IL LAVORO LETTERARIO DI ANDREA ZANZOTTO APRE LE PORTE A UN MODO NUOVO DI FARE POESIA

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Andrea Zanzotto (1921)


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n caso letterario per molti e diversi motivi, di Andrea Zanzotto, a sorprendere è innanzitutto la inossidabile prolificità: i suoi esordi letterari risalgono al finire degli anni Trenta ed il suo ultimo libro è stato pubblicato nel 2001. Nell’arco di questi quasi settant’anni ha scritto e pubblicato decine di opere. È sorprendente questa longevità soprattutto se rapportata alla coerenza tematica che contraddistingue la sua poesia: è costante in lui un lavoro di ricerca e sperimentazione sul linguaggio, pur nella fedeltà ai suoi temi ed ai suoi paesaggi.

Nato a Pieve di Soligo, in provincia di Treviso, il 10 Ottobre 1921, Andrea Zanzotto è sempre rimasto intensamente attaccato alla sua terra, allontanandosene di rado: le frequentazioni universitarie, il servizio militare e la successiva partecipazione alla guerra di resistenza, una parentesi di lavoro in Austria ed i pochi viaggi per rispondere agli obblighi del suo lavoro di letterato. Se si presenta come apparentemente scarna la biografia, ampia invece è la produzione poetica che assieme ad un mai interrotto lavoro di saggistica ed a qualche prova di narrativa, copre un arco di tempo che va dall’immediato dopoguerra fino ai giorni nostri.

Anagraficamente Andrea Zanzotto rientra in quella «prima generazione postbellica» che risponde ad una «insolitamente vasta chiamata alla poesia», «nel clima di generico, ma intenso e fortemente partecipato, risveglio culturale e di fervida ripresa della parola» (come si premunirà egli stesso di illustrarci in un suo Intervento apparso in «Poesia Italiana Contemporanea» di Giacinto Spagnoletti).

La poesia di Zanzotto comincia a circolare nell’ambiente letterario intorno agli anni ’50, e pur premiata dall’avallo di una giuria straordinaria che gli assegnò proprio in quell’anno il premio San Babila (formata da Ungaretti, Montale, Quasimodo, Sinisgalli e Sereni ), le sue prime opere (Dietro il paesaggio pubblicata nel 1951 da Mondadori, Elegia ed altri versi nel 1954 da La Meridiana, e Vocativo pubblicato nel 1957 sempre da Mondadori) vennero apparentemente ignorate da critica e pubblico. Zanzotto appariva come un isolato, prezioso continuatore del verbo ermetico, e la sua poesia come strettamente legata alle poetiche dell’anteguerra, se non addirittura ad istanze tardo-romantiche e decadendistiche. Leggendo i versi tratti dalle sue prime opere, si comprende bene per quale motivo all’apparire delle tre raccolte sopracitate vennero rivolte a Zanzotto, da più parti, in un clima letterario contraddistinto dall’affermazione del neorealismo, varie critiche di astrattezza, e soprattutto di avere atteso ad una poesia contenutisticamente fuori dalla storia, non engagèe, e formalmente arretrata.

L’insorgere d’una nevrosi nei primi anni cinquanta, le crisi di insonnia ed il ricorrere dell’idea della morte, oltre naturalmente l’ambiente di nascita appartato delle colline dell’alto Veneto, da soli non bastano comunque a giustificare questa posizione iniziale di apparente ritardo in Zanzotto; bensì più complesse motivazioni culturali si intrecciano ad una naturale predisposizione alla poesia come «parola» lanciata oltre, come momento «eroico», e del poeta come «legislatore, sacerdote, agnello da sacrificio», come ha giustamente sottolineato Fortini.

L’epilogo del suo scontro con l’allora imperante neorealismo si ebbe nel 1954 al convegno letterario di San Pellegrino, dove era previsto che nove autori affermati presentassero nove esordienti, Zanzotto venne presentato da Ungaretti; e nella serata finale si rese protagonista in un acceso dibattito sulle prospettive della letteratura con Calvino: quest’ultimo su posizioni di ortodossia militante, l’altro su posizioni esistenzialiste.

E’ innegabile effettivamente nelle prime opere di Zanzotto un costante tentativo di rimuovere la contingenza storica, e difatti egli stesso affermerà: «Nei miei primi libri, io avevo addirittura cancellato la presenza umana, per una forma di “fastidio” causato dagli eventi storici; volevo solo parlare di paesaggi, ritornare a una natura in cui l’uomo non avesse operato. Era un riflesso psicologico alle devastazioni della guerra. Non avrei potuto più guardare le colline che mi erano familiari come qualcosa di bello e di dolce, sapendo che là erano stati massacrati tanti ragazzi innocenti.»

