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Riccardo Bacchelli (1891-1985)


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norme, ingombrante Bacchelli. La sua vita e la sua opera si estendono per quasi tutto il XX secolo; la seconda, per vastità e varietà, forse non ha uguali nell’intero panorama italiano. Per coloro che le hanno seguite, i ricordi più vivi sono quelli delle interminabili puntate dello sceneggiato (negli anni '60 la fiction televisiva si chiamava così) tratto dal suo romanzo-saga Il mulino del Po, con un corrucciato Raf Vallone e l’acre bellezza di Ornella Vanoni.

E, sempre in televisione, lo ricordiamo partecipe di trasmissioni culturali, a testimonianza del fatto che il già anziano scrittore era attentissimo alle risorse offerte dai moderni mezzi di comunicazione. Ma il suo rapporto con la modernità presa, per così dire, di contropelo, datava fin dagli esordi: dalle sperimentazioni come poeta, alieno dal Futurismo e dagli altri -ismi d’inizio secolo, al primo romanzo, un’opera a tinte erotiche: Il filo meraviglioso di Lodovico Clo (1911), allo scabro psicologismo della Città degli amanti (1927), dalle preoccupazioni storiche e politiche de Il diavolo al Pontelungo (1927), per passare a Il mulino del Po (1938-40), che vuol essere insieme storia ciclica d’una famiglia (e dell’Italia) fra le guerre napoleoniche e la Prima guerra mondiale, la narrativa di Bacchelli s’è tinta di tutte le tematiche attuali, seppur attraverso il filtro di un conservatorismo d’antico stampo, come se sotto risentimento del moralista cattolico covassero un fatalismo e uno scetticismo terragni, etruschi.

Passato per un intermezzo di variazioni su storie bibliche o d’ispirazione religiosa con le opere che vanno da Il pianto del figlio di Lais (1945) al Il coccio di terracotta (1966) l’autore riapproda a temi e ispirazioni di rottura con L’Afrodite (1969), altra storia d’amore degna di quelle della prima maturità, e Il sommergibile (1978), suo estremo romanzo, giudicato dalla critica, per la sua scostante sperimentalità, una delle sue opere più riuscite.

A fare da pendant alla narrativa, testi per musica, libri di viaggi (Bacchelli era anche un eccellente inviato speciale, e un patito d’automobili), scritti di critica musicale, opere teatrali, e ancora, a novant’anni, un ritorno ai versi (In grotta e in valle, 1980), quasi a suggellare una carriera inimitabile sottolineando che la sua essenza più intima e vera restava quella di poeta. Sperimentatore senza parerlo, attento alle ricchezze e sottigliezze della lingua, tormentato e in apparenza impassibile, Bacchelli ha incarnato l’anima più autentica della cultura italiana, quella, sia detto senza intenti riduttivi, provinciale.

Altri autori avranno cavato migliori effetti dalla commistione di saggistica e romanzo, di storia e di attualità, altri avranno scritto versi più felici o reportages più suggestivi, altri avranno reinterpretato con maggior sagacia generi dimenticati. Di Bacchelli si ammira, in un’opera così variegata, paradossalmente, l’unità d’accenti, la solenne coerenza.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 22 gennaio 2002

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