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Anna Maria Ortese (1914-1998)

E alla fine l'hanno capita anche i critici
(Redazione Virtuale)

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Anna Maria Ortese è tra i pochi scrittori italiani ad aver saputo praticare a livello altissimo la professione del giornalista, dell'inviato; ha saputo raccontare l'Italia del suo tempo, e non solo l'Italia, come pochi altri nostri scrittori e pochissimi giornalisti. La critica italiana e internazionale la pone oggi, con il suo spirito audace e visionario, tra le figure più grandi della letteratura europea, al pari della della Morante, della Woolf e della Mansfield.

    «I più bei giorni della mia vita cominciarono in questa città i primi di novembre.
    Sono trascorsi da quella data vari anni, e con essi è trascorsa la mia breve giovinezza e la sua felicità.»
    [Anna Maria Ortese, Poveri e semplici]

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onsiderata oggi dalla critica italiana e internazionale una tra le massime scrittrici del nostro Paese, Anna Maria Ortese nasce a Roma il 13 giugno 1914, figlia di genitori del Sud. Oreste, impiegato governativo, siciliano di genitori campano-calabresi e Beatrice Vaccà, napoletana di genitori romano-carraresi.

A partire da subito – il padre viene richiamato alle armi nel 1915 – Anna Maria vive una vita vagabonda e di grandi difficoltà economiche, che la porterà a cambiare, nel corso di 84 anni, trentasei residenze in dieci città diverse. La famiglia (la madre, la nonna, tre fratelli maggiori, e un gemello dell’Ortese), si trasferisce prima in Puglia, quindi a Portici. Da lì, alla fine della guerra, a Potenza, dove Oreste, reduce dal conflitto, è stato riassegnato. Da lì, nel 1925, a Tripoli (Libia), per una breve e insulsa avventura coloniale e quindi, nel 1928 a Napoli, nella casa che verrà descritta nel romanzo autobiografico Il porto di Toledo.

Gli studi di Anna Maria si sviluppano in maniera estremamente irregolare: abbandona la scuola per sostituirla con delle lunghe passeggiate. In compenso si occupa di svolgere i compiti dei fratelli e legge tantissimo.

Nel 1933, la morte del fratello, annunciata da una lettera dalla Martinica dove la nave di Emanuele Carlo, marinaio mercantile, aveva fatto tappa, la sprofonda nel dolore, da cui emerge scrivendo un testo che verrà pubblicato dalla rivista «Italia Letteraria», che la rivelerà al pubblico italiano come scrittrice promettente.

La collaborazione con la rivista continua sotto la direzione, in un primo tempo, di Corrado Pavolini e quindi di Massimo Bontempelli, che patrocinerà nel 1937 presso Bompiani l’esordio letterario di Anna Maria con la raccolta di racconti Angelici dolori. Lo stesso anno morirà il fratello gemello della scrittrice, ucciso in Albania dal proprio attendente. Atro dolore.

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Bontempelli e la Masino le trovano un lavoro come correttrice di bozze al «Gazzettino» di Venezia. Nei suoi spostamenti, passa da Firenze e da Trieste, dove nel 1939 vince i Littoriali femminili di poesia, classificandosi anche seconda nella narrativa.

La guerra e la necessità di sopravvivere la portano in vagabondaggi sempre più frenetici su e giù per la Penisola («avevo attraversato tutta l'Italia in mezzo alla rovina e all'inferno»), che termineranno, alla fine del conflitto, nella vecchia casa di Napoli, semi-diroccata e già occupata da altri sfollati. Sono gli anni di una fame non metaforica ma reale, di lavori occasionali e anche di giornalismo, alla collaborazione con «Sud» e al rapporto con gli amici che la scrittrice ritrarrà nei suoi racconti-réportage. Sempre in movimento, a Roma frequenta il salotto di Maria Bellonci, dove conosce nuove persone e allarga il giro delle collaborazioni. I racconti che pubblica su «Milano-sera» vengono raccolti nel volume L’infanta sepolta (1950).

Collabora con il «Corriere di Napoli» abbastanza da sopravvivere e con «Il Mondo», dove pubblica nuovi racconti che descrivono la questione meridionale, guadagnandosi l’ammirazione del Presidente Luigi Einaudi, che le procura l’ospitalità per qualche mese da parte dell’Olivetti di Ivrea. Qui porta a termine gli ultimi racconti de Il mare non bagna Napoli, pubblicato da Vittorini ne I Gettoni della casa editrice Einaudi nel 1953. L’insistenza di Vittorini per pubblicare i nomi autentici dei personaggi che animano il racconto Il silenzio della ragione, scatenerà una polemica lunga e accesa con i suoi amici di un tempo. Anche gli ambienti dell’intelligentia legati all’allora Partito Comunista accolgono la prosa della Ortese come una critica nei loro confronti. Un viaggio a Mosca insieme con le donne del PCI si rivela disastroso, per l’atteggiamento ostile mostrato dalle compagne nei confronti della scrittrice. In compenso il libro si aggiudica il premio Viareggio (insieme a Novelle dal ducato in fiamme, di Gadda) e arriva anche il premio Saint Vincent per il giornalismo.

