SPERIMENTALISMO, ANTICONFORMISMO, RELIGIOSITA' SONO I CAMPI DI GIOVANNI TESTORI, PITTORE, SCRITTORE, REGISTA, POETA, ATTORE, CRITICO D'ARTE

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Giovanni Testori (1923-1993)


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iovanni Testori nasce a Novate Milanese il 12 maggio del 1923, e fin dalla gioventù il suo spirito creativo e ribelle ne influenza le azioni; ben presto collabora con alcune riviste, dedicandosi alla critica dell’arte contemporanea. Proveniente da una famiglia di provata fede cattolica, Testori mantiene con la religione uno stretto legame, evidente in tutta la sua attività letteraria e artistica. Pittore, scrittore, poeta, regista, attore e critico d’arte sono molteplici i campi in cui Testori esprime la sua vocazione artistica, dando vita ad una serie di esperienze ognuna di grande livello e soprattutto di notevole spessore per quanto concerne la ricerca della lingua, dello stile e dei temi.

Fu Elio Vittorini a scoprirlo come scrittore nel 1954, pubblicando Il dio di Roserio e in seguito le raccolte di racconti Il ponte della Ghisolfa e La Gilda del Mac Mahon che hanno come sfondo la realtà misera e umana di una Milano nella quale personaggi oltraggiati e umiliati nella loro dignità sono raccontati con un impeto linguistico venato di dialettismi milanesi e bizzarre contaminazioni lessicali. Il teatro entra, invece, nella vita di Testori nel 1960 con La Maria Brasca cui seguiranno, dopo il legame con Luchino Visconti, L’Arialda e La Monaca di Monza per la regia dello stesso Visconti. Gli anni ’70 saranno caratterizzati dalla Trilogia degli Scarrozzanti (Ambleto, Macbetto e Edipus), dove i temi di tre grandi tragedie giungono all’estremo in virtù di un’ambientazione moderna sulla quale aleggia il putrido senso di desolazione della contemporaneità.

Passio Letitiae et Felicitatis nasce e vive sullo stretto legame tra carne, morte, devozione religiosa e ricerca di soluzioni linguistiche antiquate e deformate, intrecciato a una piuttosto evidente introspezione religiosa. Testori, attraverso la scrittura, attacca e allo stesso tempo glorifica il reale, tendendo verso le sue manifestazioni maggiormente degradate, viste attraverso uno specchio deforme, fervido, sensuale, lugubre e accecante. Il suo lessico sarà in ogni opera un elemento di rottura con le esperienze letterarie a lui prossime, aliene dalla deformazione del linguaggio parlato e dall’esaltazione aulica delle sue opere. Il dialogo e il monologo scenico sono i campi privilegiati di tali scelte stilistiche con personaggi straniati, distorti vogliosi di evadere dal loro essere mediante la trasgressione e la provocazione, aspetti che il teatro di Testori tematizza con grande forza. La morte della madre nel 1977 segna per l’artista la nascita di un nuovo percorso artistico, sintetizzato dal monologo Conversazione con la morte, da lui stesso interpretato l’anno successivo. La Compagnia degli Incamminati, fondata da Testori, dall’attore Franco Branciaroli e dal regista Emanuele Banterle, darà vita ad esperienze come In Exitu, Verbò e l’Erodiade di grande importanza e memorabili dal punto di vista rappresentativo.

Successivamente, Testori prenderà il posto di Pier Paolo Pasolini come commentatore al «Corriere della Sera» — di cui diventerà in seguito responsabile della sezione artistica — rivelandosi ancora una volta una voce controcorrente, fuori del coro e soprattutto di grande lucidità analitica rispetto agli eventi politici e sociali. La grave malattia sopraggiunta nel 1991— che lo porterà alla morte due anni dopo, il 16 marzo 1993, — non fermerà il suo lavoro artistico, anzi assistiamo a un’intensificazione creativa con la composizione di molte opere teatrali, tra cui I Tre Lai, tre monologhi incentrati sulla vita di Cleopatra, Erodiade e la Madonna, figure femminili amatissime dall’autore e custodi attraverso le loro vicende del suo lascito letterario.

Sperimentalismo, rottura dei consueti equilibri linguistici, rivisitazione dei temi religiosi, osservati mediante il dualismo tra spirito e corpo, amore e dolore, luce vitale ed oscurità della morte, questo il contrasto mai risolto da Testori e portatore nella sua vita e nella sua arte di una dubbiosità mai completamente diradata.

Milano, 05.09.2003
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Massimo Sannelli, Genova, 12/09/'04

Il linguaggio dell'ultimo stadio è irregolarità e follia, come la Croce. Testori spiega il significato del (suo) linguaggio, che coincide con la realtà e la vita, quindi con il Cristo-carne: "Quando parlo di linguaggio, naturalmente, non mi riferisco al linguaggio inteso in senso estetico, ma a quel dirsi, raccontarsi, di essere nella vita in modo che questo corrisponda alla miseria, alla povertà ma anche all'inevitabilità della vita". E spiega anche il timore che l'incarnazione e la carne di Gesù si riducano a simbolo. In exitu è la nullità del linguaggio: sconfitta del diverso e, insieme, potenza della scrittura, senza sconfitta. Lo strazio è di una bellezza lancinante: "Ma Tu dì! Tu dì! Ma dì! Una, dì! Una sola, dì! Una sola, dì! Una sola, dì!"; "Verso la. Verso la. La bocca ver. Est la bo? Est la bo? Est la bo? Mamma, rispund: l'è la bu?".

Maria Carmela D'angelo (miriam.angeli@email.it), Milano, 23/10/'03

Non ho ancora letto l'intera opera di Testori, ma ricordo la straziante rappresentazione di IN EXITU alla stazione centrale di Milano, diversi anni fa,che poi rividi in teatro qualche tempo dopo, lo stesso Testori ci invitò poiché alla stazione per motivi logistici molti non potevano seguire l'azione, fu qualcosa per cui mi mancano la parole per descrivere le emozioni che provai, la partecipazione all'angoscia del dramma rappresentato, il teatro che diventa carne e sangue e materia viva, fino all'annullamento finale, ricordo gli occhi azzurri di Testori che leggevano dentro le persone, la sua figura dolente e autorevole..




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