ome descrive il proprio romanzo oggi, a distanza di anni dalla sua uscita, l'autore de
Le Parole tra noi leggère?

«Una madre vuole comprendere suo figlio, ne avverte tutto il segreto, è affascinata dalla sua personalità complessa e istintivamente libera, lo sente al tempo stesso affine e diverso: il libro è un «giornale intimo» che si avvale di una documentazione tutta genuina».

Incontro Lalla Romano tra gli antichi libri della Biblioteca Nazionale Braidense di Milano dove, con Renato, il mio socio alla Libreria, mi sono recata ad ascoltarla, nell'ambito del progetto del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Scuole di lettura in biblioteca. Riusciamo ad ottenere dai lei la promessa di scriverci due parole di presentazione del libro che abbiamo intenzione di proporre nel mese di febbraio. Puntualmente, grazie all’interessamento di Antonio Ria, a cui vanno i nostri ringraziamenti più sentiti, riceviamo queste riflessioni, che siamo felicissimi di mettere in rete.

«A questo libro si accompagna in me un senso di colpa. È un libro lucido, trasparente; ma un ombra lo segue.

Io non riconosco la colpa di cui sono stata accusata, quella cioè di aver «usato» un essere umano: la colpa per eccellenza, secondo Kant. Se chi scrive sempre in qualche modo «usa» gli esseri e se stesso, allora sì, è vero. Ma nel mio caso c’è l’aggravante che la vittima è un figlio: il mio stesso figlio.

Nei casi di indagine su una colpa per lo meno presunta, si cerca il movente. Eccolo. Io sentivo la necessità, l’urgenza di dare forma (scritta) al personaggio che lui era. Comporre cioè un «ritratto dell’artista da giovane», quell’artista che lui non avrebbe mai accettato di essere. Tanto temevo la sua volontà perversa!

Avevo pensato, da principio, di fare parlare lui in prima persona. La finzione è lecita in letteratura, anzi è considerata necessaria, identificata addirittura col lavoro creativo; non però nel mio codice personale. Per me la veridicità è un aspetto della verità (poetica). Semplicemente, la veridicità non mi fa paura. So che in un senso più profondo è anch'essa illusoria. Ma per me è eccitante. Ed è quasi sacra: non posso violarla. Cioè potrei, ma non mi piace più, manomessa (cambiare i nomi, le circostanze e così via...).

Il ritratto diventò duplice: mio e suo, di me e di lui.

Lui collaborò alle mie scoperte documentarie: lettere, temi di scuola, disegni, eccetera. Però non mancarono, da parte sua - e il libro le conserva - precise interdizioni: «Vuoi un consiglio? Non scrivere su di me» e: «Io non voglio essere nominato!».

Fu leggerezza, non tenerne conto? C'era sempre in me quella determinazione, che io sentivo come un dovere: io che non amo né il termina né l’idea di dovere. Spettava a me dare concretezza alla misteriosa, elusiva immagine di lui.

Lui, così integro, così libero, avrebbe spezzato - ne ero sicura - la prevedibile meschinità dei giudizi sulla sua persona. Ma era un alibi. A tal punto mi immedesimavo con lui, da assumere la sua sorte. Deve essere questo il mio persistente senso di colpa.

Il libro fu molto amato, allora e poi negli anni, il che è stato perfino imbarazzante, per me. Lui detestò, rifiutò quell’amore: come se amassero un suo doppio e sottraessero a lui la sua vita.

***

Qualche tempo addietro una persona mi scrisse per domandarmi: «Se lei, dopo aver scritto il libro, avesse potuto sapere quanto sarebbe costato a suo figlio e a lei stessa, l’avrebbe pubblicato?» Io non mi ero domandata questo. L’intrusione nella vita non può cancellare l’altra verità, quella della poesia. Risposi: «Si».

Anche il libro è un figlio, per lo scrittore (uomo o donna). Questo è il dramma, irrimediabile. Ma è appunto vita, transitorietà. Forse non colpa, ma punizione.

***

Ho ripreso in mano il libro, l’ho aperto qua e là. È quasi insopportabilmente vivo. Però, pur essendo così appassionato, è un libro di pensiero. La sofferenza e anche l’allegria, il divertimento, sono contrappuntati da pensieri. Reazioni mentali che sovrappongono il mio mondo interiore allo svelamento del suo.

Del resto tutto è detto all’inizio, nelle prime righe («Tu mi manchi di rispetto!»). Dunque, sapevo.

Non c’è giustificazione. Non ci può essere. Il rifiuto di lui è coerenza, verità.

Ma il mio amore sbagliato, persecutorio, è il tema apparente del libro. Il vero protagonista è un sentimento più vasto. Un’amica triestina mi aveva suggerito come epigrafe un verso di Saba. Allora non ne compresi la purezza, anzi, la durezza. Mi pareva «troppo umano». È l’ultimo verso del sabiano Ulisse:

e della vita il doloroso amore.

Lalla Romano»

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