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di Andrea Paganini

h no, Signor Tamburrano, non così! Poiché, se la storia si scrive in questo modo, allora siamo poco lontani da Baudolino! Non mi sono finora occupato del nuovo "caso Silone" dal punto di vista storico (ho invece fatto un'analisi letteraria di un'opera siloniana tanto importante quanto sconosciuta), ma ora mi sento in dovere di reagire al Suo saggio Processo a Silone, se non altro per sfoltire un po' la selva intricata nella quale anch'io sono stato chiamato in causa. Non avendo effettuato delle apposite ricerche d'archivio, non so come abbiano lavorato quelli che si presentano come Suoi "avversari" in questa polemica, e può darsi che la loro tesi sia confutabile, come Lei sostiene, punto per punto. Ma il Suo modo di riferire ed esporre la Sua visione dei fatti, per uno storico serio, non è a tratti meno equivoco.

Le ipotesi negli ultimi anni si sono accavallate: Ignazio Silone fa il doppio gioco collaborando coi fascisti da postazioni antifasciste... No: è Guido Bellone che fa il doppio gioco dall'altra parte... Non è vero: Silone e Bellone stanno in un rapporto connivente di do ut des... Macché: Silone gioca a depistare i servizi segreti... No vi dico: Silone ha fatto il triplo gioco per ottenere informazioni dalla polizia fascista... Non è così: è l' OVRA che ha voluto incastrarlo con dei documenti falsi... No, ancora: Silone ha ceduto per aiutare il fratello in carcere... Quest'ultima sembra essere la versione dei fatti esposta nel Suo libro: ora lei, in fondo, afferma che sì, Silone ha intrattenuto un rapporto epistolare con il commissario di PS Guido Bellone, ma solo dopo l'arresto del fratello (dal 1928 al 1930) e fornendo unicamente delle «informazioni generiche, prive di rivelazioni».

Ma veniamo al punto che mi riguarda. Lei scrive nel Suo libro: «Ho sentito una fine analisi psico-letteraria in un convegno in Svizzera da parte di un giovane ricercatore, Andrea Paganini: dopo aver ascoltato il suo pezzo di bravura il suo professore lo ha rimbrottato ed ha voluto chiarire che lui, nelle sue lezioni, non gli aveva mai insegnato a vedere nei personaggi dei romanzi l'autobiografia dell'autore». A parte l'«analisi psico-letteraria», chi sarebbe questo mio professore? Perché in verità le cose sono andate un po' diversamente: al convegno organizzato dall'Università di Zurigo il 5 maggio 2000 (come a quello di Ascona), pur illustrando alcune analogie fra la tesi Biocca/Canali (L'informatore. Silone, i comunisti e la polizia, Luni Editrice, 2000, Ndr) e la pièce teatrale di Silone Ed egli si nascose, io ho continuamente distinto l'opera letteraria (che può contenere anche degli elementi autobiografici) dalla verità storica (di cui ben poco mi sono occupato). E il mio professore, che per Sua informazione si chiama Georges Güntert, se ne è compiaciuto alla fine della mia relazione affermando proprio il contrario di quanto ha scritto Lei; apprezzando insomma la mia netta distinzione tra le due realtà, quella storica e quella letteraria. Dello stesso parere – tra gli altri – è anche Vincenzo Todisco, il redattore della rivista «Quaderni grigionitaliani» che ha pubblicato il mio intervento nei primi due numeri del 2001, il quale sottolinea appunto come, nonostante la delicatezza del problema, non sia incorso nell'errore di identificare pari pari «l'autore, Silone, con Murica, uno dei personaggi del dramma». Ma Lei il mio articolo non l'ha letto e - contrariamente a quanto si potrebbe dedurre dal Suo scritto - a Zurigo non c'era! Non c'era (e non può aver sentito... quello che non è stato detto)! Si è invece fidato di un suo informatore; ma quanto sono affidabili questi "informatori"?

