GILBERTO ISELLA ESPLORA SIMBOLI ARCHETIPI, ALLEGORIE, TRACCE SEMANTICHE, VETTORI DI SENSO, A PARTIRE DAL LINGUAGGIO

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Gilberto Isella (1943)

oeta e saggista, nato a Lugano il 25 giugno 1943, Gilberto Isella ha studiato lettere e filosofia all'Università di Ginevra. Dal 1974 ha insegnato italiano al Liceo di Lugano I e alla SUPSI.

È coredattore della rivista di cultura «Bloc notes», di cui è stato uno dei promotori nel 1979 e collabora a riviste letterarie svizzere e italiane. Collabora al «Giornale del Popolo» , con articoli di critica letteraria, e partecipa alle attività culturali lavori dell’"Associazione Alice".

Ha compiuto numerosi studi dedicati ad autori del passato (Dante, Boccaccio, Ariosto) e contemporanei, soprattutto poeti, e ha curato un’antologia di scritti dell’artista Mario Marioni: Fogli vagabondi (prefazione di P.Gibellini), Lugano, Casagrande 1994. Ha tradotto J. Daive, la silloge Ciel étonné del poeta romando Charles Racine (1927-1995) e l’edizione riveduta e ampliata del Diario americano di Piero Bigongiari.

Ha pubblicato le raccolte poetiche Le vigilie incustodite, Casagrande, Bellinzona 1989; Discordo, Dadò, Locarno 1993; Apoteca, Ed. Angolo Manzoni, Torino 1996; Krebs, Edizioni l’Ulivo, Balerna 2000; Nominare il caos, Dadò, Locarno 2001; In bocca al vento, Lieto Colle, Faloppio (Co) 2005.

1. LE VENATURE DEL SENSO NEL CORPO DELL’ESPERIENZA

Isella lavora con il linguaggio come un terreno da arare e dissodare, o ancora più precisamente come roccia da scalpellare, alla ricerca di una forma, di un significato, anzi di una pluralità di significati. Il suo poiein è, più che un lavoro da contadino, un lavoro da orafo della materia, di quel materiale che è il linguaggio. Egli scolpisce i blocchi di pietra dell’esperienza che si trova a interrogare come monoliti di marmo misto a roccia calcarea di cui si tratta di individuare le venature: che sono poi le mappature di significato. In questo senso il materiale del linguaggio per lui insegue quello apparentemente caotico ma certamente significante, anzi pluri-significante, dell’esperienza. Quell’esperienza che per lui, proprio in quanto terreno da arare o roccia da scolpire, è già cultura: coltivazione di significati. Il lavoro è dunque materiale, anche ha a che fare con ciò che di più astratto vi può essere nell’esperienza: le venature segrete e profonde dei significati. Significati che sono simboli, archetipi, allegorie, ma in genere tracce semantiche, vettori di senso che il poeta esplora a partire da quel materiale che è il linguaggio. Vi è insomma una doppia materialità, quella del linguaggio, scalpello oraziano duttile e flessibile, ma inesorabile nel sollevare strati di esperienza e interrogarli, e quello dell’esperienza stessa, che Isella interroga appunto come terreno o roccia sedimentaria dotata di proprie leggi ontologiche interne (quasi corrispondenze baudelairiane sollevate su una dimensione mitologica o antropologica).

2. SPERIMENTALISMO E LAVORO SUL LINGUAGGIO

Il linguaggio dunque qui è tutto, e non è solo vettore di senso, non è solo significante subordinato al significato, al referente. In questo Isella si riconosce fin dalla prima opera debitore di quell’esperienza in fondo sconvolgente, anche se ormai datata, che è stata la Neoavanguardia degli anni 60. Giovanili errori, definisce Isella quegli sperimentalismi, quelle trasgressioni linguistiche- presenti nelle Vigilie incustodite (pref. Guido Ceronetti), Casagrande, Bellinzona 1989.

