GUIDO CERONETTI, MAESTRO DEL TÈ, FILOSOFO E GUERRIERO. SILENZIO, CORPO, ESSERE, TEMPO, VIAGGIO, SONO LE COORDINATE IN CUI SI MUOVE LA SUA POETICA.

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Guido Ceronetti (1927)


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Guido Ceronetti ovvero Del silenzio. De + ablativo è una costruzione latina che già ci comunica qualcosa di questo autore, è una lingua che ama, che rispetta al punto da far tradurre dal filologo Carlo Carena le parole che più gli stanno a cuore.

Guido Ceronetti nasce a Torino nel 1927, lo stesso anno in cui Heidegger pubblica Essere e tempo. Silenzio, corpo, essere, tempo, viaggio: sono coordinate in cui si muove la sua poetica, perché è essenzialmente poeta. In quel suo corpo magro, negli occhi azzurri dove abita l’infinito. Impossibile stendere una biografia senza averlo visto, senza conoscere la timidezza che lo accompagna come un bastone da passeggio, la ritrosia ad ogni forma di scavo che non sia d’anima, la purezza delle sue rare, pubbliche apparizioni. Si nasconde dietro una marionetta o una fotografia, come un bimbo dietro il grembiule della madre.

Lessi la prima intervista su «Max» che ne pubblicava anche belle foto. Se la fisiognomica ha un valore, il suo viso è la mappa di un itinerario alla ricerca della purezza, del candore. Ecco, egli, graffiante e cinico è talmente candido… Le opere più significative: Viaggio in Italia (1983), Il silenzio dei corpi (1994), Tutte le poesie.

Il Viaggio in Italia è la cifra degli scrittori romantici di ogni epoca, un bagaglio di natura e cultura cui affidare gli odori acri del mezzogiorno, le "nebbie di anice" del nord, l’essenzialità della Toscana, la convivialità generosa della Romagna, la Roma barocca. Quasi un rito iniziatico per i cultori del bello. Guido Ceronetti ne compone un paesaggio differente, intimo, interiore, dove la «pioggia s’invena», tanto fa parte della psiche. È un viaggio sentimentale e lucido dove le brutture del moderno si sposano con lampi improvvisi di poesia inconsapevole, spesso scritta da chi poeta non è. Come in tutti i viaggi il protagonista è solo, perché il viaggio è sostanzialmente solitudine. Itinerario nello spazio ma anche nel tempo, culla che raccoglie i ricordi di quasi mezzo secolo, le crestaie «dell’ora di mezzogiorno», le donne che facendo pulizia sui balconi cantano, le ragazzine di oggi tutte egualmente strizzate in giacchette di pelle e jeans. Le città avvicinate e accarezzate o rifiutate come corpi femminili. Forse solo a Genova avrebbe potuto ancora innamorarsi.

Genova dove Dino Campana si imbarcava e tornava, sempre vinto, sempre perdente. La follia del Tasso percorre le strade di Ferrara, impossibile tornarci senza sentirla. Intreccio di storie di uomini e di cortili, di muri, di odore di pioggia, di scritte nei cessi, di sere dolcissime e notti inquiete. I cimiteri, poi, depositari del nostro silenzio sono descritti con naturalezza, come normale è la morte. Il cibo semplice, frugale, accompagna lo scrittore quasi a trattenere, a rafforzare la sua identità che così, solo per il mondo potrebbe vacillare. La familiarità, la consuetudine con il cibo lo riconduce all’intimità.

Il silenzio dei corpi è l’opera filosofica, in cui il pensiero si fa altro da sé e spazia all’interno e all’esterno alla ricerca del senso delle cose. Senso che è scavo, ruga, scoperta, luce, malattia, dolore, dialogo, assolo, carne che si decompone o esulta, corpo…

Altri hanno scritto sul corpo (U.Galimberti, F.Rella , E.Borgna), ma Ceronetti ha fatto tesoro della traduzione de Il Cantico dei Cantici, ove natura e cultura s’intrecciano e confondono al punto che la parola stessa s’incarna e diventa fragile, con i nervi scoperti, pudica e lontana dal ventre e pur viscerale, profonda, gutturale, straziata da malinconia o invasa da gioia. Nella copia del libro che Ceronetti stesso mi ha donato ho due segnalibri: una penna di passerotto e un biglietto di Kremerata baltica (Gidon Kremer, violinista, settembre musica del 2000), quasi a voler significare i due temi del libro: la fragilità del corpo e dell’anima e la tensione suprema verso l’infinito che la musica rappresenta.

