«Se lei, dopo aver scritto il libro, avesse potuto sapere quanto sarebbe costato a suo figlio e a lei stessa, l'avrebbe pubblicato?»...

Nelle Novità, in esclusiva per «La libreria di Dora», alcune riflessioni di Lalla Romano sul romanzo Le parole tra noi leggére, Premio Strega 1969

a Rivista di febbraio propone cinque romanzi che affrontano, in un immaginario percorso ascendente (dall’incomunicabilità muta a una comunicazione viva ma sterile), l’antico tema del rapporto tra madre e figlio.

L'isola di Arturo di Elsa Morante sembra essere, fuor di metafora, la storia di una maternità impossibile a realizzarsi nel mondo della realtà.

La lettura che si ricava da La cognizione del dolore, Le parole tra noi leggère, Caro Michele, scritti e pubblicati in un relativamente breve ma fortemente caratterizzato lasso di tempo (dagli anni d'oro del boom italiano, agli anni di piombo della sovversione armata), è quella della crisi dei valori della borghesia, coltivati e trasmessi dalla Madre - e dal Figlio pervicacemente rigettati. Se l’incomunicabilità tra la "Signora" e "il figlio" ne La cognizione del dolore è spietata, Adriana insegue invano Michele con parole accorate fino in Inghilterra, da una Roma benevola e indifferente. La Romano azzarda un'operazione invasiva di ri-cognizione del figlio, ma riesce solo a scalfirne la superficie coriacea. Messi in prospettiva, questi tre libri ci restituiscono un «album di famiglia» dell’Italia del tempo. Il malessere deborda dalle tavole e dai «tinelli» delle case bene (Gadda), alle fabbriche e alle piazze (Romano, Ginzburg). Il conflitto ruota intorno a una minaccia terrificante: il rifiuto autodistruttivo della prole di riprodursi.

Un discorso a parte merita Oriana Fallaci, in Lettera a un bambino mai nato - che non siamo riusciti a presentare, per inaspettate difficoltà nel reperire il materiale relativo a questa scrittrice (ci riserviamo di provvedere non appena possibile). La Fallaci porta all'estremo la riflessione sulla responsabilità della scelta della madre di generare un figlio.



«Adesso il firmamento, a guardarlo, mi diventava un grande oceano, sparso d'innumerevoli isole, e, fra le stelle, ricercavo aguzzando lo sguardo quelle di cui conoscevo i nomi: Arturo, prima di tutte le altre, e poi le Orse, Marte, le Pleiadi, Castore e Polluce, Cassiopea…Avevo sempre rimpianto che, ai tempi moderni, non ci fosse più sulla terra qualche limite vietato, come per gli antichi le Colonne d'Ercole, perché mi sarebbe piaciuto di oltrepassarlo io per primo, sfidando il divieto con la mia audacia;…».

Elsa Morante, Menzogna e sortilegio

L'isola di Arturo
Con sorriso ammiccante, Elsa Morante nel suo secondo romanzo (1957) presta la voce narrante ad Arturo, fanciullo-eroe dal nome di stella, che rievoca la storia mitica della sua iniziazione alla vita.
Fra le «rocce torreggianti» di Procida, maliosa e solare isola dell'infanzia, Arturo aspetta il «giorno pieno», la «perfezione della vita». Poi, varcato il divino mare materno, «come tanti», impara che «fuori del limbo non v'è eliso».



«Un sogno?…. e che le fa un sogno?…. È uno smarrimento dell'anima ….il fantasma di un momento….».
«Non so, dottore: badi…. Forse è dimenticare, è risolversi! È rifiutare le sclerotiche figurazioni della dialettica, le cose vedute secondo forza….».

«Secondo forza?….che forza?….».

«La forza sistematrice del carattere….questa gloriosa lampada a petrolio che ci fuma di dentro,….e fa il filo, e ci fa neri di bugie, di dentro,….di bugie meritorie, grasse, bugiardosissime….e ha la buona opinione per sé, per sé sola….. Ma sognare è fiume profondo, che precipita a una lontana sorgiva, ripullula nel mattino di verità».

