Enzo Siciliano, direttore di "Nuovi argomenti", scrittore diarista, biografo, saggista, ha frequentato i terreni della filosofia, dell’arte, della musica, del cinema e del teatro. Brevemente presidente della Rai

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Enzo Siciliano (1934-2006)


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ultimo ricordo che ho di lui è mentre racconta, con la consueta eleganza, un colore: il «bel rosso romano». Ne parlava come di un deposito del suo sguardo: «sporcato dalla pioggia – lo scrive in Mia madre amava il mare –, il rosso del mattone venato dal palpito segreto, soffocato che è della pittura di Mafai. Oggi, quel rosso è quasi del tutto sparito». L’eclissi di quel rosso dai palazzi della città diventava nelle sue parole il segno della frantumazione (della fine) di un mondo. Stringeva gli occhi: e sembrava che cercasse di ridisegnarsi nella mente via Cavour com’era – ma non per nostalgia, non soltanto. Per la «libertà del ricordare», che gli stava a cuore: e gli dettava, gli ha dettato parecchie pagine, tra le sue più belle.

Il fascino del Diario che teneva su «Nuovi Argomenti» credo derivi pure, soprattutto da questo: un mettersi in gioco sempre tutto intero (passioni, saperi, possibilità della vista), chiamando spesso a sostegno la memoria (intellettuale e corporea) – e l’eterno presente che la sostanzia, la tiene viva. «A vent’anni mi innamorai di Vittorio Alfieri – sciocchezze che capitano a certe teste calde come poteva essere la mia», scrive sull’ultimo numero della rivista di cui è stato a lungo animatore. Racconta di sé, Enzo Siciliano, dentro una Roma che aveva «spazi ancora scavati nel silenzio» – e della scoperta, nella Vita del Conte, che «solo la distanza può rendere giustizia al vero e renderlo, alfierianamente, veridico». «Oggi posso dire – spiegava ancora – che là proprio si annida il momento generativo del romanzo, se si è capaci con una mano svelta, e un panno, di liberare lo specchio dal suo appannamento – quello specchio dove la tua esistenza è riflessa, e tu, lo sai, non riuscirai mai a vederla nella sua prospettiva intera. Cercherai col romanzo di coglierne la dinamica, di misurarne il voltaggio, liberarla dalla sua tara, e ricavare dall’io la sua concretezza. Farlo, quest’io, magari anche in metafora, storico di sé stesso».

ato a Roma, scrittore, critico, giornalista e direttore della prestigiosa rivista letteraria «Nuovi Argomenti», biografo a sua volta e amico di scrittori (Alberto Moravia, Pier Paolo Pasolini, Elsa Morante...), per breve tempo presidente della Rai, ha giocato un ruolo di rilievo nella cultura italiana contemporanea. Ricordiamo tra le sue opere le maggiori: Vita di Pasolini (1978), Rosa pazza e disperata (1973), La notte matrigna (1975), La principessa e l'antiquario (1980, premio Viareggio), Cuore e fantasmi (1990), Carta blu (1992), I bei momenti (1997, premio Strega 1998), Non entrare nel campo degli orfani (2002), Carta per musica (2004), Il risveglio della bionda sirena (2004).
Quello che appunto diventa Siciliano: «storico di sé stesso», in ogni pagina di questi diari in pubblico; e l’umido di certe mattine, il fruscio della pioggia sulle vetrate dell’aula universitaria, il bisbiglio sottile di Sapegno, ogni dettaglio di un presente/passato che è tutt’uno, gli serve a decifrare, a definire in che modo, in che verso la linea dell’io attraversa quella degli eventi (è un’espressione di Giacomo Debenedetti, maestro caro a Siciliano), e come insomma non si finisca mai di diventare quel che si è (di compiere un destino). «Fare vero un io»: questo premeva a Siciliano, sia che desse corpo al protagonista di un romanzo, sia che, mescolando la storia pubblica con quella intima, tracciasse percorsi, possibilità del racconto autobiografico. Ma anche quando in rapidi tratti – come sempre faceva aprendo il Diario – descrive luci e temperature, tuoni, piogge, evoluzioni dei ritmi stagionali, per poi approdare ai libri letti, alla musica ascoltata, alle amicizie, alla vita famigliare (facendo diventare tutto questo un mondo unico, cioè il suo: il suo esserci, il suo «stare»), la senti comunque e sempre l’ostinazione generosa di quello sforzo: «fare vero un io».

«Sopra il cancello, i pennacchi piumati della mimosa come ogni anno. Una tramontana che stira la pelle del viso, e il cielo torbido. Come ogni anno – e forse di più –, malinconia», scrive Siciliano del suo ultimo febbraio. Il passo del poeta precede quello del saggista, lo prepara; o forse è lo stesso – ed è soltanto questione di marcia, di ritmo. Ha frequentato i terreni della filosofia, dell’arte, della musica, del cinema e del teatro con curiosità disinvolta e vivacissima; ha mostrato di potere essere dappertutto con la sua passione di tutto (come dice un verso di Zanzotto dedicato a Pasolini). E ha saputo, come giustamente è stato scritto, farsi «cerniera» tra alcuni maestri del Novecento e la sua generazione, ma anche quelle successive (era disponibile, con i giovani che lo cercavano, e pronto a spendersi). A condensare, a tenere il segno delle sue mille passioni, sempre, naturalmente, la letteratura (una predestinazione, l’ha definita una volta: «fu quanto mi salvò da una possibile dispersione di vitalità»); e la scrittura: il cui fascino sta anche nella coscienza della vita sentita come deposito, detrito, accumulo – sempre sul punto di disfarsi, di precipitare.

Rapisce, nella scrittura di Siciliano, l’onda che trascina le cose, le raccoglie – anche per troppa paura di perderle. Che venga raccontata un’esistenza vera, come nella impeccabile Vita di Pasolini, o reinventata (cioè riportata alla luce dall’immaginazione letteraria), come ne I bei momenti e nell’affascinante Risveglio della bionda sirena, o che l’autore torni sui luoghi della propria, come in Mia madre amava il mare e in Non entrare nel campo degli orfani, il reale è sempre definito nella sua tangibilità, «concretezza» – e perciò ecco addensarsi, come le nuvole, gli odori (una miriade), i sapori; e le cose, appunto: tutte con quella particolare colorazione – lo dice Raffaele Manica – che hanno «mentre stanno sparendo e disperatamente cercano di esserci ancora». Come il rosso dei palazzi di Roma.

Milano, 05.09.2003
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