ATTRAVERSO IL LINGUAGGIO, MARIO TOBINO PROVA A PENETRARE IL MONDO DISGREGATO, CUI IL MANICOMIO TENTA DI OFFRIRE UN ORDINE

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Mario Tobino (1910-1991)



ato a Viareggio, dove trascorse infanzia e adolescenza, Mario Tobino studiò medicina a Bologna e, in seguito, esercitò la professione di psichiatra in vari manicomi. Le opere famose: Il figlio del farmacista (1942), Il deserto della Libia (1951), Le libere donne di Magliano (1953), Il clandestino (1962), Per le antiche scale (1972). Dopo la sua morte è stata pubblicata la raccolta di scritti di natura autobiografica: Una vacanza romana (1992). Vinse molti premi letterari quali lo Strega, il Campiello, il premio Viareggio.

Le prime immagini che mi assalgono sono iconografiche: L'incubo di Füssli, Paolo e Francesca di Blake, Ofelia di Millais, i pazzi di Géricault, immagini di una follia (anche quella amorosa) che Tobino si è sentito di descrivere: «Che frequentavo la pazzia erano già numerosi anni, mi sembrò di conoscerla, di poterla umanamente dire».

Un grande scrittore francese, Louis Fèrdinand Celine nel Voyage au bout de la nuit affermò che l'uomo, nella sua intima verità, affiora soltanto in guerra e nella malattia. Credo che Tobino abbia utilizzato lo stesso paradigma. I suoi libri migliori parlano del vuoto, del tempo vuoto o esasperato del manicomio, del tempo vuoto della guerra e del deserto. Il deserto della Libia è il romanzo più poetico dell'autore. Sono sufficienti alcune citazioni: «La luna, per la trasparenza dell'aria, sembrava più vicina alla terra...e quel silenzio matematico che regnava per il semicerchio dell'assedio...»

Parole ripetute in poesia:

Ormai tra queste tende
camminiamo malsicuri passi
tra buche, sospetto di scorpioni
e il ghibli dal suono opaco
parlammo tra queste tende
senza piacere...

«...le case sparse sono altrettanti templi dell'amore, hanno lungo i fianche della porta d'entrata un arabesco di marmo corroso. Al di là di quello si amarono generazioni. Nell'oasi l'amore è politica, il fatto, la religione, il segreto. Per questo gli arabi odiano gli stranieri. Amare le donne per gli arabi è amare il tempo».

Ne L'Africa di Tobino Giuliana Rigobello scrive: «Il deserto coi suoi due volti si presta ad accogliere due facce della personalità dell'autore; la sensualità ardente e l'immaginazione sbrigliata da una parte, la penosità e l'eticità dall'altra, fare da raccordo la calda adesione alla vita, l'apertura verso gli altri, il sentimento della libertà, il pungente senso critico».

Ma esiste un altro, più intimo deserto: la pazzia. Nelle Libere donne di Magliano, Mario Tobino annota, giorno per giorno, la sua vita in manicomio. Lo scrittore visse una forte polemica con gli esponenti dell'antipsichiatria italiana, documentata da alcuni articoli comparsi sul «Resto del Carlino» negli anni '70, svelando quasi una sorta di affezione al manicomio, microcosmo ricco di disperazione e di inesplosa umanità.

Tobino, di fatto, riscrisse la prefazione alla luce dell'evoluzione sia farmacologica che terapeutica della cura: «... accade che un uomo infuriato entra in manicomio e con poche pasticche, già al secondo o terzo giorno si placa, fa come un tizzone immerso nell'acqua, che frigge e fuma, ma non più sfavilla l'incendio. E può accadere - non sempre, con discreta frequenza - che spesso si ricostituisce, si stabilizza, torna ritto in piedi ed esce come un uomo dal cancello dell'ospedale. Questo è uno dei più fortunati, che ha incontrato il suo preciso psicofarmaco. Ma altri, tanti altri, sulla soglia del manicomio, sembrano già guariti e non lo sono. Per questi il medico non imbroccò, ancora è tutto empirico. Gli psicofarmaci ebbero il potere di rompere le nebbie, non di purificare tutto. (...) io in qualche giorno anche recente ho sentito gravare sull'ospedale un silenzio sospeso, come di vana attesa, come si fosse riusciti a portare i malati sulla soglia della nostra libertà, ma poi era tutto inutile, non si riusciva a portarli al di là, dar loro le ali, far battere tranquillo e sicuro il corso del loro pensiero».