Nel convegno di Ascona al contrario io L'ho sentita parlare e – Le confesso – più delle altre cose mi sono rimasti impressi il suo senso dell'humor e il suo sarcasmo nei confronti di Biocca e Canali; ironizzava su tutto («Bellone? Macché Bellone! Bruttone!...»). Questo atteggiamento, benché più moderato, l'ho ritrovato in alcuni passaggi del Suo libro e mi è sembrato degno di un romanziere più che di uno storico. Lei chiama spregiativamente «romanzo» il "caso Silone" com'è stato sollevato da Biocca e Canali, e forse bisognerebbe intendersi sulla definizione che vogliamo dare alla parola "romanzo". La prima parte del Suo saggio è infatti almeno altrettanto romanzesca, ed è certo di piacevole lettura (nonostante qualche difficoltà coi congiuntivi). È squisitamente romanzesca la Sua drammaturgica messinscena – sullo sfondo di Kafka e Dostoevskij da una parte e del dottor Jekyll e mr. Hyde dall'altra – di un "processo" con un appassionante miscuglio di calcolate dosi di narrativa e di storia. Benché vi si trovino generi narrativi diversi, nella prima parte del suo libro domina senz'altro quello "romanzesco-storico-giudiziario" annunciato fin dal titolo. Ma nel processo inscenato di fronte al giudice (il lettore) si presenta un avvocato unico. È questa unilateralità, insieme al pregiudizio ideologico (anche giustificabile), che conferisce al Suo saggio un'invisa aura manicheista.

Fatto sta che – guarda un po' – è proprio Lei a cadere nella "tentazione" di «vedere nei personaggi dei romanzi l'autobiografia dell'autore»; e, insomma, «per ristabilire la verità ha dovuto leggere e rileggere le opere di Silone» (cito sempre parole Sue); e riporta ripetutamente affermazioni del personaggio Pietro Spina ponendole in bocca a Silone. Fatto sta che, per vie traverse e pur non ammettendolo esplicitamente, anche dalle Sue pagine emerge netta la somiglianza tra le lettere chiaramente attribuibili a Silone contenenti «notizie politiche per lo più note, ma mai delazioni» e l'attività di Murica «che non tradisce i compagni e dà alla polizia solo documenti innocui». Ma non potendo/volendo ammettere che il personaggio di Murica derivi dall'esperienza diretta di Silone, commette un errore metodologico altrettanto imperdonabile (imperdonabile per un letterato; più imperdonabile per uno storico), e si chiede: «Allora chi possiamo riconoscere nel Murica di Ed egli si nascose»? «Se non è lui, – mi viene in mente una frase pronunciata da un fascista in quella stessa pièce teatrale – a pensarci bene, è perfino probabile che sia un altro». E giunge, annaspando, a salvarsi in extremis attribuendo al personaggio Murica un volto extratestuale e referenziale con tanto di nome e cognome: la spia Guglielmo Jonna (ma poi siamo sinceri: Jonna assomiglia ben poco a Murica!).

Nel Suo libro si colgono però anche delle contraddizioni che non dovrebbero trovarsi neanche in un buon libro di narrativa. Ci spieghi: l'OVRA era una macchina perfetta, efficiente, scaltra, attendibile e micidiale, o era un'organizzazione caotica, inaffidabile, idiota, cialtrona e inconcludente? Perché l'impressione che se ne ha leggendo il suo saggio varia col numero delle pagine; e così – capirà – si può sostenere tutto e anche il suo contrario.

Io non so quanta verità storica sia riscontrabile nella tesi di Biocca e Canali. Ma volendo ammettere che essa contenga anche solo un briciolo di verità, il Silone "incriminato" è quello degli anni Venti, non quello dei romanzi (che sono stati scritti dopo, quando in Silone era avvenuta una profondissima metamorfosi politica, culturale e religiosa). Anche se non mi sembra sostenibile il Suo polarizzante e manicheista aut-aut che vede in Silone o un mostro o un eroe, tutta l'inconciliabilità tra «l'ignobile delatore» e «l'intransigente combattente per la libertà», tra «la spia che ha fatto il suo sporco mestiere» e «il nobile antifascista» potrebbe essere ridotta all'inconciliabilità tra due "Siloni" distinti (o tra Secondino Tranquilli ed Ignazio Silone), lontanissimi, appartenenti a due epoche diverse, prima e dopo una svolta capitale, politica, religiosa, culturale. Una persona può anche cambiare e la crisi tremenda attraversata da Silone al suo arrivo in Svizzera lo ha portato – difficile ammetterlo per uno che si dice «ateo» – ad una profondissima conversione.

