NELLE SUE OPERE IMPRONTATE AL CANONE DEL ROMANZO NATURALISTA, LUIGI CAPUANA DESCRISSE LA VITA CHE OSSERVAVA INTORNO A SE'

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Luigi Capuana (1839-1915)


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uigi Capuana nasce a Mineo, in provincia di Catania, nel 1839, figlio primogenito di Gaetano Capuana e di Dorotea Ragusa. La famiglia Capuana possedeva notevoli proprietà terriere, amministrate con severità dal fratello maggiore del padre, Antonio, che era l’autorità morale dell’intera famiglia. Le due sorelle del padre, Marianna e Mimì, insieme alla mamma di Luigi, si occupavano dei problemi domestici sia in paese, che in campagna, nella grande vialla di S.Margherita, dove tutta la famiglia si trasferiva nei giorni di vacanza e nei mesi autunnali della raccolta delle olive.

Da piccolo Luigi Capuana aveva una voce così limpida e viva, che gli fruttò il ruolo di recitatore di poesie dialettali, di versi amorosi in feste patronali e ricorrenze familiari. Prese anche parte ad alcune sacre rappresentazioni, una prima volta nelle vesti di Gesù Bambino ed una seconda volta in quelle della Madonna.

Tra i quattro e i dieci anni andò a scuola a pagamento da un maestro insieme ad altri dieci scolari. Le lezioni si svolgevano durante la mattinata in uno stanzone della casa del maestro. Molte erano le occasioni di distrazione: «le risate più belle – ricordava lo stesso Capuana – le facevamo quando il maestro, che amava parlare in punta di forchetta, pretendeva si parlasse italiano anche noi. L’intenzione era buona, ma a noi non garbava e le si diceva grosse.» I suoi rapporti con la scuola e lo studio inizialmente non furono positivi: a dieci anni leggeva ancora sillabando.

Passò poi a frequentare le scuole comunali di Mineo, gestite dall’ordine religioso dei gesuiti. Queste scuole comprendevano i corsi di «Grammatica, Umanità e Rettorica». Iscritto al corso di grammatica, Capuana non dimostrava entusiasmo neanche per i nuovi studi. A volte entrava in aula stanco e sudato per essersi accapigliato fino a poco prima con gli altri ragazzi. Svagato e distratto, fu classificato tra gli scolari troppo vivaci e negligenti, e non portò mai a casa nessun premio. A rendere ancora più deprimenti le ore di scuola contribuiva anche la frusta, che qualche maestro usava regolarmente per tenere la disciplina.

A dodici anni venne iscritto al Real Collegio borbonico di Bronte, uno dei collegi più noti e prestigiosi della Sicilia, che allora faceva parte del Regno borbonico delle due Sicilie. In questo periodo ebbe inizio il suo interesse per la letteratura e la lingua italiana, che avrebbe preferito d’ora in avanti a tutte le altre materie. Cominciò a sviluppare inoltre una viva curiosità per molti campi del sapere, ma anche per la magia e le superstizioni della sua terra, per il suggestivo mondo dello straordinario. Durante la permanenza nel Real Collegio di Bronte fece le sue prime prove come scrittore. Scrisse infatti poesie in onore della Madonna; pubblicò un giornaletto tra il serio e l’umoristico; scrisse infine una commedia che faceva la caricatura delle abitudini dei suoi insegnanti.

Nel 1855, a sedici anni, Luigi Capuana lasciò il collegio per ragioni di salute. Tornato a casa, continuò lunghe e difficili letture, con cui sperava di acquistare un sufficiente dominio della lingua italiana.

S’innamorò di Maria Blanciardi, una ragazza di tredici anni, morta poi giovanissima di tubercolosi, e poco più tardi di una graziosa popolana, Sebastiana Conti. Per lei Capuana scrisse versi; per lei incise un profilo che ebbe poi sempre caro. La famiglia Capuana si oppose però alla possibilità di un matrimonio fra Luigi e Sebastiana e così quattro anni più tardi, la famiglia della ragazza la fece sposare con un marito considerato adatto.

A diciotto anni Capuana entrò, per volere della famiglia, nella facoltà di Giurisprudenza del Siculorum Gymnasium di Catania. Durante gli anni dell’Università, però, più che agli studi giuridici, che non l’avevano mai interessato , continuò a dedicarsi allo studio degli scrittori classici e in particolare di Dante, Virgilio e Ariosto..

A Catania Capuana conobbe e diventò amico di Leonardo Vigo, che fu il primo appassionato raccoglitore di canti popolari siciliani. Per lui trascrisse canti popolari di Mineo e dei paesi vicini; con lui collaborò al faticoso lavoro tipografico; nei suoi confronti inventò anche uno scherzo affettuoso. Gli presentò infatti alcuni canti di epoca normanna, interamente inventati da lui, su imitazione dei veri canti normanni, facendogli credere che fossero autentici. E Vigo, e molti altri esperti di canti popolari, credettero davvero all’autenticità dei canti del Capuana, con suo grande divertimento.