Questo fastidio per la storia, più che al trauma della guerra o ad un disinteresse per l'istoriale corrente (come scriverà nelle Ecloghe), è in realtà anche dovuto ad una convinta e particolare visione della letteratura come testimone e direttrice di un mondo autre, come potere che non associandosi col Potere ne denuncia le contraddizioni. E per questo la sua ricerca si dirigerà verso una poesia forte del «coraggio di guardare in faccia il vero anche se con infinite difficoltà e col pericolo di aggirarsi in un labirinto» e che abbia in questo «il suo onore».

Il discorso metalinguistico e metapoetico ampiamente presente nelle prime opere di Zanzotto assume a partire dalla raccolta IX Ecloghe del 1962 (ed. Mondadori) una connotazione consapevolmente autoironica, che porta il poeta a prendere le distanze dalla realtà percepita come inautentica, dal vissuto soggettivo e dalla stessa tensione lirica, considerati definitivamente contaminati e menzogneri. Da una posizione privilegiata, interna ma allo stesso tempo il più possibile distaccata ed obiettiva, disincantata, egli considera l’attualità della poesia, in quanto tale, nel mondo moderno, a contatto quindi con l’alienazione del vivere, con le rivoluzioni tecnologiche, e con le più attuali formulazioni epistemologiche.

Il disincanto e la distanza critica comportano la rottura programmatica dell’orizzonte di letterarietà, il paesaggio letterario, al quale s’affidava ancora quasi interamente la lingua di Zanzotto, e l’apertura di questa ad inserti storici, di registro scientifico tecnologico (mucillagini, geyser, radar, macromolecola), e medico (cariocinesi, anancasma), i quali convivono con arcaismi, recuperi letterari e danteschi, latinismi e spezzoni di linguaggio canzonistico o pubblicitario. Una ricerca formale che sembra sempre sul punto di far esplodere la lingua poetica, pur mantenendo altissima l’attenzione sulla stessa.

Siamo orami alle soglie d’una piena maturazione letteraria e umana, e gli anni a seguire segneranno un’accrescimento generale dell’interesse nei confronti di questo poeta, ed un sempre maggiore e più consapevole approfondimento della sua ricerca poetica.

Il 1959 porta a Zanzotto, oltre al matrimonio, il premio Cino Del Duca (giuria presieduta da Montale); nel 1960 inizia a collaborare con «Il Caffè» di Vicari (rivista che riunirà alcuni tra i più interessanti scrittori italiani: Arbasino, Calvino, Volponi), e nel 1961 al Congresso Internazionale Silver Caffè conosce Tristan Tzara, padre fondatore del movimento dadaista. Nel 1964 Zanzotto ha l’occasione di incontrare il filosofo tedesco Ernst Bloch, e nello stesso anno esce la raccolta di racconti e prose per le edizioni Neri Pozza Sull’altopiano.

Nel 1968 presso Mondadori viene pubblicata La Beltà, opera che renderà manifeste le conquiste di questo autore nel campo del linguaggio, e che sarà da molti accolta come la sua più importante prova poetica.

Il linguaggio poetico destrutturato psicanalitico e magmatico è protagonista dell’edizione semiclandestina Gli Sguardi i Fatti e Senhal, pubblicata a spese dell’autore in poche preziosissime copie nella stamperia della sua Pieve di Soligo. Il tema che fa da sfondo a questo polifonico poemetto è la conquista della luna da parte dell’uomo, vista come violazione e violenza del mito e dell’aura poetica.

Gli ultimi anni sessanta ed i primi settanta sono anni di intense collaborazioni, viaggi letterari e preziosi incontri, e vedono il valore del poeta finalmente riconosciuto ed apprezzato.

Nel 1970 l’editore Scheiwiller stampa un volumetto di poesie giovanili di Zanzotto con il titolo A che valse?.

Nel 1973 viene pubblica, ancora per Mondadori, Pasque, e la prima fortunata antologia Poesie (1938-1972) a cura di Stefano Agosti. Importantissimo l’incontro che avviene nel 1976 con Federico Fellini, e che inaugura una feconda collaborazione tra i due: Zanzotto sarà cosceneggiatore del Casanova, de La città delle donne e de E la nave va.

Il poeta trarrà da quest’esperienza l’ispirazione per la sua composizione dialettale Filò, pubblicata nello stesso 1976 dalle edizioni del Ruzante di Venezia (corredata da cinque disegni di Fellini).

Il Galateo in bosco (ed. Mondadori), nel 1978 dà inizio alla pseudotrilogia, che proseguirà con Fosfemi nel 1983 e che vedrà compimento nel 1986 con Idioma.

Il Galateo in Bosco vince il premio Viareggio nel 1979 e Fosfeni vince il premio Librex-Montale nel 1983.