Nel 1958 pubblica il libro Silenzio a Milano, che rappresenta il bilancio della sua attività di giornalista sulle colonne dell’«Europeo» e dell’«Unità» e, nello stesso anno esce con Mondadori I giorni del cielo, un’antologia delle prime due raccolte di racconti.

In un solo mese, alla fine del 1960, imposta due libri di argomento milanese – Poveri e semplici, che uscirà per Vallecchi nel 1967, aggiudicandosi il Premio Strega, e Il cappello piumato e quindi, trasferitasi a Roma, scrive il romanzo L’iguana, che apparirà a puntate sulle pagine de «Il Mondo» (1963) e poi in libreria con Vallecchi nel 1965. Nel simbolismo allegorico del racconto, la scrittrice ancora una volta espone la propria posizione critica nei confronti della società, soprattutto verso quella parte più sensibile, pronta a perdersi dietro a facili entusiasmi sociali ma incapace di portare a termine alcunché di coerente.

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Ancora con Vallecchi pubblica due raccolte di racconti – La luna sul muro (1968) e L’alone grigio (1969) – e quindi, in prospettiva di un trasferimento con Rizzoli, si appresta a scrivere quello che a lungo considererà la sua ultima fatica, il monumentale, autobiografico Il porto di Toledo – la stesura del quale impiegherà sei anni – e verrà pubblicato solo nel 1975.

    «A ritardare la sua fama è stata [...] la cecità della critica di fronte alle prime edizioni dei romanzi L’Iguana (1965) e Il porto di Toledo (1975), libri che pretendevano troppo anche da intellettuali all’epoca ammaliati da pesi letterari più leggeri. Gli editori invece la stimarono sin dall’inizio, e la Ortese li tradì metodicamente. Si impegnava con uno, ma intanto contrattava di nascosto con un altro, sempre in ansia di vendere le proprie opere al di sotto del loro vero valore. Sfilano così nella sua bibliografia tutti i nomi importanti: Bompiani, Einaudi, Laterza, Mondadori, Vallecchi, Rizzoli, Adelphi. Con devozione e con ammirevole pazienza gli editori aspettavano le opere promesse, desideravano vedere nuovi dattiloscritti che la Ortese con puntuale infedeltà faceva finire sulla scrivania di un altro.» Franz Haas, La Ortese nel porto di Adelphi in «Belfagor», LVIII, 2 (Firenze 2003)

Monumentale romanzo di formazione di cinquecento e più pagine, Il porto di Toledo è per molti versi assimilabile a La cognizione del dolore di Carlo Emilio Gadda, sia per le atmosfere di sapore ispanico che fin dal titolo pervadono il racconto, sia per il linguaggio elaborato, al limite dello sperimentalismo, sia per la capacità di sviscerare con una leggera ironia il più straziante dolore. Alla base la Ortese gioca con una vecchia fantasia di famiglia, contenente forse una punta di verità, che vuole il suo cognome derivare da “Ortez”.

«Per il suo romanzo peggiore [Poveri e semplici Ndr.] – scrive ancora Franz Haas – riceve nel 1967 il più grande premio letterario d’Italia, e quando esce nel 1975 la sua opera maggiore non viene recensita da nessun giornale del Paese.» (Descrizione del dolore, in «Linea d’Ombra», IX, 6, (Milano 1991).

L’impossibilità di trovare un alloggio decente, ancorché sufficientemente tranquillo per il lavoro di uno scrittore, il continuo assillo dei problemi economici, nonostante il successo raccolto da Il mare non bagna Napoli, la portano a trasferirsi da Milano a Roma e quindi ancora a Rapallo e finiscono con l’influire sul suo precario equilibrio nervoso.

Anche Il cappello piumato, scritto dieci anni prima, trova finalmente la via delle stampe per i tipi di Mondadori, nel 1979. Ma è solo a metà degli anni ‘80 che la vita di Anna Maria conosce una svolta, nell’incontro della scrittrice con l’editore Adelphi, presso il quale, su segnalazione di Pietro Citati, esce prima la ristampa de L’iguana (1986) e quindi la raccolta di racconti In sonno e in veglia (1987).

