Domenico Starnone

Nelle Novità, Silvia incontra Domenico Starnone, che parla del libro con cui «per caso» ha vinto il Premio Strega e della propria scrittura «vaga».

a modernità, insieme ai miti del progresso e all’utopia di un mondo che si può capire e controllare in ogni suo aspetto, ha portato con sé anche dubbi, ombre, paure; e, come spesso accade, sono proprio le cosiddette “culture subalterne” il luogo dove trovano espressione queste zone buie dell’esperienza umana. Nasce così il giallo, genere strettamente legato alle nuove realtà urbane e industriali; se infatti il mondo rurale per la letteratura ottocentesca era stato uno stimolo alla riproduzione realistica della realtà, la città, invece, con il suo intrico di vicoli e strade, con il frenetico sovrapporsi di esistenze che si sfiorano senza mai arrivare a conoscersi, diventa metafora di una condizione umana alienata, in crisi, sempre più governata dal caso e dalla paura.

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E così, la Napoli caotica e fatiscente del Cappello del prete di Emilio De Marchi diventa il teatro perfetto per un grottesco dramma umano e sociale, che sfocerà in un delitto di sangue; lo sfacelo degli antichi fasti partenopei è lo stesso che ha visto sgretolarsi tra dissipazioni e debiti di gioco la fortuna del barone Carlo Coriolano di Santafusca, e ritornerà ancora nei cupi incubi della sua mente sconvolta.

Giallo sui generis è il Pasticciaccio di Gadda; paradossalmente incompiuto, il romanzo, senza curarsi delle attese normali del comune lettore di gialli, lascia in sospeso la risoluzione del caso, per mettere in scena una Roma magmatica e confusa (“infernale”, la definì Calvino), una sterminata rete di relazioni variamente intrecciate, dove perdersi è inevitabile, e diventa anzi una sfida da accettare per riuscire a muoversi in un mondo sempre meno riducibile a schemi semplici e lineari. La vita è un guazzabuglio, un “gliuommero” inestricabile, e l’idea di un investigatore sagace in grado di scovarne il bandolo e risolvere il caso è solo un’utopia illusoria e disonesta.

Per Sciascia la terra d’origine, la Sicilia, è una presenza costante in tutta la produzione narrativa: terra amata e dolorosa, carica di contraddizioni, sfida continua e crudele alla disperata fiducia nella ragione umana cui, nonostante tutto, lo scrittore continua ad aggrapparsi. Se in altri romanzi Sciascia si rivolge al genere giallo come a uno scandaglio interiore o come a un metodo di ricerca storica (si pensi a La scomparsa di Majorana), nel Giorno della civetta esso diventa pretesto per un’analisi lucida e spietata della piaga più profonda nella società siciliana: la mafia.

Non è vero amore quello che affiora dalle pagine che Scerbanenco ha dedicato a Milano; è piuttosto una passione strana e indolente, che continua a legare Duca Lamberti, protagonista di molti suoi gialli, alla metropoli lombarda violentata dal boom economico, piombata nel vuoto di un benessere senza speranze. Venere privata è una delle tante possibili storie di questa realtà grigiamente spietata: un amore bruciato ai margini di un’autostrada, due solitudini che si incontrano per un momento soltanto, una vita troncata con disumana brutalità, un’altra che si vuole annientare nell’alcol e nello stordimento e, a legare tutti i pezzi del puzzle, l’umanità disillusa ma irriducibile di Duca Lamberti, investigatore più interessato ai sentimenti degli uomini che ai loro indizi esteriori.

Infine, lontano dalla città e dalla vita "normale", un'isola tenebrosa, un inferno in cui la società ha relegato i personaggi che non le sono graditi, coloro che sono, in qualche modo “diversi”. E per “diverso” s’intende chi della vita e della società ha una visione tutta sua, giusta o sbagliata che sia, ma comunque “diversa”. L’Isola dell’Angelo Caduto, di Carlo Lucarelli, è ciò in cui tutto avviene senza maschere, è la realtà “reale”, è ciò che sta dietro, è la copia del mondo in cui viviamo.

Inoltre

A cura della Redazione Virtuale, in collaborazione con la Libreria Ginzburg del comune di Bologna, in occasione del decimo anniversario dalla scomparsa, segnaliamo un breve contributo sull' L’attività letteraria di Natalia Ginzburg, che tratta alcuni dei temi fondamentali della poetica della scrittrice: la riscoperta del romanzo epistolare, il disfacimento della famiglia borghese, la memoria, il saggismo critico e le opere teatrali.

