GIOVANNI COMISSO FU LIBRAIO A MILANO, AVVOCATO, MERCANTE D'ARTE A PARIGI, GIORNALISTA E INVIATO IN CINA E IN GIAPPONE

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Giovanni Comisso (1895-1969)


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a vita di Giovanni Comisso è stata gioiosa. L’aggettivo non è casuale, perché “gioiosa” è il tradizionale aggettivo che accompagna Treviso, la città nella quale Comisso nasce nel 1895. I ponti sul fiume, il portico dei Buranelli – dove una lapide con le parole di Eugenio Montale indica la sua casa – le salite al Montello o l’approdo a Venezia attraverso quella corta lingua di strada che è Terraglio: anche il legame territoriale – non solo quello familiare – può lasciare un’impronta inconfondibile. La bellezza della sua terra ha finito per esaltare i suoi sensi, così che la prosa di Comisso è continuamente volta a tentare di catturare con la parola lo spettacolo del mondo.

Comisso partecipò alla prima guerra mondiale e, nel 1920-21, all'impresa di Fiume. Affamato di esperienze, fu libraio a Milano, avvocato e commerciante d'arte a Parigi, condivise le esperienze impressioniste con De Pisis e con lo scultore Arturo Martini. La sua principale attività, tuttavia, fu quella di giornalista e inviato, memorabile per i suoi reportage in Cina e in Giappone. Comisso collaborò con riviste come «Solaria», «L’Italiano», il settimanale «Il Mondo». Lavorò per il «Corriere della Sera», «La Gazzetta» del Popolo», «Il Giorno» e «Il Gazzettino».

Di Giovanni Comisso ebbero parole di grande riconoscimento critici letterari come Contini e Debenedetti e la sua opera fu apprezzata da alcuni dei più importanti autori del nostro Novecento letterario, come Montale e Saba, Svevo e Gadda. Eppure lo scrittore trevigiano è stato per molto tempo sottovalutato e dimenticato.

L’impegno letterario è stato continuo e assai fertile. Il rapido successo letterario lo portò anche ad abbandonare subito la carriera di avvocato. Forte fu il segno lasciato nella sua formazione dalla partecipazione al primo conflitto mondiale e dall’impresa fiumana, accanto a D’Annunzio. E di D’Annunzio eredita lo spirito avventuriero ed estetizzante. E’ probabile che la vita eccentrica, vissuta come opera essa stessa, abbia finito per mettere in ombra l’opera scritta, che merita, invece, una riscoperta ed una valutazione meno legata alle vicende biografiche. Sarebbe così anche più facile salvaguardare i suoi scritti da una troppo facile collocazione dentro la corrente decadentista ed estetizzante di inizio secolo scorso, caduta in rovina, dopo due guerre mondiali, con l’avvento del neo-realismo e delle avanguardie. Tuttavia, l’adesione a D’Annunzio è più formale e stilistica che di temi e di sensibilità: in Comisso la ricercata sensualità delle descrizioni non abbandona mai la realtà, che per tutta la sua opera resta il suo intenso e inquieto scenario. Questo equilibrio tra parola, sensazione e realtà oggettiva è tangibile ne La favorita, nella sua edizione definitiva del 1945 (in quella originaria del 1937 ha il titolo de L’italiano errante per l’Italia), che fa parte dei libri di viaggio, insieme a Gente di mare (1928), Questa è Parigi (1931), Capricci italiani (1952), Giappone (1954), Approdo in Grecia (1954). Lo stesso equilibrio viene raggiunto con la prosa di memoria, dove si aggiunge la perfetta sintesi di sensazioni e sentimenti, dentro una cornice evocativa di sincera e commossa partecipazione. Le pagine più felici sono così quelle della sua opera giovanile sulla guerra, ma anche nel Mio sodalizio con De Pisis (1954) e nell’autobiografia Le mie stagioni (1951), dove ampio spazio viene dato alla rievocazione della vicenda fiumana. Meno felici i romanzi dove la struttura del racconto non regge per forza narrativa la confronto della prosa di viaggio.

Se dell’esperienza della prima guerra mondiale e di Fiume prese il vitalismo, dalla sua terra, la gioiosa marca trevigiana, Comisso assorbì e trasfigurò il gusto per il piacere e per la vita.

Il legame con la terra d’origine restò profondo: la campagna di Zero Branco, gli alberi del Montello, i barbacani ed i portici di Treviso. Così come la vicinanza con Venezia gli trasmise un grande amore per la vita di mare. Eppure, mantenne un respiro cosmopolita e metropolitano, vinse il premio Bagutta nel 1928 per Gente di mare; il Viareggio nel 1952 per Capricci italiani; lo Strega nel 1955 per Un gatto attraversa la strada; il Puccini-Senigallia nel 1967 con Viaggi felici.

Il riconoscimento arrivò con la biografia di Nico Naldini, pubblicata nel 1983 dalla Einaudi e diventa definitivo con la recentissima pubblicazione nella prestigiosa collana I Meridiani della Mondadori delle sue opere più importanti, dall’esordio de Il porto dell'amore (1924), fino alla nuova ed ampliata edizione de La mia casa di campagna, compreso il suo capolavoro Giorni di guerra (1930) e molti racconti e scritti di varia natura.

Comisso è morto a Treviso il 21 Gennaio 1969.

Sfrondato il giudizio del lettore di oggi da ogni preconcetto verso l’apparente decadentismo di Comisso, resta chiaro il giudizio appassionato di Eugenio Montale che dell’amico giornalista del «Corriere» colse la grande forza visionaria e la capacità di trasfigurazione narrativa di ogni evento, di ogni attimo della vita quotidiana, il più singolare o insignificante.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 05 maggio 2006
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