ALBERTO ARBASINO, PROTAGONISTA DELLA NEOAVANGUARDIA LETTERARIA E ASSOCIATO AL GRUPPO 63, AUTORE DI FRATELLI D'ITALIA E DI NUMEROSI LIBRI DI VIAGGIO

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Alberto Arbasino (1930)


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ato a Voghera (PV) nel 1930, laureato in diritto internazionale all'Università di Milano, Alberto Arbasino ha pubblicato il suo primo racconto nel 1955, su «Paragone» — Distesa d’estate, che sarebbe entrato a far parte della raccolta Le piccole vacanze (1957) — «in cui già si delineano i temi della sua produzione successiva: dal clima di chiusura della provincia italiana postbellica all’atmosfera pettegola delle ville e dei salotti al viaggio, inteso da un lato come diporto, divagazione turistica e dall’altro come pretesto per una critica sociale e culturale». (le garzantine. Letteratura, Garzanti 1999).

Collaboratore di alcune importanti riviste come «L'illustrazione italiana», «Officina», «Il Mondo», «Tempo presente», «Il Verri» e di alcuni periodici e quotidiani nazionali come l'«Espresso» e il «Giorno», è stato redattore del «Corriere della Sera» e scrive su «Repubblica» dal giorno della sua fondazione.

È stato uno dei protagonisti dell’avanguardia letteraria degli anni ‘60 e del Gruppo 63, ed è uno degli scrittori italiani contemporanei più fertili e più stimati all’estero. Con Alberto Arbasino «siamo finalmente in presenza di un narratore che la nascente neoavanguardia può adottare, far proprio, indicare come esempio» (Barilli, La neoavanguardia italiana, il Mulino 1995).

È a volte considerato uno scrittore barocco, ma la definizione non lo soddisfa perché il barocco rifugge dall’effetto violentemente sgradevole che Arbasino spesso persegue. Ecco perché l’autore si considera al contrario uno scrittore espressionista.

La strada percorsa da Arbasino è, inizialmente, solitaria, nonostante le proposte di cuginanza avanzate a Pier Paolo Pasolini e Giovanni Testori. (I nipotini dell'ingegnere, 1960; «Il Verri», N. 1, pp. 185-210 — anche in Sessanta posizioni). Includendo nella triade anche se stesso, intendeva la comune discendenza dalla tradizione poetica di Carlo Emilio Gadda.

Il riferimento è al discorso parlato, spesso contaminato dai dialetti locali, che nelle loro opere questi autori piegano al proprio volere, per raggiungere obiettivi poetici, sociali e mistici propri. Ma la proposta in realtà è debole. Arbasino, di dieci anni più giovane dei compagni, ha accolto nel proprio modo di scrivere le raccomandazioni del nouveau roman, relative «a una dimensione interamente rovesciata sul fuori» (Barilli), piuttosto che a una esplorazione introspettiva o, peggio, sociologica.

Il ragazzo perduto, una delle prove di Arbasino più importanti e incisive, viene pubblicato per la prima volta nel 1959 da Feltrinelli come racconto lungo, in un’edizione di racconti; quindi nel 1966 (Feltrinelli) con il suo titolo definitivo, Anonimo lombardo e verrà successivamente ripubblicato nel 1973 da Einaudi e infine, 1996, da Adelphi, secondo un'abitudine di revisione e riscrittura che interesserà quasi totalmente l'opera di Arbasino. Si tratta di un romanzo epistolare ambientato nella Milano miracolistica degli anni ‘50, in cui un intellettuale condivide con il lettore, le ansie di un amore omosessuale, somministrate in parti uguali insieme alle riflessioni sulla poetica del romanzo che sta scrivendo, a metà tra la farsa e il trattato critico-letterario.

Già in questo libro l’io narrante di Arbasino, è orientato a stabilizzarsi a quote più elevata, rispetto a Pasolini e a Testori. Compensa con il ricorso al frivolo il pericolo di apparire saccente o, peggio, pedante, ma non esita ad arraffare strada facendo e accumulare a dismisura una zavorra di riferimenti colti, spesso a scapito dello stesso flusso narrativo, che si armonizza metaforicamente con l’euforia neoconsumistica degli anni di boom economico in cui il romanzo si svolge.