L’intelligenza separata dal cuore, la delicatezza eccessiva che costringe il pensiero a prendere le distanze dal vulcano di desiderio e dolore che il corpo contiene a stento. Eros entra nel libro al lume di candela, quasi come un rito religioso, ove la gratitudine è il compenso. «Chi tace o non sorride dopo l’amore, degrada Eros». «La malattia pensata fa meno paura», il tema del corpo che s’ammala senza tenerezza intorno, solo, tra esami senza fine e terapie. Nelle prime pagine del libro, illumina il titolo la riproduzione del quadro di Goya e il suo medico: «poema di umanità che non si contempla senza lacrime… tributo di riconoscenza che di stupore ci folgora».

Il ventre mostro e generatore di mostri, in Emile Zola, in L.F.Celine, come in Ceronetti è il ventre palcoscenico della nascita e della morte, attaccato più di ogni altro organo da infinite sofferenze: emorragie, peccati di gola e di avarizia, lussuria, il contenitore del peccato e della punizione. «Il problema della salvezza (della vera sapienza) è svuotarsi e io non faccio che seguire le mie curiosità libertine, mi riempio, divoro passato, inseguo spettri nei corridoi del tempo». Ogni libro di Guido Ceronetti è un poema sul tempo. Il tempo cantato, passato, divorato, atteso, concluso, l’uomo viaggia sempre e soltanto nel tempo.

Tutte le poesie. È quasi impossibile parlare di poesia senza essere poeti. Quella di Ceronetti permea tutta la sua scrittura, poeti in qualche modo si nasce. Il poeta è colui che invece di masticare la realtà la tranghiottisce senza denti, fa del cibo un simbolo, una nuvola, un dolore, un ricordo… I titoli delle raccolte sono già possibili oggetti di studio: La distanza, Scavi e segnali. E poi le traduzioni “storiche” di Catullo, Marziale, Il Cantico dei cantici, Qohélet che segnano la parola con una cifra del tutto personale. La traduzione per Ceronetti è un “gesto sacro”, è meditazione nel profondo, è ricerca filologica, è l’atto dell’ostetrica che porta alla luce.

All’inizio o alla fine dei suoi lavori poetici ci sono pagine in cui egli spiega il tempo, lo spazio, il modo in cui opera, ed è bello immaginarlo scrivere in piedi davanti a una finestra, mentre sorseggia il tè verde, all’alba come un soldato in guerra. Perché la sua è una vera e propria battaglia contro il brutto, contro il volgare, contro gli “operati d’anima” e il verso poetico è medicamento alla bruttura e all’insignificanza. Desidero riportare una poesia di “passione civile” ma molto musicale, scritta dopo un disastro ecologico: L’angelo sterminatore.

Sotto l’ala sgualcita del lenzuolo
Aspettavamo lo sterminatore
La voce era di medico e di amico
La favola remava senza riva
Il buio urlante dell’Occupatore
Finestre dov’è un lume ha tutte in mira
Voragine dell’Unità infinita
Che cosa sai di due piccole vite?

Questo testo superiormente poetico contiene tutti i temi della profondità labirintica di Ceronetti, in questo caso, anche una virtù che non gli è del tutto congeniale: la semplicità. È come se, dovendo approntare un testo di larga diffusione, avesse l’impegno etico di farsi comprendere da tutti. L’impegno civile, la passione amorosa estesa al cosmo, la denuncia del brutto, dell’oscurità delle nostre vite che ripetono stereotipi. Un giorno l’ho paragonato a un maestro del tè, allo stesso tempo filosofo e guerriero.