Al di là delle svariate filosofie sulla follia (desidero ricordare l'umana, poetica interpretazione di Eugenio Borgna, anch'egli direttore per molti anni del manicomio di Novara, nel libro Malinconia edito da Feltrinelli), l'autore ci fornisce nel suo libro una visione ricca di compassione neorealistica, di chi con i matti ha avuto a che fare ed ha cercato di intuire e addolcire le pene.

Le libere (ma di quale libertà?) donne di Magliano sono un corridoio di ritratti, uno dopo l'altro, i quadri di un'esposizione a volte lirica, a volte violenta, di un'incompatibilità con il mondo di fuori, per troppa delicatezza o realtà eccessiva. Il delirio femminile appare e scompare in quelle figure, quasi ombre, che appaiono e si celano, per poi riaffiorare nel ricordo, pure ninfee, con il corpo di Ofelia. le donne amano troppo, è per amore che finiscono tra le mura...

Attraverso il linguaggio Tobino prova a penetrare quel mondo disgregato e incoerente, cui il manicomio, con i suoi riti tenta di offrire un ordine, seppur precario. Il romanzo Il calndestino è il tema della guerra, un tributo alla Resistenza, dove si racconta di un gruppo di giovani che per combattere il fascismo si nascondono a condurre una vita linbica e sotterranea. «...noi siamo dei romantici, ci battiamo con i mezzi che abbiamo...».

Di nuovo una visione romantica dell'esistenza e della letteratura, appena temperata da un realismo quasi obbligato, sofferto dalla scrittore consapevole che l'arte non può essere cronaca storicistica, ma deve innalzarsi in forza e leggerezza dal dato storico.

Il tema della follia (anche la guerra lo è) torna qualche anno dopo in Per le antiche scale con una trama largamente utopica: «Abbiamo trovato la causa della schizofrenia...basta un sangue di schizofrenico. Noi abbiamo fatto vetrini su vetrini. In tutti gli strisci splende uno o più di questi globuli di intenso nero...»

Come dimenticare il Dottor Pascal di Émile Zola? Il Dottor Pascal studia l'ineluttabile ereditarietà nella malattia mentale: «Completamente spalancato, l'immenso armadio di quercia del secolo scorso, scolpito e con guarniture belle e forti, mostrava sulle assi nella profondità dei fianchi, uno straordinario ammasso di carte, di fascicoli, di manoscritti che si accumulavano, traboccando alla rinfusa. Da più di trent'anni il dottore vi gettava dentro tutto quello che scriveva, dalle brevi note ai testi completi dei grandi lavori sull'eredità».

La bestia umana di Zola in Tobino si illumina di luce propria, ha una sua dignità. Resta il mistero dell'uomo di fronte all'ignoto, sia esso virus, deserto, dolore, abbandono, delirio, guerra, passione amorosa, mare di Viareggio, luna d'agosto, mistero incantato davanti al quale i folli e i sani provano lo stesso senso di vertigine.

A cura della Redazione Virtuale di Italialibri

Milano, 4 giugno 2002
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Federico Bandoli, Vigevano (Pv), 24/06/'04

Dolce e passionale, romantico e violento: Tobino è un autore che resuscita l'emozione ed il bel parlare. Ogni sua opera è una diversa prospettiva della stessa sua natura, che stupisce, commuove ed esorta anche la nostra, quella di ciascuno che legga. Mi colpisce il grande, irriducibile amore per la libertà, unito ad una fiducia mai spenta, anche nel dramma, nella dignità dell'uomo.


Claire (passage@tiscali.it) Stiava (Lucca), 05.12.2002

Da cinque o sei anni studio Tobino, ho fatto un film su di lui, ne devo fare un'altro, facciamo con una FONDAZIONE IL SUO ARCHIVIO MULTIMEDIALE... e ancora mi meraviglio della sua richezza e della sua modernità.


Anonimo, Bologna, 08.10.2002

Tobino è un personaggio del Novecento grande amante di Dante e di Napoleone. Nelle sue opere si nota un grande amore per la patria e da molti e cosiderato il migliore autore italiano.





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