Carlo Emilio Gadda, La cognizione del dolore

La cognizione del dolore
In quella che è stata definita la più bella e terribile delle sue opere (prima edizione in volume 1963, edizione accresciuta 1970), Carlo Emilio Gadda indaga impietosamente, fino a giungere alla «cognizione del dolore», le ingarbugliate cause dell'invisibile «male oscuro» che porta dentro di sé il suo alter ego, l'hidalgo - ingegnere Gonzalo Pirobutirro d'Eltino, il «figlio». Nel 1924, alla fine di un'atroce guerra, in una delle tante ville e villette che costellano l'immaginaria Brianza sudamericana dello Stato del Maradagàl, si consuma il suo rabbioso e irreparabile odio, il suo inespresso e disperato amore nei confronti della «Signora», la madre..



Penso ora che quello era un giorno felice. Ma purtroppo è raro riconoscere i momenti felici mentre li stiamo vivendo… La felicità era per me protestare per te frugare nei tuoi armadi. Ma devo anche dire che abbiamo perduto quel giorno un tempo prezioso. Avremmo potuto metterci seduti e interrogarci vicendevolmente su cose essenziali. Saremmo stati probabilmente meno felici, anzi saremmo stati infelicissimi. Però io adesso mi ricorderei quel giorno non come un vago giorno felice ma come un giorno veritiero e essenziale per me e per te, destinato a illuminare la tua e la mia persona, che sempre si sono scambiate parole di natura deteriore, non mai parole chiare e necessarie ma invece parole grigie, bonarie, fluttuanti e inutili. Ti abbraccio.
Tua madre

Natalia Ginzburg,
Caro Michele

Caro Michele
Nelle grigie lettere a Michele, figlio sbandato, balordo, ed oramai fuggito lontano, Adriana scopre la sua spoglia incapacità di essere madre; e tutti gli altri personaggi, tutti esseri ugualmente orfani e appassiti, capaci di «respirare niente altro che la propria solitudine», rivelano quella zona di sé in cui «ognuno di noi è sbandato e balordo».

In Caro Michele (1973), romanzo metà epistolare e metà narrativo, Natalia Ginzburg ricompone così i giorni logori, desolati e senza meta di una famiglia sfasciata e dispersa, a cui non rimane niente altro che amare le proprie solitarie memorie.



Io gli giro intorno: con circospezione, con impazienza, con rabbia.

Adesso, gli giro intorno; un tempo invece lo assalivo. Ma anche adesso ogni tanto- raramente - sbotto. Allora lui mi guarda con la sua famosa calma e dice: - Tu mi manchi di rispetto!

Lalla Romano, Le parole tra noi leggère

Le parole tra noi leggère
Osservando il figlio che nel mondo sta "come fuori del mondo", una madre scava nella memoria e scrive, ma temendo di "avergli girato intorno, come nella vita".
Nell'intento, coraggioso e rischioso, di "leggere" e di comprendere il figlio e se stessa, ne Le parole tra noi leggère (1969) Lalla Romano racconta con "spietatezza" il diverso modo di amarsi - e di vivere - di una madre e di un figlio.



…Una volta nato non ti dovrai scoraggiare, dicevi: neanche a soffrire, neanche a morire. Se uno muore vuol dire che è nato, che è uscito dal niente, e niente è peggiore del niente: il brutto è dover dire di non esserci stato

Oriana Fallaci, Lettera a un bambino mai nato

Lettera a un bambino mai nato

Una donna, senza nome e senza volto, nell'attimo stesso in cui si accorge che dentro di sé esiste «una goccia di vita scappata dal nulla», si pone l'antico angoscioso «dilemma di dare la vita o negarla».

In Lettera a un bambino mai nato (1975) viene così a rappresentarsi il drammatico monologo di una donna sola e indipendente, per la quale la maternità non è né «un dovere morale» né «un fatto biologico», ma «una scelta cosciente».


Nel prossimo numero:

«Il Libro»:
Bufalino, Calvino, Eco, Galilei, Sciascia...

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http://www.italialibri.net - email: - Ultima revisione Gio, 26 feb 2004


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