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STEFANO D'ARRIGO, AUTORE DEL CAPOLAVORO HORCYNUS ORCA, ROMANZO GIGANTESCO E DI DIFFILE INTERPRETAZIONE |
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Stefano D'Arrigo (1919-1992) |
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Intanto, nel 1961, DArrigo appare nei panni del giudice istruttore nel film Accattone di Pier Paolo Pasolini. La correzione delle bozze, però, durerà quasi quindici anni, nel corso dei quali esse viaggiano a pezzi avanti e indietro tra casa sua e la Mondadori e vengono modificate di continuo. Da quando, nel 2000, la Rizzoli ha pubblicato il dattiloscritto del 1961 col titolo I fatti della fera (nellambito del piano di una riedizione delle opere di DArrigo a cura di Walter Pedullà e in collaborazione con Jutta Bruto), è possibile farsi unidea precisa dellimmane lavoro di revisione stilistica e linguistica, integrazione e ampliamento svolto da DArrigo, che tra laltro gli costò la salute fisica e in qualche modo anche quella mentale («la mia mente forse non sarà mai più una mente ma io vorrei solo che ce la facesse giusto giusto per mettere ordine alle ultime pagine del mio libro e chiuderlo, chiudere», scrive già alla fine del 1966 allamico Zipelli). Questo lavoro di tormentosa revisione ha ormai assunto i colori della leggenda. Da chi ebbe modo di frequentarlo in quegli anni egli è ricordato come un uomo totalmente posseduto dal demone dellarte e dedito notte e giorno, anche a costo della salute, a uno sforzo creativo rivolto soprattutto allinvenzione di una lingua inaudita che affondasse le sue radici ultime nel magma delle numerose lingue (dilalettali e non) di cui lo Stretto di Messina è stato punto dincontro e di filtraggio. Non bastando più i margini dei fogli a contenere le aggiunte e le riscritture, DArrigo incolla ai lati dei fogli delle strisce scritte con una biro a quattro colori (nero, blu, verde e rosso) e appende questi aquiloni colorati a un filo che attraversa la stanza. Nelle recensioni che precedono e seguono luscita del romanzo ci si sofferma persino su particolari bizzarri, che comunque danno il senso del caso e della sua costruzione mediatica: DArrigo si è reso quasi inaccessibile per potersi dedicare alla grande opera di cui egli stesso per primo percepisce il valore, lavora fino a quattordici ore al giorno, mangia pochissimo e si nutre soprattutto di babà al rum e granita al caffè. Ma per avere unidea meno aneddotica del reale clima di attesa creatosi, nella cultura letteraria italiana di quegli anni, intorno al romanzo fantasma (clima favorito anche dal grande battage pubblicitario sul capolavoro in gestazione e dai continui annunci di una imminente pubblicazione), basti considerare che Calvino, scrivendo il 15 giugno 1972 ad Anna Scriboni in occasione di una progettata e mai realizzata antologia in spagnolo del «Menabò» per il pubblico dellAmerica Latina, segnalava alla studiosa lopportunità di tener conto del «mitico Stefano DArrigo che da anni sta per finire un romanzo di cui si parla come del Joyce italiano e di cui si conoscono solo le pagine pubblicate sul «Menabò» 3 e da allora è il caso che tiene la letteratura italiana col fiato sospeso» (in Italo Calvino, Lettere 1940-1985, Meridiani Mondadori, Milano 2000, p. 1168). Una riprova delleterna insoddisfazione di DArrigo è data dal fatto che allultimo momento (cioè due mesi prima del via libera del 24 ottobre 1974), quando le bozze di Horcynus Orca sono quasi completamente corrette, egli decide di sostituire in tutto il romanzo prendere con pigliare e preso con pigliato. Nemmeno la pubblicazione del romanzo, nel gennaio 1975, interrompe il labor limae, perché DArrigo tornerà sul testo fino alla morte, aggiungendovi ulteriori, seppur lievi, modifiche, tantè vero che la riedizione dellottobre 2003 reca nellaletta di copertina la dicitura nuova edizione con le ultime inedite correzioni dautore. Luscita del romanzo, però, non trova la critica unanime nel giudizio sul valore dellopera. Leccessiva attesa, lenorme mole (1257 pagine), la lingua difficile per i non siciliani o comunque per i non specialisti di linguistica (o meglio di dialettologia connessa allantropologia, come precisa Salvatore C. Trovato parlando del lettore ideale del romanzo nel saggio del 2002 Sulla regionalità linguistica di alcuni scrittori siciliani: Pirandello e DArrigo), sono forse allorigine, insieme o separatamente, di alcune stroncature che oggi appaiono ingenerose e assolutamente superate. Ad esempio, Enzo Siciliano (il quale, per una curiosa analogia con DArrigo, nel 1964 aveva recitato in un altro film di Pasolini, indossando i panni dellapostolo Simone ne Il Vangelo secondo Matteo), intitola la sua recensione QuestOrca la cucino in fritto misto (in «Il Mondo», 13-3-1975); Pietro Citati parla di un «bellissimo libro rovinato dallincontinenza dellautore» (Horcynus Orca, in «Corriere della Sera», 4-3-1975); Paolo Milano, infine, sostiene che «il capolavoro