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Nel 1991 esce ancora per Marcos y Marcos La lente scura, un libro di scritti di viaggio. Ma il successo arride alla scrittrice tardivamente. Nel 1993 la Ortese ha 79 anni. Quando appare Il cardillo addolorato, «il libro che dopo una lunghissima e dolorosissima stagione di silenzio le aveva dato quegli onori e riconoscimenti che le erano sempre mancati» (Elisabetta Rasy), è acclamato dalla critica e dal pubblico, che ne fa un bestseller.

E’ quindi la volta dell’ultimo romanzo della maturità di Anna Maria, Alonzo e i visionari (1996), e del libro-diario Corpo celeste (1997). Nello stesso anno la giuria del Campiello le assegna il premio alla carriera.

La casa editrice Empiria dell'editore Marisa Di Iorio pubblica intanto le sue raccolte poetiche: Il mio paese è la notte (1996) e La luna che trascorre (1998).

Il 10 marzo 1998 Anna Maria Ortese si spegne all’ospedale di Rapallo, in seguito a un collasso cardiocircolatorio, dopo aver passato gli ultimi mesi di vita nell’impegnativo e febbrile lavoro di riedizione de Il porto di Toledo, che esce di nuovo, postumo, lo stesso anno, per Adelphi.

Anna Maria Ortese è «[...] tra i pochissimi grandi scrittori italiani ad aver saputo praticare, volente o nolente, a livello altissimo, la professione del giornalista, dell'inviato; ha saputo raccontare l'Italia del suo tempo, e non solo l'Italia, come pochi altri nostri scrittori e pochissimi giornalisti» (Goffredo Fofi, Strade maestre. Ritratti di scrittori italiani, Donzelli, 1996)

La sua figura è ancora poco nota e studiata, rispetto alla validità e alla profondità della sua opera; questa spesso viene affiancata a quella della Morante, per la sua capacità di rappresentare situazioni che si avvicinano alla sensibilità neorealista dal punto di vista contenutistico, ma con un’elaborazione stilistica che l’avvicina molto di più al realismo magico dei maestri ispano-americani, con i quali il paragone forse sarebbe più calzante.

Lo stile della scrittrice si caratterizza per il suo sperimentalismo, per la sua costante ricerca estetica, senza tuttavia cedere alla tentazione di una forma ermetica o eccessivamente avanguardista. L’isolamento e la solitudine patiti lungo tutta la sua esistenza, insieme alle umiliazioni e ai lutti, nella vita privata come in quella letteraria, ne fanno un personaggio difficile e per tanti versi scomodo, capace di critiche e posizioni molto dure, in un Paese in cui la vita intellettuale è sempre stata caratterizzata dallo schieramento ideologico: se ciò ha fatto sì che ancora essa sia poco conosciuta dal grande pubblico dei lettori, non ha impedito alla sua opera di ottenere il meritato riconoscimento critico, benché ancora oggi Anna Maria Ortese sembri ottenere un maggior successo all’estero.


Per esprimere la tua opinione e partecipare al dibattito aperto innescato su questo autore:



NOTE
Le immagini (dall'alto):
L'Ortese nei giorni di Rapallo.
Con Pasquale Prunas, ai tempi di «Sud»
Foto di gruppo a casa Prunas. L'autrice è l'unica figura femminile presente.
Anna Maria Ortese ritratta a Roma.



BIBLIOGRAFIA
Monica Farnetti, Cronologia in Annamaria Ortese Romanzi, Vol I, La nave argo, Adelphi, 2002
Goffredo Fofi, Strade maestre. Ritratti di scrittori italiani, Donzelli, 1996
Franz Haas, La Ortese nel porto di Adelphi in: «Belfagor», LVIII, 2 (Firenze 2003)
Luca Clerici, Apparizione e visione. Vita e opere di Anna Maria Ortese, Mondadori 2005
Franz Haas, Descrizione del dolore, in «Linea d’Ombra», IX, 6, (Milano 1991)
Elisabetta Rasy, Il mattino, 8 febbraio 2008
Per una esauriente rassegna critica della figura e dell'opera di Anna Maria Ortese, vedasi anche il blog di Giorgio Di Costanzo «In sonno e in veglia»

Milano, 2008-02-12 18:45:06

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«Ci limiteremo dunque a ricordare che questo nostro tentativo di storia del romanzo cerca le sue ragioni di legittimità e di coerenza nel proporsi come una storia del personaggio narrativo, di quello che abbiamo convenuto di chiamare il personaggio-uomo, cioè il rappresentante di una particolare specie zoologica, non classificata né registrata dalla storia naturale, perché è reperibile solo in un folto, intricato continente, del quale non si trova cenno o figura in nessun atlante, o libro di geografia, dal momento che a formarlo concorrono unicamente le pagine dei romanzi e dei racconti.»

(Giacomo Debenedetti, Il romanzo del Novecento)

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