevo, La coscienza di Zeno)



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