    Conservo nel proverbiale cassetto solo poche tracce dei miei “giovenili errori”: sperimentalismi, trasgressioni linguistiche che a uno studente infatuato delle neoavanguardie, qual ero tra i Sessanta e i Settanta, andrebbero perdonati. Nulla di ciò (salvo briciole) dato alle stampe. Ne è rimasta però l’inquietudine, la consapevolezza che la poesia è un continuo sfidare i limiti del linguaggio. La stessa raccolta d’esordio, Le vigilie incustodite (1989), può dirsi grosso modo ‘sperimentale’: ne fanno fede la messa in circuito di oggetti testuali retti da topologia non-classica, la sintassi ellittica, la decostruzione prospettica dell’immagine. Un’ipersaturazione, alla fin fine, che ha lasciato vistose fiacche sulle pagine. Ma quel titolo (il richiamo è al dantesco “picciola vigilia/ dei nostri sensi ch’è del rimanente”) protegge una ‘sostanza del contenuto’ da cui non potevo prescindere. Voglio dire l’avventura lungo rotte non protette, lasciata alle spalle la carcassa di un io solare ormai quasi innominabile. Al posto dell’io o degli “ii”, ecco gli iddii sepolti nelle rovine della creazione, i simulacri della catastrofe.

    Sopra queste due mandorle belle
    la fiamma non può che tremolare
    scindersi in due
    ricomporsi in seme di locusta:
    labbro scosceso sull’acquario
    sorso(*) in attesa.

    Così talvolta recede la parola
    dal suo uragano – se recede – il cane
    abbandona lo sterminio del guinzaglio.

    (*) La mandorla è un frutto speciale, un ambiguo frutto-seme: la parola designa anche la forma ovoidale che racchiude e protegge, in taluni affreschi medievali, figure ‘sublimi’. E l’acquario? Forse esso metaforizza l’immagine assoluta (e vana) dove confluiscono gli oggetti del desiderio. Il “sorso” negato è motivo ricorrente nelle Vigilie. L’aspettativa, mai soddisfatta, di una bevanda ‘altra’ (salvifica?), si riscontra pure in Liquida bimba.

    (Gilberto Isella, Autoantologia, Tellus 2006)

Eppure non tutto di quell’esperienza va gettato: non vanno gettati soprattutto due elementi: il tentativo di superamento della «carcassa dell’io solare… innominabile», e la concezione della poesia come un continuo sfidare i limiti del linguaggio. Ne nasce in quella prima opera un armeggiare con il linguaggio fitto e tenace, dove ogni parola segue l’altra sempre in linea trasgressiva, non diatonica – si potrebbo dire – ma straniante, come un colpo al cuore dei significati normalmente trasmessi dal linguaggio educato, un colpo alla prevedibilità dei significati in cui il referente domina il significante come semplice strumento. L’effetto è quello di un ispido e intricato intreccio, un moncone di scultura michelangiolesca (solo in senso metaforico) che emana la forza materia dell’incompiuto. Ogni parola, ogni immagine è dunque un impegno, un colpo di scalpellino, un graffio e un incisione.





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3. LA DECOSTRUZIONE SIMBOLICO-ARCHETIPICA DEL REALE: IL BILANCIERE DELL’ORAFO

Dopo i furori sperimentali, che non si sono mai del tutto assopiti, Isella resta il poeta della esplorazione dei significati archetipici, simbolici, semantici e anche allegorici della cose: insomma la mappatura dei significati più o meno reconditi che il linguaggio riesce a esorcizzare o a risvegliare da una esperienza come materia apparentemente caotica e refrattaria. In questo Isella fa valere la sua cultura mitologica, filosofica, fisica e meta-fisica, e anche antropologica, con una attenzione quasi virtuosistica al variare dei registri.

    Il grande bisogno di prosa, che avvertivo dopo questo lavoro, ha dato vita a Discordo (1993), ‘fantasia’ sul viaggiare contenente un numero esiguo di versi, dove il contesto è il paesaggio spagnolo (echi di un mio soggiorno reale), ma dove lo spettacolo naturale si carica di simboli e diventa lo sfondo di una riflessione sugli archetipi mediterranei della nostra civiltà. (L’idea di arché si collega anche al pensiero poetante dei presocratici, in particolare a Empedocle, filosofo della ‘discordia ontologica’.)

    (Gilberto Isella, Autoantologia, Tellus 2006)

Dopo il bisogno di prosa (poetica) espressa di Discordo del 1993, ecco un titolo neologistico e anfibio, come Apoteca del 1996, dove comunque ben viene evidenziato il valore di un linguaggio quasi ‘sacrale’ che come dietro una teca custodisce il senso delle cose arcaiche dentro di noi, desideri e simboli (un avvicinamento netto alla concezione archetipica jungiana).