In appendice, sul caso Silone, un contributo di Andrea Paganini, Ignazio Silone e la serietà degli storici, lettera aperta in risposta al saggio Processo a Silone, di Giuseppe Tamburrano.

Vi ricordiamo inoltre la pagina che vi aiuterà nelle vostre ricerche bibliografiche. Potrete trovare i libri che cercate, collegandovi al Servizio Bibliotecario Nazionale (SBN). Sarà come poter accedere a tutte le biblioteche italiane più importanti in un colpo solo.

A cura della Redazione Virtuale de «La Libreria di Dora»

Milano, 15 novembre 2001
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Corse coll’occhio avidamente sulle colonne in cui erano scritti i numeri delle sue cartelle, banco di Napoli, rendita dello Stato, fondiaria, ferrovie meridionali, tramways napoletani, ecc., e in mezzo molte quietanze e boni di pegno, garanzie, piccole ipoteche, cambiali, pagherò, che tenevano tutto il posto d’un quaderno strappato, quello in cui il dottor Angelico parla dell’habitus operativus. Raccolse, strinse con un legaccio quel tesoro di carte unte, chiuse con un giro di stringa e lo nascose in un baule ferrato che teneva sotto il letto, legato con una catena al muro.
Emilio De Marchi
Il cappello del prete
Carlo Coriolano di Montefusca, ultimo rappresentante di una gloriosa dinastia della nobiltà partenopea, è schiacciato dai debiti di gioco e da un tenore di vita decisamente superiore alle sue reali possibilità: tutto ciò che gli rimane degli antichi fasti di famiglia, è un’antica villa, il cui decadente splendore è il segno tangibile di un’epoca ormai giunta alla sua fine, di un prestigio sociale perduto per sempre. In questo clima di cupa desolazione, nella mente del barone matura la decisione di compiere un delitto, l’unico gesto, estremo e disperato, in grado di salvarlo dalla rovina. Ma un oggetto banale e insignificante, un cappello da prete, tornerà a tormentarlo come un incubo funesto e diventerà, alla fine, la sua condanna.


Un profondo, un terribile taglio rosso le apriva la gola, ferocemente. Aveva preso metà il collo, dal davanti verso destra, cioè verso sinistra, per lei, destra per loro che guardavano: sfrangiato ai due margini come un reiterarsi dei colpi, lama o punta: un orrore! da nun potesse vede. Palesava come delle filacce rosse, all’interno, tra quella spumiccia nera der sangue, già raggrumato, a momenti; un pasticcio! con delle bollicine rimaste a mezzo. Curiose forme, agli agenti: parevano buchi, al novizio, come dei maccheroncini coloro rosso, o rosa. «La trachea,» mormorò Ingravallo chinandosi, «la carotide! la iugulare... Dio!»
Carlo Emilio Gadda
Quer pasticciaccio brutto de via Merulana
Francesco Ingravallo, detto “don Ciccio”, è un funzionario della squadra mobile di Roma, trapiantato dal Molise di cui conserva la parlata e la gestualità. Appassionato di filosofia, egli vede la realtà come un groviglio inestricabile di cause e concause: il caso su cui si trova ad indagare, sembra offrirgli un’ulteriore conferma. Liliana Balducci, donna benestante, bella anche se non più giovanissima, viene trovata sgozzata nel salotto del suo appartamento in via Merulana, dove viveva insieme al marito: proprio nello stesso palazzo, solo tre giorni prima, era stata compiuta una rapina ai danni della vedova Menegazzi. C’è un legame tra questi fatti?



"Voi ci credete alla mafia?"
"Ecco..."
"E voi?"
"Non ci credo"
"Bravissimo. Noi due, siciliani, alla mafia non ci crediamo: questo, a voi che a quanto pare ci credete, dovrebbe dire qualcosa. Ma vi capisco: non siete siciliano, e i pregiudizi sono duri a morire. Col tempo vi convincerete che è tutta una montatura. Ma intanto, per carità, seguite attentamente le indagini di questo Bellodi... E voi, che alla mafia non ci credete, cercate di fare qualcosa, mandate qualcuno: che sappia fare, che non pianti una grana con Bellodi, ma che... Ima summis mutare: capite il latino? Non quello di Orazio: il mio voglio dire."
Leonardo Sciascia
Il giorno della civetta
In un paese dell'hinterland palermitano viene ucciso Salvatore Colasberna, modesto impresario edile. Contemporaneamente scompare Paolo Nicolosi, di professione potatore. Il capitano Bellodi, giovane ufficiale dei carabinieri originario di Parma, affronta, assieme al maresciallo Ferlisi, la situazione con intelligenza e lucidità. Connette i fatti, fiuta l'angoscia della vedova Nicolosi, scarta la pista passionale, blandisce il confidente Parrinieddu. Da lui ottiene un nome e, in articulo mortis, una confessione epistolare. Confessioni e ritrattazioni, considerazioni fuori campo e voci di corridoi nei Palazzi romani, preparano poco a poco «l'iliade di guai» che finirà per annullare l'inchiesta. Scarcerati i colpevoli, trasferito il maresciallo Ferlisi, Bellodi, è spedito in licenza a casa. Italie diverse, a Sud e a Nord, fotografate all'alba d'un miracolo economico già denso di poteri occulti e speranze disattese.


