COME INSETTI CATTURATI NELL'AMBRA I PERSONAGGI DI FLEUR JAEGGY TENGONO FEDE ALLE PROMESSE DEI TITOLI

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Fleur Jaeggy (1940)


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evo confessarmi una mia fissazione, o fisima: secondo me alcuni scrittori sono paesaggi, altri scene di genere o nature morte, altri ancora ritratti, a mezzo busto o a figura intera. E non alludo al loro aspetto fisico o alle qualità dell’opera. Intendo l’entelechia-scrittore, quella che detta le modalità con cui lo scrittore palesa, l’insieme inscindibile di corpo e anima, opera ed effige. Tutto chiaro, no?

Allora, come non detto: Fleur Jaeggy è un’icona. In senso proprio, voglio dire che rinunciando all’illusione della spazialità, ha preferito concentrarsi tutta in superficie, cristallizzandosi in una forma ieratica e minimale, non dovuta a mano d’uomo, spiccante sul fondo oro che, allusivo e immutabile, confonde ulteriormente, avvertendo, se ce ne fosse bisogno, che sono i limiti delle figure a permetterci d’identificarle, come l’estensione di un braccio segna i confini concessi al corpo.

E dunque, sotto la lente dell’eternità, nella scrittura della Jaeggy sfilano teorie di personaggi ed eventi ben caduchi, l’adolescenza de I beati anni del castigo, la piccola borghesia de La paura del cielo, una nekya carica di misteri depotenziati nel recente Proleterka.

Già i titoli alludono a una distorsione, a uno snaturamento, o, se vogliamo, la realtà triturata e ridotta in coriandoli dalle forbici della Jaeggy si ricompone in ossimori e adynata, e così gli anni del castigo non potranno essere che beati, secondo, forse, la prassi contemplativa indicata da Aristotele. Le statue di un suo titolo giovanile non potranno che essere d’acqua, il principio informatore applicato contro natura a una materia che accoglie tutte le forme e tutte le dimentica. E ancora, la paura del cielo sarà soggettiva o oggettiva? Chi ha paura di chi? Noi di un cielo pronto a rovinarci addosso, o il cielo stesso perché ha in sé iscritta la propria fine, non con uno schianto, direbbe Eliot, ma con un lamento?

E che dire dei borghesi colti nel corso d’una crociera funebre e insieme erotica a bordo di una nave battezzata con un nome da socialismo reale che più reale non si può?

Come insetti catturati nell’ambra, i personaggi della Jaeggy tengono fede alla promessa dei titoli. Forse quest’onestà perversa, questo rigore legalitario che portato all’eccesso sfocia in somma ingiuria, deriva all’autrice dall’esser nata in Svizzera sullo scorcio degli anni ’30, dall’aver respirato quella centralità e medietà che soffocando i conflitti ne ritardano all’estremo la conflagrazione. Ma quando i destini si compiono, quando si appura che ogni azione è insieme colpa e castigo a se stessa, le mediazioni si polverizzano, la narrazione torna a un’immediatezza bruciante, fatta di frasi secche, di parole isolate, la conflagrazione ormai creduta impossibile avviene, inarrestabile, sanguinosa.

Eppure, con la sua aria saggia, la Jaeggy ammicca e sfodera i suoi “te l’avevo detto”, e con ragione, ce l’aveva detto, che ogni accumulo rovesciandosi genera catastrofe, che in ogni sequenza di parole è insita una necessità una predestinazione, come in certi versi formulari, che gli esseri umani, al pari della pietra di Spinoza, sono cupidi solo di permanere nel loro stato, quand’anche sia uno stato di perenne sprofondamento.

Ma il miracolo della Jaegy sta ancora più in là, nel dirci cose imperdonabili con una scrittura limpida e priva di concitazione, nell’additarci quanto sia angosciosa e insieme futile la misura, quanto vi possa essere di tragico nella stessa forma della scrittura, nella parola ora ridotta a un’esalazione a fior di labbra, ora dilatata fino all’inconsistenza, resa simile a una ragnatela da pause ed ellissi.

I LIBRI DI FLEUR JAEGGY:

Il dito in bocca, 1968
L’angelo custode, 1971
Le statue d’acqua, 1980
I beati anni del castigo, 1989 (Premio Bagutta 1990)
La paura del cielo, 1994
Proleterka, 2001

A cura della Redazione Virtuale
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Maria Lo Bianco, Palermo, 6/11/'04

Ne "I beati anni del castigo" la scrittrice racconta con sapienza e gusto letterario una vicenda tutta femminile di amori e atmosfere adolesciaziali torbide- per dirla alla bunuel- all'interno di un collegio. Padrona della penna ricrea e restituisce alle lettrici e ai lettori la vita di alcune ragazze castigate e libertine tipica di un epoca e di un contesto. Citata da Franco Battiato nell'incipit di una sua canzone la Jaeggy si conferma una voce stimolante e ricercata.

Faldi (a.baruffaldi@netribe.it), 14/05/'03

Fleur Jaeggy sa scrivere benissimo di sentimenti e psicologia ma senza scomodare Freud o altri professori. Alcuni temi (es. l'educazione rigida) sono un po' troppo ricorrenti, ma la qualità dei suoi libri è sempre ottima. L'ho seguita ad una presentazione del premio Viadana, di persona è molto riservata ma simpatica.




http://www.italialibri.net - email: - Ultima revisione Sab, 7 ott 2006

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