Con Parigi o cara (Feltrinelli, 1960, Adelphi 1996), un invito alla riscoperta della Parigi letteraria e artistica degli anni 50-60, Arbasino si rivela un cronista di rango, al livello della sua eccezionale facoltà di osservazione e, soprattutto, di ascolto, con il suo modo leggero, ironico e bizzarro di riportare le affermazioni dei suoi illustri interlocutori.

Ma è Fratelli d'Italia, (Feltrinelli, 1963, Einaudi 1976, Adelphi 1993) il libro che lo accrediterà e che gli spalancherà le porte del Gruppo 63. «In esso l’Autore cerca di conciliare i due corni del suo problema, cioè di portare, da un lato, a un’espansione inaudita l’accumulo, il descrittivismo, l’elenco; ma di assicurare, dall’altro, un minimo di struttura, di architettura, di criterio distributivo tra questi cerchi e gironi di una sua “commedia” all’altezza dei tempi» (Barilli).

«Mentre scrivevo Fratelli d'Italia, nei primi anni Sessanta, scoppiarono cabale atroci e ridicole, perché il vecchio Establishment (o sistema di potere) letterario si sentiva minacciato nei posti e negli stipendi dal Gruppo 63, e si offendeva per le mancanze di rispetto ai vecchi di riguardo nelle cronache culturali che tenevo sul «Mondo» e sul «Giorno.» (Alberto Arbasino, Giorgio Bassani. Quando ci vedevamo da Feltrinelli, «la Repubblica», 19 febbraio 2003)

Segue, nel 1964, Certi romanzi (Feltrinelli, Einaudi 1977), sorta di journal che ripercorre i motivi teorici che stanno dietro Fratelli d'Italia.

L’opera di Arbasino vive dell’osservazione distaccata della realtà, elitaria, beffarda, sempre pronta a disinpegnarsi nell’ironia. Una critica che non costruisce né distrugge, ma è strumentale a un ipertrofico sfoggio di erudizione, un accumulo sfrenato di cultura, anche questo soggetto ad ironia e sbeffeggio. In breve, nulla, nella prosa di Arbasino va preso sul serio, tranne l’impegno a non prendere sul serio alcunché.

Sempre nel 1964 escono due racconti: La narcisata, ovvero, Una notte nel demi-monde, e La controra, ovvero La mattinata delle Marie (Feltrinelli, 1964). Quindi, Grazie per le magnifiche rose (Feltrinelli, 1965) mentre nel 1966 appare con il suo titolo definitivo l’edizione aggiornata de L'anonimo lombardo (Feltrinelli).

Del 1968 sono Off-off (Feltrinelli) e Due orfanelle: Venezia e Firenze (Feltrinelli), mentre nel 1969 appare Super-Eliogabalo (Feltrinelli; Einaudi 1978; Adelphi 2001), un libro, insieme surrealista ed espressionista, nato per una possibile trasposizione cinematografica e ispirato dal culto di Antonin Artaud, un autore che riviveva in quel particolare momento un acceso interesse nell’ambito del teatro off. È Arbasino stesso a descriverlo come «la trama finita male di un giovane facoltoso rivoluzionario in lotta contro ben quattro madri terribili, tutte anni Trenta e Parioli, volpi bianche e telefoni bianchi, e in polemica col Pontefice, un personaggio drammatico perché a capo di una gang di produttori di miracoli, però essendo l'unico a credere davvero in Dio. Ma non potendolo confessare a nessuno, per non venir preso in giro dai dipendenti. (Eliogabalo finisce come Gianciacomo, ma prima)» («Corriere della Sera» del 17/3/2002).

Del 1971 sono Sessanta posizioni e Le piccole vacanze (Feltrinelli).

Ma sono ancora il cinema a la possibilità di fare un film a ispirare la stesura de Il principe costante, (Einaudi, 1972), nato come testo per il Teatro del Porcospino, l’avventura teatrale di Alberto Moravia e Dacia Maraini, e concepito inizialmente per la regia di Luca Ronconi. Carmelo Bene, reduce da una permanenza a Fez, in seguito se ne innamorò e si appropriò del progetto. Ma in questo caso le luci della ribalta elusero le fortune del testo.

