evo confessarmi una mia fissazione, o fisima: secondo me alcuni scrittori sono paesaggi, altri scene di genere o nature morte, altri ancora ritratti, a mezzo busto o a figura intera. E non alludo al loro aspetto fisico o alle qualità dellopera. Intendo lentelechia-scrittore, quella che detta le modalità con cui lo scrittore palesa, linsieme inscindibile di corpo e anima, opera ed effige. Tutto chiaro, no?
Allora, come non detto: Fleur Jaeggy è unicona. In senso proprio, voglio dire che rinunciando allillusione della spazialità, ha preferito concentrarsi tutta in superficie, cristallizzandosi in una forma ieratica e minimale, non dovuta a mano duomo, spiccante sul fondo oro che, allusivo e immutabile, confonde ulteriormente, avvertendo, se ce ne fosse bisogno, che sono i limiti delle figure a permetterci didentificarle, come lestensione di un braccio segna i confini concessi al corpo.
E dunque, sotto la lente delleternità, nella scrittura della Jaeggy sfilano teorie di personaggi ed eventi ben caduchi, ladolescenza de I beati anni del castigo, la piccola borghesia de La paura del cielo, una nekya carica di misteri depotenziati nel recente Proleterka.
Già i titoli alludono a una distorsione, a uno snaturamento, o, se vogliamo, la realtà triturata e ridotta in coriandoli dalle forbici della Jaeggy si ricompone in ossimori e adynata, e così gli anni del castigo non potranno essere che beati, secondo, forse, la prassi contemplativa indicata da Aristotele. Le statue di un suo titolo giovanile non potranno che essere dacqua, il principio informatore applicato contro natura a una materia che accoglie tutte le forme e tutte le dimentica. E ancora, la paura del cielo sarà soggettiva o oggettiva? Chi ha paura di chi? Noi di un cielo pronto a rovinarci addosso, o il cielo stesso perché ha in sé iscritta la propria fine, non con uno schianto, direbbe Eliot, ma con un lamento?
E che dire dei borghesi colti nel corso duna crociera funebre e insieme erotica a bordo di una nave battezzata con un nome da socialismo reale che più reale non si può?
Come insetti catturati nellambra, i personaggi della Jaeggy tengono fede alla promessa dei titoli. Forse questonestà perversa, questo rigore legalitario che portato alleccesso sfocia in somma ingiuria, deriva allautrice dallesser nata in Svizzera sullo scorcio degli anni 30, dallaver respirato quella centralità e medietà che soffocando i conflitti ne ritardano allestremo la conflagrazione. Ma quando i destini si compiono, quando si appura che ogni azione è insieme colpa e castigo a se stessa, le mediazioni si polverizzano, la narrazione torna a unimmediatezza bruciante, fatta di frasi secche, di parole isolate, la conflagrazione ormai creduta impossibile avviene, inarrestabile, sanguinosa.
Eppure, con la sua aria saggia, la Jaeggy ammicca e sfodera i suoi te lavevo detto, e con ragione, ce laveva detto, che ogni accumulo rovesciandosi genera catastrofe, che in ogni sequenza di parole è insita una necessità una predestinazione, come in certi versi formulari, che gli esseri umani, al pari della pietra di Spinoza, sono cupidi solo di permanere nel loro stato, quandanche sia uno stato di perenne sprofondamento.
Ma il miracolo della Jaegy sta ancora più in là, nel dirci cose imperdonabili con una scrittura limpida e priva di concitazione, nelladditarci quanto sia angosciosa e insieme futile la misura, quanto vi possa essere di tragico nella stessa forma della scrittura, nella parola ora ridotta a unesalazione a fior di labbra, ora dilatata fino allinconsistenza, resa simile a una ragnatela da pause ed ellissi.
I LIBRI DI FLEUR JAEGGY:
Il dito in bocca, 1968
Langelo custode, 1971
Le statue dacqua, 1980
I beati anni del castigo, 1989 (Premio Bagutta 1990)
La paura del cielo, 1994
Proleterka, 2001
A cura della Redazione Virtuale
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