    Se il succo si dilata
    nella conchiglia mesta di te stessa
    custodirò quello che stilla Urano
    venerando:
    e il trillo azzurro della vena
    che in te si frange leonessa,
    onda contro carena sterile
    esitante sul calvario marino

    Ma diversa la goccia, il tuo destino:
    basterà una leggenda di artigli
    che incidono grafie mansuete
    sulle vele dei naufragi,
    liste d'attesa segrete
    negli estuari del sangue.

    (Gilberto Isella, Apoteca, 1996)

Isella scava (de-costruendo) ancora più nella sostanza allegorica, simbolica e archetipica del reale con quel suo immaginario implacabile eppure flessibile, allucinato e culturalmente nutrito, che avanza testardamente nel cuore delle cose, svuotandole come puzzle di significati. Questo lavoro, come si diceva, di orafo (o di scultore-cesellatore di marmo e oro), produce continue vertiginose equiparazioni allegoriche, o semplicemente analogiche, come se il poeta ponesse sui due piatti del suo bilanciere una doppia o multipla realtà (fatta innanzitutto di materialità da una parte e di venature di significato dall’altra).

4. LE TRAME DI SIGNIFICATO DEL CAOS

Il caos non è mai stato assente nella poesia di Isella, né la ricerca del Nome che possa nominarlo e dargli forma. Quando questo aspetto si contrae nel titolo Nominare il caos del 2001, viene del tutto a galla la componente ermeneutico-ontologica della poesia di Isella, quella cioè che lo spinge a penetrare e possibilmente governare, con il nome, il materiale dell’esperienza che sfugge al controllo della ragione. Per cogliere questa nuova trama di significati nell’insignificante, o di sun-ballein nel caos primordiale non simbolico, il poeta utilizza una sorta di sguardo sulle cose ‘contro-luce’, una doppia visione, o un vedere la realtà attraverso i raggi x di un ottica allucinata: il brillio segreto delle cose che allude alla loro forma nell’informe. Una sorta di cosmogonia segreta, inattingibile se non al linguaggio poetico, ma soprattutto un voler catturare – senza interpretarli ancora – i fenomeni del mondo al loro stato originario, primordiale: inseguendo, per cosi dire, i vettori di senso (ancora una mappatura originaria dei significati).

    Due segnali di corno
    incalzano
    la sordina di un esterno naturale,
    le onde si dividono sui fiori e al gioco degli stami
    perde peso ogni polline, si scompagina
    l’etere frattale.
    Questo non è ancora un accordo,
    la nota bina e domestica,
    questo imprendere non è che mescolanza
    di nascimenti ingrati nella materia vasta,
    l’impalpabile che sfionda, la somma carica e vuota
    di elementi a venire(*), forse di sensi.

    (*) La percezione degli stati caotici dell’essere viene preannunciata da segnali di corno (strumento emblematico già presente nelle Vigilie). Ignoriamo come si manifesterà la natura del mondo, forse la “mescolanza di nascimenti ingrati” avrà il suo contraccolpo in una sorta di follia della rappresentazione. [In una poesia inedita di parecchi anni fa si poteva leggere: “Pie marionette/ saranno api nel pollaio/ tra piume e balsami/ che la notte manomette”.]

    (Gilberto Isella, Autoantologia, Tellus 2006)

Si rafforza in Isella una curiosità quasi da entomologo metafisico nei confronti del magma vitale (talvolta di empedocliana o lucreziana memoria) con tutti i suoi aspetti brulicanti o energetici a partire dal microcosmo che la fisica contemporanea ben conosce, e del rapporto che questo magma stabilisce con la ragione (che lavora di forbici e spesso grossolanamente).

Anche nelle ultime opere la furia sperimentale rimane non assopita e si traduce in una caparbia torsione del linguaggio nella direzione della materialità del mondo e delle sue oscure forze. Da una parte la ricerca è quella di una connotazione semantica ‘plurima’ del reale, testimoniata dalle vertiginosi didascalie che il Poeta appone alle poesie selezionate nell’Autoantologia. Dall’altra il vecchio scalpello sperimentale delle prime opere ritorna qui sotto forma di vertiginose laceranti metafore (come ictus della polvere), che tendono ancora a decostruire la realtà per comprenderne le trame di senso.

    L'aria del primo mattino
    fa soffrire le statue, arriccia
    la natura

    per comporre il suo totem
    la mucca slaccia all'erbe
    busto e cintura

    (Gilberto Isella, Krebs, Balerna, 2000)

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 20 giugno 2006
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