NUTO REVELLI, UOMO DELLA RESISTENZA E SCRITTORE PARTIGIANO

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Nuto Revelli (1919-2004)



«Volevo che i giovani sapessero, capissero, aprissero gli occhi. Guai se i giovani di oggi dovessero crescere nell'ignoranza, come eravamo cresciuti noi della "generazione del Littorio". Oggi la libertà li aiuta, li protegge. La libertà è un bene immenso, senza libertà non si vive, si vegeta» (discorso in occasione del conferimento della laurea honoris causa a Revelli, 1999).

envenuto (Nuto) Revelli nasce a Cuneo il 21 luglio 1919, da una famiglia benestante. Subìsce il fascino dell’istituzione militare, come di frequente accadeva nella borghesia piemontese.

Nel 1939 entra nell’Accademia Militare dell’Esercito di Modena, uscendone con i gradi di sottotenente. Giusto in tempo per partire da Rivoli (Torino), con un treno-tradotta, per il fronte russo, nell’estate del 1942. Ufficiale degli alpini della Tridentina nella tragedia della campagna di Russia, a questa esperienza Nuto si rifece quando divenne uno dei primi organizzatori della resistenza armata nel cuneese.

Chiamò infatti Compagnia Rivendicazione Caduti la prima formazione partigiana messa insieme, prima di portare i suoi uomini nelle formazioni di Giustizia e Libertà.

Dopo aver condotto numerose azioni di guerriglia e aver superato l’inverno tra il 1943 e il ’44 e i rastrellamenti della primavera, Nuto Revelli assunse il comando delle Brigate Valle Vermenagna e Valle Stura "Carlo Rosselli", inquadrate nella I Divisione GL. Con queste forze, nell’agosto del 1944, riuscì a bloccare, in una settimana di scontri durissimi, i granatieri della XC Divisione corazzata tedesca, che puntavano ad occupare il valico del Colle della Maddalena.

Secondo alcuni storici, fu proprio grazie all’eroismo degli uomini di Giustizia e Libertà comandati da Nuto che gli Alleati riuscirono ad avanzare sulla costa meridionale francese per liberare, a fine agosto 1944, la città di Nizza. Nei giorni della Liberazione, Revelli comandava la V Zona Piemonte.

Nel 1945 si sposa con Anna, conosciuta prima della guerra. Nel 1947 nasce Marco, oggi storico di chiara fama. Lasciate le armi con il grado di maggiore (è poi stato nominato generale del Ruolo d’Onore), Nuto continua con la penna a diffondere il proprio impegno civile.

Scrivere diventa per Revelli il modo per continuare a resistere. Ha il suo lavoro in proprio, come commerciante di ferro, impiega il tempo libero per ritrovare ex partigiani, ex alpini, montanari, contadini, e a dare voce a quel mondo di umanità dimenticata dalla storia ufficiale.

Scrittore-partigiano, tra i suoi primi libri, scritti in una lingua limpida e ripulita dal superfluo, tutti pubblicati da Einaudi, ricordiamo, Mai tardi, Diario di un alpino in Russia, edito per la prima volta da Panfili a Cuneo nel 1946, La guerra dei poveri (1962), con prefazione di Aldo Garosci, che metteva insieme disfatta russa e vita partigiana, che in seguito Leo Valliani definirà una vera cronaca «cruda, realistica, senza riguardi per nessuno».

La strada del Davai (1966) nasce dalla volontà di stigmatizzare il comportamento dei vertici militari responsabili di quell’immane tragedia, un libro-inchiesta che troverà la naturale evoluzione in L’ultimo fronte, Lettere di soldati caduti o dispersi nella II guerra mondiale (1971).

Revelli adotta un metodo letterario che richiede grandi sacrifici, interviste stenografate a mano e successivamente ribattute con la macchina da scrivere, annotandosi a margine anche i sentimenti e le emozioni degli intervistati.

Per questo motivo, il Il mondo dei vinti, Testimonianze di vita contadina (1977), e L’anello forte, La donna, Storie di vita contadina (1985), richiederanno, rispettivamente, sette e sei anni di pazienti raccolte di testimonianze sul mondo femminile, con una ricerca fedele al linguaggio parlato e condotta quasi casa per casa, suddivisa tra Langhe, Montagna, Pianura, Collina.

Il disperso di Marburg (1994), da molti critici definito un romanzo perfetto, è il passo successivo, verso la narrativa, con un solo protagonista, il «tedesco buono», catturato dai partigiani, del quale non si è più saputo nulla; un capitolo narra di un parroco partigiano, poi protagonista di Il prete giusto (1998), indimenticabile e straordinario ritratto di un uomo che, dopo aver salvato tante vite, riconosciuto «Giusto» da Israele, sarà invece escluso e sospeso a divinis dalle gerarchie ecclesiastiche.

E ancora, un libro grondante di contemporaneità: Le due guerre (2003), forse da considerarsi il testamento morale da consegnare ai giovani. Nell’ultima opera, ancora una volta, Nuto Revelli cerca di rileggere i 25 anni che vanno dall'avvento del Fascismo al dopo Liberazione attraverso il punto di vista di chi li visse, avvalendosi delle testimonianze raccolte mischiate ai suoi ricordi.

Revelli ha anche scritto l’introduzione al libro Guerra partigiana (1973) di D. Livio Bianco.

A ottant’anni confidava: «La memoria è il motivo che unisce tutti i miei libri: non dimenticare. Ciò non significa che ci si abitui». «Riesco ancora a scandalizzarmi. C’è moltissimo da fare per la libertà e la democrazia. Però è possibile».

L’uomo della Resistenza, il calvinista delle Langhe, lo scrittore che non ha mai ceduto, è morto a Cuneo, la città natale, dopo una lunga malattia, il 5 febbraio 2004.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 20 febbraio 2004
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Patrizia Pastore, Bologna, 2/09/'04

Come fa a morire uno come Revelli? Il mondo sarà certamente peggiore. Rimane vivo, vivissimo il sentimento presente in tutti i suoi scritti. Che peccato, non averlo conosciuto prima, che peccato non poter più immaginare di guardarlo negli occhi. Non resta che rendere onore all'uomo continuando a leggere e rileggere quello che ha scritto.


Fabio De Santis (microfono86@hotmail.com), Roma, 31/05/'04

Ho scoperto Revelli e mi è piaciuto un sakko, le due guerre è un libro su cui bisognerebbe fermarsi e pensare a non ricomettere quegli errori e sacrificare tutte quelle poveri vite, tutti quei poveri giovani, grande Nuto!! W l'Italia!!




http://www.italialibri.net - email: - Ultima revisione Sab, 12 ago 2006

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