Bibliografia

Cantico dei cantici, Adelphi
Poesie, frammenti, poesie separate, Einaudi
Poesie per vivere e per non vivere, Einaudi
Salmi, Einaudi
Aquilegia. Favola sommersa, Einaudi
La vita apparente, Adelphi, 1982
Viaggio in Italia, Einaudi, 1983
La iena di San Giorgio, Einaudi, 1984
Albergo Italia, Einaudi, 1985
Come un talismano, Adelphi, 1986
Compassioni e disperazioni, Einaudi, 1987
Qohelet o l'Ecclesiaste, Einaudi, 1990
La pazienza dell'arrostito, Adelphi, 1990
D.d. deliri disarmati, Einaudi, 1993
Tra pensieri, Adelphi, 1994
Il silenzio dei corpi, Adelphi, 1994
Pensieri del te, Adelphi, 1994
La distanza. Poesie '46-'96, Rizzoli, 1996
Cara incertezza, Adelphi, 1997
L'occhiale malinconico, Einaudi, 1998
Briciole di colonna, La Stampa, 1999
Lo scrittore inesistente, La Stampa, 1999
La carta è stanca. Una scelta, Adelphi, 2000
La fragilità del pensare, Rizzoli, 2000
La vera storia di Rosa Vercesi e della sua amica Vittoria, Einaudi, 2000
N.U.E.D.D. Nuovi Ultimi Esasperati Deliri Disarmati, Einaudi, 2001
Messia, Edizioni Tallone, 2002
Qohélet. Colui che prende la parola, versione e commenti, 2002

A cura della Redazione Virtuale de «La Libreria di Dora»

Milano, 18 aprile 2002
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Gabriele Macorini, Milano, 27/09/'04

Stasera ho visto lo spettacolo "Qohèlet (Ecclesiaste) - Colui che prende la parola" di e con Guido Ceronetti: quattro autori e il poeta stesso per recitare la nudità di questo testo, più senza risposte del libro di Giobbe e che ha nulla della bellezza del Cantico dei Cantici: ringrazio Ceronetti per avermi mostrato con la sua traduzione il fumo, che noi siamo fumo disperso dal vento...


Maurizio Redegoso, Torino, 5/08/'04

Sono sincero:leggo Ceronetti prevalentemente sulle pagine de"La Stampa".Ma ciò che mi trasmette è straordinario per il senso della realtà con il presente.E' sicuramente un poeta meraviglioso e,da musicista,sono certo che sarebbe un "paroliere" perfetto! Il suo amore per le filosofie orientali traspare per il suo rispetto nei riguardi di qualunque disciplina spirituale o credo religioso.Ed è questo che mi affascina di più.Sarei lieto d'incontrarlo anche grazie a voi.


Rossella (alberti.rossella@libero.it), Bologna, 26/10/'03

Ceronetti è un grande, il più grande vivente in Italia tra i poeti e filosofi, anche se collocarlo precisamente è quasi impossibile visto la sua diversificata attività di letterato e non solo. L'ho conosciuto leggendo la Stampa ed ho poi letto alcuni suoi romanzi e raccolte di poesie. Sicuramente "Un Viaggio in Italia" mi ha colpito profondamente e mi spiace che non goda di una più larga popolarità. In una parola illuminante.


Renato Castellani (renato.castellani@tiscali.it), Milano, 13/10/'03

Ho ascoltato con molto piacere la trasmissione Damasco su Céline. Purtroppo non posso ricordare anche ciò che vorrei. Ha un testo scritto in proposito? La ringrazio per l'attenzione


Vincenzo Calo (viciocalo@freemail.it), Milano/Palermo, 28/01/2003

Strano pensare che il silenzio del corpo e` felicita` dell`anima, caro Guido. E, se il corpo rivendica a se` una voce felice, questa non puo` - come asseriva la saggezza di Solone - che rassegnarsi ad essere tale solo nel momento della morte, dunque del silenzio assoluto. Ancor piu` strano e - se vuoi - bizzarro, e` pensare che la definizione stessa della vita coincida con quella della malattia mortale, contagiosa. Te lo dico, caro Guido: "La vita e` una malattia mortale che si trasmette per via sessuale".


Giampaolo, Torino, 27/12/2002

Ho incominciato a leggere Guido Ceronetti da bambino, sulle colonne de "La Stampa". In seguito ho letto i suoi libri ed ho assistito ad alcuni dei suoi spettacoli. Il ricordo più emozionante é Ceronetti che recita una poesia di Delio Tessa in dialetto milanese. Tra i libri amo particolarmente L'occhiale malinconico, dove sono raccolti alcuni dei suoi saggi più illuminanti, per esempio quello sulla preghiera. Mi piace molto il rapporto di Ceronetti con l'attualità, sempre originale.




http://www.italialibri.net - email: - Ultima revisione Gio, 28 set 2006

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