non cè» (Dovrebbe essere un capolavoro, in «LEspresso», 2-3-1975). I consensi, però, sono più numerosi: Lorenzo Mondo scrive che con DArrigo «la letteratura assume il valore di unesperienza assoluta, totalizzante» (Venne il giorno dellOrca, in «La Stampa», 23-2-1975); Geno Pampaloni parla di un capolavoro «grandioso, sofferto, solenne, disperato» (Lamore e laddio, in «Il Giornale nuovo», 22-2-1975); Giuliano Gramigna esalta in Horcynus Orca il lungo viaggio fra mito e romanzo nellomonimo articolo (in «Il Giorno», 26-2-1975). Discorso a parte merita Walter Pedullà, il quale sin da prima della rivelazione ufficiale dello scrittore sul «Menabò» è il più strenuo difensore della grandezza di DArrigo narratore (cfr. già il suo Lanno no della Letteratura italiana. La rivelazione DArrigo, in «Mondo nuovo», 5, 29-1-1960). In una serie di articoli usciti tra il febbraio e laprile 1975 sull«Avanti!» (e poi in tutti i saggi successivi, fino a quelli introduttivi a I fatti della fera e alla riedizione 2003 di Horcynus Orca), Pedullà combatte appassionatamente le stroncature affrettate difendendo la leggenda e limpresa memorabile di DArrigo. Del 1977 è il saggio La grandezza in pietra di Mazzullo (in «Catalogo della Mostra antologica dellopera di Giuseppe Mazzullo», Palermo, Palazzo dei Normanni, maggio-luglio l977, pp 7-l0), dedicato al grande artista siciliano (Graniti, Messina, 1913 Taormina, 1988) noto per il suo espressionistico recupero del non finito michelangiolesco. Nel 1982 esce la prima ristampa di Horcynus Orca negli Oscar Mondadori, preceduta da unintroduzione di Giuseppe Pontiggia. Nel 1985 DArrigo pubblica, sempre con Mondadori, il suo secondo (e ultimo) romanzo, Cima delle nobildonne, unopera profondamente diversa dalla prima, non solo per la lingua, molto più accessibile (anche se alta e specialistica), ma soprattutto per le dimensioni (sono solo 200 pagine circa). Prendendo spunto dalla connessione iconografica del faraone donna Hatshepsut (il cui nome significa appunto la più nobile tra le donne) con la placenta, DArrigo immagina che un gruppo di medici, nel preparare un museo della placenta, scopra che la struttura genetica delluomo contiene elementi assassini, a riprova che la morte è intrinsecamente legata alla vita sin nelle sue radici ultime (e prime). In tal senso, Cima delle nobildonne è tematicamente speculare a Horcynus Orca, perché mentre il grande romanzo trovava i germi della vita nella morte trionfante (si pensi alla cicirella nella ferita dellOrca), ora è il germe della morte ad essere trovato nella placenta della vita. In quello stesso anno, che vede il suo atteso ritorno alla narrativa, DArrigo concede a Stefano Lanuzza una rara intervista, che è anche unimportante dichiarazione di poetica, pubblicata poi in S. Lanuzza, Scille cariddi. Luoghi di Horcynus Orca, in Lunarionuovo, Acireale 1985. Qui, ad esempio, lo scrittore dichiara: «Ho costantemente cercato di fare coincidere i fatti narrati con lespressione, la scrittura con locchio e con lorecchio, rifiutando qualunque modulo che mi apparisse parziale, astratto o intuitivo, cioè non completo e assoluto. Non ho rinunciato a nessun materiale linguistico disponibile perché sono partito dallobiettiva sicurezza che i luoghi della mia narrazione luoghi topografici ma soprattutto luoghi del testo restino un fondamentale punto dincontro e filtraggio delle lingue del mondo. Naturalmente, ogni volta che ho adoperato neologismi o semantiche inedite mi sono preoccupato di fornire immediatamente il corrispettivo metaforico, di scrivere, riscrivere, rifondare il periodo e mirare il vocabolo finché non giudicavo davere raggiunto lespressione completa: fino al momento in cui guadagnavo la certezza che il risultato ottenuto fosse quello giusto e definitivo, che la totalità lessicale, sintattica e semantica fosse realizzata, che, sulla pagina finita, la scrittura parlasse» (pp. 134-135). Per il festival di Taormina del 1989 DArrigo scrive una riduzione teatrale di Horcynus Orca, che viene messa in scena con la regia di Roberto Guicciardini. In una lettera del 30 settembre 1991 DArrigo confida allamico Zipelli di avere in mente il progetto di «unopera che sarebbe pari e diversa da Horcynus Orca», anche se è consapevole di non avere più a disposizione né i venti anni che ci sono voluti per il primo romanzo né quella vitalità, quella salute che esso ha richiesto e assorbito per sempre. Il 2 maggio 1992 DArrigo muore nel sonno nella sua casa di Roma. Per maggiori dettagli sulla genesi di Horcynus Orca, vedi anche il saggio di Marco Trainito LOrca. Genesi, vicenda editoriale, genealogia culturale e simbolismo del romanzo di Stefano DArrigo. Dello stesso autore, Di metamorfosi in metamorfosi ripercorre Cima delle nobildonne alla ricerca dei numerosi riferimenti a modelli culturali in Cima delle nobildonne (FINE)
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I commenti dei lettori
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