Alla fine del 1859, Capuana riuscì a convincere lo zio Antonio che era inutile fargli studiare legge ad ogni costo. Potè così anbbandonare l’Università e tornare a Mineo, dove collaborò alla preparazione della spedizione dei Mille. Infatti, fin dai primi anni dell’Università, che pure era sottoposta ad un rigido controllo poliziesco, Capuana aveva accolto con interesse prima, con entusiasmo poi, le nuove idee di indipendenza, di libertà e di unità dell’Italia. Nel 1861, a Unità d’Italia avvenuta, Capuana andò per la prima volta a Firenze. Da qualche tempo ci vivevano due suoi quasi coetanei di Catania che avevano cominciato a far parlare di sè: il pittore Rapisardi e lo scrittore Giovanni Verga.

A Firenze in un primo tempo Capuana passò gran parte delle sue serate al caffè Michelangelo che era diventato il ritrovo preferito degli artisti e soprattutto dei pittori. Cominciò anche a frequentare i salotti letterari, dove si creò la fama di conservatore simpatico e colto, penetrante nei giudizi e capace di discutere dei più svariati argomenti. Frequentatore instancabile di spettacoli teatrali, ben presto si guadagnò il posto di critico teatrale presso il giornale «La Nazione».

Le ricche esperienze di vita di questi anni, la conoscenza diretta di nuove opere letterarie, in paricolare dei romanzieri francesi Balzac e Flaubert, avevano intanto chiarito a Capuana la direzione da prendere come narratore. Nelle sue opere avrebbe descritto quella vita emozionante, varia, dolorosa o esaltante che osservava attorno a se.

Nei primi mesi del 1868 Capuana dovette però ritornare in Sicilia per ragioni di salute. L’anno dopo gli morì il padre e cominciarono per lui e per tutta la sua famiglia serie difficoltà economiche. Alcuni anni di cattivi raccolti infatti avevano pesantemente ridotto le rendite familiari, un tempo sicure.

Per lo scrittore si presentò in modo pressante, la necessità di un lavoro redditizio: dal 1870 perciò cominciò a lavorare come ispettore scolastico. Poco dopo fu nuovamente eletto come consigliere comunale e infine accettò la carica di sindaco, che seppe esercitare in modo intelligente e attento. Durante la permanenza a Mineo che si protrasse fino al 1877 Capuana lavorò anche come editore e si occupò delle attività più disparate: dalla fotografia all’incisione, al disegno, alla ceramica.

Nel 1875 ebbe inizio una relazione amorosa tra lui ed una ragazza analfabeta, Giuseppina Sansone, che era stata assunta dalla sua famiglia come domestica. Da questa relazione nacquero parecchi figli, che finirono però tutti all’ospizio dei trovatelli di Caltagirone. Non era infatti pensabile a quell’epoca che un rispettabile borghese riconoscesse come suoi i figli nati dalla relazione con una donna di bassa estrazione sociale. La “Beppa di Don Lisi” rimase con lui fino al 1892, quando, proprio per volontà dello scrittore sposò un altro uomo.

Nel 1877 apparve il suo primo volume di novelle Profili di Donna, nello stesso anno, anche in seguito a continue sollecitazioni di Verga , si trasferì a Milano, dove ottenne l’incarico di critico letterario e teatrale del «Corriere della Sera» ed iniziò il periodo più intenso della sua attività di scrittore. Nel 1979 pubblicò il suo primo romanzo Giacinta, che provocò scandalo nell’opinione pubblica. I critici invece videro realizzati in questo romanzo i principi del verismo italiano, che considerava essenziale l’osservazione attenta e spassionata della realtà sociale e dei sentimenti. Da allora Capuana continuò instancabilmente a scrivere.

Alla fine del 1880, ritornò ancora una volta a Mineo. Due anni più tardi si trasferì a Roma dove assunse la direzione del giornale letterario «Fanfulla della domenica». Ma fu ben presto costretto a rinunciarvi per le sue precarie condizioni di salute. Dal 1883 al 1888 visse così di nuovo a Mineo dove fu rieletto sindaco.

Ritornato a Roma nel 1888, Capuana conobbe lo scittore francese Emile Zola e il giovane scrittore Luigi Pirandello, che più tardi lo ricorderà con gratitudine come maestro. Durante questo secondo soggiorno romano che si protrasse per tredici anni, scrisse e pubblicò sei raccolte di novelle, tre romanzi, un lungo racconto per ragazzi, Scurpiddu, oltre a raccolte di saggi, fiabe e scritti di attualità. Nell’ultima parte della sua vita, infatti, Capuana fu assillato dalle difficoltà economiche che lo costrinsero ad una attività continua.

«Scrivo tutto il santissimo giorno» scrisse a Zola e a Verga nel 1895. «Ogni mattina ho l’obbligo di metter giù o una novella per grandi o una fiaba per bambini o un articolo di giornale (...).E sovente son due o tre cose nella medesima giornata; vivere è difficile...». Nel 1901 fu pubblicato il romanzo Il Marchese di Roccaverdina, che ottenne un grosso successo di critica.

Intanto aveva conosciuto in circostanze romanzesche Adelaide Bernardini, una giovane donna che aveva tentato di uccidersi.

Dopo una convivenza durata molti anni, Capuana la sposò, nel 1908, a Catania, dove era andato ad insegnare all’università e dove continuò ad insegnare fino al 1914, anno in cui fu messo a riposo. Morì nel 1915 a 75 anni.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 24 dicembre 2004
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