Ben diversamente erano andatate le cose con La bella di Lodi, portato in libreria da Einaudi (1972), che nel 1963 era stato oggetto di una trasposizione cinematografica. Il film venne diretto da Mario Missiroli, che era stato assistente di Valerio Zurlini, ma Arbasino partecipò alla sua genesi fin dalle fasi del trattamento e della sceneggiatura e sedette a fianco del regista durante le riprese.

Scritto nel 1974, Specchio delle mie brame, (Einaudi; Adelphi 1995) si propone come trattatello del kitsch all'italiana, uno sciocchezzaio personale, un' implacabile raccolta dei luoghi comuni e dei conformismi intellettuali dell'Italia degli anni '70-'80.

Quindi, quasi un libro all'anno: Fantasmi italiani, Cooperativa scrittori (1977); In questo Stato (Garzanti, 1978); Luisa col vestito di carta (Emme, 1978); Un paese senza (Garzanti, 1980); Trans-Pacific Express (Garzanti, 1981); Matinée (Garzanti, 1983); Il meraviglioso, anzi (Garzanti, 1985); La caduta dei tiranni (Sellerio, 1990).

Nel 1994 riceve il premio Bagutta per la riscrittura di Fratelli d’Italia, giunto alla rispettabile mole di oltre 1300 pagine, da quella già considerevole di circa 700, della prima stesura del 1963. Pubblica Mekong (Adelphi), vincitore nel 1995 del premio Grinzane Cavour, un libro che ripercorre la storia dei tre paesi che furono devastati durante la guerra in Indocina: Cambogia, Laos e Vietnam.

Ancora viaggi e letteratura, Lettere da Londra (Adelphi, 1997), raccolta di articoli scritti per il «Mondo» di Pannunzio, che mostra da vicino mostri sacri della letteratura e del teatro come Forster, Auden, Isherwood, Spender, Olivier, Guinness e molti altri, e il reportage condotto in Birmania del 1996 per conto di «Repubblica», pubblicato nel volume Passeggiando tra i draghi addormentati (Adelphi, 1997).

In Paesaggi italiani con zombi, Adelphi, 1998 Alberto Arbasino veste i panni del censore dell’Italia contemporanea e parla severamente di superficialità, di condiscendenza, di complicità, di vetero-provincialismo, di parassitismo, d’egoismo, d’ignoranza, di vacuità, di chiacchiera al posto del discorso, dell’oscenità che rimpiazza l’umanità intellettuale. Una bella tirata d'orecchi.

Nel 2000 con Le muse a Los Angeles (Adelphi, 2000) — sui santuari new wave dell’arte, ma soprattutto sul nuovo, colossale Getty Center — vince il premio P.E.N. Italiano.

Del 2001 è Rap! (Feltrinelli), una raccolta di composizioni quasi-poetiche, un concerto scatenato di temi, dalla cultura al trash, a ritmo di... rap, appunto. Settantun’anni, ma non li dimostra. Con questo libro l’autore, che da molti anni vive a Roma, ha ricevuto il premio Ennio Flaiano per la satira.

Geniale.

Milano, 04.12.2002
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Alberta Gossi (hymanlypman@yahoo.com), Cagliari, 16/05/'04

Alberto Arbasino ha parlato del basso livello dei romanzi italiani: brutti e cari. Si può aggiungere un altro agghiacciante aggettivo: conformisti.


Karen, (karenjudy@hotmail.com), Vicenza, 12/10/03

avrei voluto scrivere riguardo all'autore di cui ho appena letto la biografia: Alberto Arbasino. Ciò che mi interessa è, sempre se fosse possibile, una spiegazione riguardo a una frase detta da lui stesso "I NOSTRI LIBRI SONO I PIU' CARI E I PIU' BRUTTI D'EUROPA". Chiedo a chi sicuramente lo conosce meglio di me il contesto e il perchè di una tale affermazione, visto che la trovo piuttosto pessimista, riduttiva nonchè estremista. Grazie.




http://www.italialibri.net - email: - Ultima revisione Mer, 31 ott 2007

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