Fino al processo credeva che doveva esistere un limite anche all’ottusità, poi si era convinto di aver sbagliato anche in questo. Solo la bravura dell’avvocato procuratogli da suo padre lo aveva salvato, almeno in parte, da tutti gli errori fatti, tre anni di carcere e la radiazione dall’Ordine dei medici erano poco. Aveva rischiato quindici anni, solo perché la signora Maldrigati non soffrisse oltre il terrore della morte. Morire è cento volte meglio di aver paura di morire, aveva tentato – ridicolmente – di spiegarlo al processo, alzandosi all’improvviso e gridando: «Gli occhi della signora Maldrigati divenivano di color viola appena vedeva il professor Arquate che le aveva fatto sapere la data della sua morte...»
Giorgio Scerbanenco
Venere privata
Duca Lamberti, ex medico appena uscito dal carcere dopo aver scontato un pena per un atto di eutanasia, grazie all’aiuto del commissario Càrrua, un vecchio amico e collega di suo padre alla polizia, trova un’occupazione temporanea ma assai ben retribuita: deve occuparsi della disintossicazione dall’alcool di un giovane appartenente ad una facoltosa famiglia brianzola, Davide Auseri. Ma da infermiere occasionale, Lamberti sarà inaspettatamente costretto a trasformarsi in investigatore: Alberta Redaelli, una giovane con la quale Davide ha trascorso alcune ore dopo averla incontrata per caso, è stata trovata priva di vita in un prato vicino a Metanopoli. Apparentemente si tratta di un suicidio: ma l’intuito e la sensibilità investigativa di Duca Lamberti lo spingono ad andare oltre le apparenze. Partendo da un minuscolo rullino fotografico che la Redaelli ha perduto nell’auto di Davide, Lamberti scopre tutto un mondo di degrado e sfruttamento, nel quale la povera ragazza era caduta senza rendersi conto di dove l’avrebbe portata.


Da allora, anche anni e anni dopo che gli eventi si furono conclusi, conclusi e mai dimenticati, ogni volta che guardava il mare, e vedeva la schiuma di un’onda spaccarsi su uno scoglio, e sentiva le gocce che si schiacciavano sul vetro della finestra a cui appoggiava la fronte, ogni volta, ovunque si trovasse, gli tornava in mente la notte che arrivò sull’isola. Era così buio quella notte che il cielo e il mare erano la stessa cosa, talmente neri e stretti e lucidi che sembrava di stare sospesi nel vuoto. E se serrava le palpebre, e le copriva con la mano, e premeva, forte, lo spazio che vedeva dietro agli occhi, cieco come quello in cui si formano i pensieri, era nero come quel mare e quel cielo, infinito e nero.
Carlo Lucarelli
L'isola dell'angelo caduto
Siamo nel gennaio del 1925: Mussolini sta pronunciando il suo discorso alla camera, assumendosi la responsabilità politica, morale e storica del delitto Matteotti. Ad indagare sulla morte di un uomo trovato cadavere in fondo ad una rupe dell'isola di Capo d'angelo viene mandato un giovane commissario senza illusioni, nè fascista, nè antifascista, una sorta di eroe involontario. Ad accompagnarlo è la moglie Hana, una donna resa folle dalla tristezza, dalla solitudine e dagli influssi malefici che l'isola sembra sprigionare. La verità galleggerà limpida, dopo la formulazione di assai variegate ipotesi, e risulterà feroce, diabolica e inaudita, come l'isola che l'ha generata. Un giallo avvincente, dalla narrativa intrigante e dall'ambientazione ossessivammente chiusa.



Nel prossimo numero:

«Dentro al cerchio magico»
Buzzati, Calvino, Collodi, De Amicis, Rodari...

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http://www.italialibri.net - email: - Ultima revisione Gio, 26 feb 2004


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