È evidente che il fratello Romolo, autoproclamatosi comunista ma ritenuto da Silone un antifascista cattolico, in tutta questa faccenda, c'entra. Scrive Silone: «Finalmente mi decisi a scrivere qualcosa su Romolo per cercare di ristabilire tutta la verità e perché rimanesse qualche ricordo del suo sacrificio». E in Ed egli si nascose il tipografo Murica – picchiato dai fascisti e morto in carcere da martire, come Romolo, tipografo pure lui – afferma: «Se infine mi decisi di confessare tutto, senza preoccuparmi delle conseguenze, fu nel deliberato e preciso proposito di ristabilire l'ordine tra me e il mondo, l'antica distinzione tra il bene e il male, senza la quale non potevo più vivere». Non credo che siano analogie casuali. Per l'umanità di Silone, questa compromissione con il fascismo – fosse anche solo per aiutare il fratello: per quanto scusabile ed encomiabile – poteva già essere considerata un'attività delatoria e (pseudo)"spionistica", e in ogni caso comportava un atroce rimorso di coscienza (come anche Lei ammette).

In occasione del convegno di Ascona ho rivolto a Lei e agli altri studiosi seri l'invito a ricercare con onestà la verità storica nel rispetto delle persone. Veda Lei. La invito ora a rileggersi Ed egli si nascose senza pregiudizi di sorta (compresa la premessa in cui l'Autore si rivolge Al lettore) e – se vuole – a leggerne la mia interpretazione; può darsi che la trovi meno ostica di come finora probabilmente ha pensato; può darsi pure che aggiusterà il tiro, o forse l'atteggiamento.

Cordialmente

Andrea Paganini

Milano, 19 Novembre 2001

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NOTE

Nel suo volume Processo a Silone, lo storico Giuseppe Tamburrano risponde alle tesi di Biocca e Canali; commette però anche alcuni errori di metodo e non mancano le scorrettezze.
Ora, siccome in tale volume sono stati chiamati in causa pubblicamente anche il sottoscritto e l'Università di Zurigo, ritengo che sia doveroso far uso del diritto di replica. Per questo desidero esprimere il mio parere.
(Il testo del mio intervento al convegno siloniano di Zurigo è stato pubblicato in una rivista svizzera: "Ed egli si nascose: Ignazio Silone e il dramma di una vita", in: «Quaderni grigionitaliani» [con fotografie], 1/2001, pp. 4-22 e 2/2001, pp. 103-113; uscirà anche nelle pubblicazioni degli atti del convegno).

(Andrea Paganini - 1974, Poschiavo/CH. Ha conseguito il diploma di insegnante alla Scuola magistrale di Coira (1994) e la laurea in lingua e letteratura italiana, storia e storia dell'arte all'Università di Zurigo (2000). È stato aiuto-assistente presso la Cattedra di lingua e letteratura italiana del Politecnico federale di Zurigo (1995-1999) e dal 2000 insegna italiano alla Scuola cantonale Enge di Zurigo; sta inoltre lavorando alla sua tesi di dottorato in letteratura. Segnalato in diversi concorsi letterari, scrive in varie riviste e giornali. È presidente della sezione di Zurigo della Pro Grigioni Italiano).


«Lasciamo stare, la sintesi è già chiara: la Casta politica, una volta che sei dentro, ti permette quasi sempre di campare tutta la vita. Un po’ in Parlamento, un po’ nei consigli di amministrazione, un po’ ai vertici delle municipalizzate, un po’ nelle segreterie. Basta un po’ di elasticità.»

(Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, La Casta. Così i politici italiani sono diventati indoccabili)



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http://www.italialibri.net - email: - Ultima revisione Gio, 3 ago 2006

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