Zanzotto è ormai ampiamente riconosciuto e tradotto in varie lingue, e raccoglie nel 1991 i suoi interventi critici apparsi precedentemente su quotidiani e riviste nel volume edito da Mondadori con il titolo di Fantasie di Avvicinamento, seguito nel 1994 da Aure e disincanti del Novecento letterario.

Nel 1996 esce presso Donzelli, dopo dieci anni dall’ultima pubblicazione poetica, Meteo, e nel 2001 ancora una volta per Mondadori Sovrimpressioni.

Il lavoro letterario di Andrea Zanzotto sembra racchiudere in sé le più importanti riflessioni sull’esperienza poetica formulate nel ‘900, e apre le porte a un modo nuovo di poetare nell’Italia contemporanea. Che le sue motivazioni iniziali siano state di carattere etico esistenziale più che ideologico, non ha significato né comportato da parte sua, se non forse apparentemente, una chiusura totale nei confronti della storia, né un venir meno di quella tensione etica che spinge verso un cambiamento nel divenire della stessa. Se alcuni in quegli anni lavoravano sui contenuti, con motivazioni storiografiche o pedagogiche, con dichiarati e militanti intenti progressivi, Zanzotto agiva ad una diversa profondità, partiva da una posizione che metteva in primo piano la parola, come unico mezzo dato all’uomo per conoscere e dare senso alla realtà. Sentiva la necessità di ristabilire un rapporto di comunicazione con la realtà circostante ed era mosso dalla volontà di restituire all’atto poetico una sua validità sociale.

Naturalmente mettere in discussione la capacità di reale e autentica significazione del linguaggio pone inquietanti interrogativi non solo circa la comunicazione intersoggettiva delle esperienze individuali, ma anche riguardo al senso stesso dell'esperienza e alla conoscibilità del mondo.

In una intervista Zanzotto dichiarava a proposito della poesia : «Per quanto mi riguarda ho il sospetto che la poesia non sia affatto scrivere; il poeta non è scrittore nel senso corrente della parola; direi anzi che arriva ad odiare lo scrivere forse perché si sente in qualche modo costretto al suo gesto [...] si tratta di scalfire, scalpellare, graffiare la lingua o di sprofondarvi più che di usarla [...]. Nella poesia qualcosa è al di là e al di fuori dello scrivere [...]. Forse l’autentico grado zero, o il grado infinito della scrittura, è quello che traduce nella poesia, è quello che spaventa attraverso la poesia, anche quando essa può sembrare più connessa alla gioia, alla felicità dello scrivere[...]. E tutto ciò non esclude la compresenza di un meticoloso atteggiamento artigianale, a tempo strapieno.»

Ed è appunto questo atteggiamento che il nostro poeta ha assunto in tutti questi anni, impegnandosi a ricreare nel proprio laboratorio una lingua rinnovata ed autentica, una parola intesa come assoluta, fondo incrollabile dell’essere, ed è proprio in questo più che nello stile il suo ermetismo.

Ma se è vero che Andrea Zanzotto esce dalla storia per mezzo d’un linguaggio astratto ed allusivo, iperletterario, che nella prima opera si configura come paesaggio dietro al quale rifugiarsi, è anche vero che è sempre per mezzo del linguaggio che vi rientra dopo un lungo percorso di ricerca e sperimentazione, dopo avere restituito alla parola una piena, o se non altro, più autentica capacità di significazione e comunicazione.

L'oscurità che deriva da questo modo di intendere la poesia non ha nulla di gratuito, poiché la poesia per Zanzotto è un viaggio nell'oscurità alla ricerca dell'illuminazione, è un aggirarsi nei vari labirinti dell'esistenza (labirinti psichici, linguistici, storici, culturali), alla ricerca di una via per uscirne. Questa assume allora una funzione del tutto particolare di investigazione del caos, del labirinto, e di ricerca dei possibili barlumi di significato che consentano l'auspicata inversione di tendenza.

Naturalmente la poesia di Zanzotto non è soltanto questo, ma anche nei momenti di maggiore astrattezza, difficoltà, chiusura formale, presenta una sottile, sotterranea musicalità che avvince; così come quando più grande si fa la rottura, la distanza dalla norma, e lo sperimentalismo, sempre sembra resistere in essa un flebile canto elegiaco.

Appare fuori luogo un consuntivo dell’opera di questo autore, essendo egli vivo ed in attività. È tuttavia importante chiarire come il metodo, la ricerca, gli esiti formali ed i nuclei tematici, l’opera tutta zanzottiana, siano momenti poetici e personali di una teoria della letteratura e dell’uomo d’oggi, che vede questa come principio di resistenza alla disgregazione ed all'ottenebramento che sembra tutto involgere e coinvolgere.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 12 gennaio 2005
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