MAURO CURRADI, CERA E ORO - ROMANZO DEL POST-COLONIALISMO ITALIANO - DI SANDRO LOMBARDI

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Romanzo del post-colonialismo italiano
Di Sandro Lombardi

In occasione della pubblicazione del testo definitivo del romanzo Cera e oro, per l'editore Meridiano Zero, l'attore Sandro Lombardi, che ha a lungo frequentato il Nord Africa, rievoca in una nota al libro le vicende che hanno spesso portato la sua vita a incrociare quella di Mauro Curradi, prima del loro definitivo incontro, alla fine degli anni '80.

Haile Selassie
are i conti con il proprio passato recente non è esercizio frequente nel nostro paese. Specie se si tratta di un passato non propriamente corretto dal punto di vista politico e sul quale sarebbe necessario fare un esame di coscienza. Questo romanzo, raro e bello, che affronta il nodo del post-colonialismo italiano in Etiopia, costituisce un’eccezione e non trova riferimenti nella letteratura italiana del Novecento. Per individuare dei precedenti, bisogna pensare ad esempi inglesi, come il Passaggio in India di Edward Morgan Forster o francesi, come i Paraventi di Jean Genet. Sono esempi diversi tra loro e lontani entrambi da Cera e oro, e tuttavia i due testi, ambientati il primo nell’India del colonialismo inglese e il secondo sullo sfondo della guerra d’Algeria, hanno in comune col romanzo di Curradi la totale mancanza di compiacimento nella ricerca del colore locale: l’India di Forster, l’Algeria di Genet e l’Etiopia di Curradi sono soprattutto luoghi dell’incontro e dello scontro di culture, luoghi della sopraffazione e dello snobismo, luoghi anche della fascinazione e della ricerca di sé attraverso la conoscenza del diverso da sé. Niente esotismi, dunque, e niente nostalgie. E niente retorica autocelebrativa.

Siamo negli anni Settanta. Michele Serpegna, un professore italiano, arriva a Addis Abeba dopo aver lasciato il suo posto di lavoro a Stoccolma. E’ una città segnata dal colonialismo quella che appare a poco a poco al lettore del romanzo di Curradi: aeroporti, alberghi, porticati dalle colonne squadrate, negozi di computer Olivetti, uffici postali, l’Ospedale Duca di Harar, il viale Churchill, e poi sedi diplomatiche, missioni, aule universitarie… Serpegna giunge in un paese che: «Detiene molti primati. Solo il 5% dei sudditi sa leggere, il che non implica che sappia anche scrivere. I contadini sono fittavoli o fittavoli di fittavoli. Non hanno contratti fissi, né sicurezza legale. Consegnano gli otto decimi del raccolto ai proprietari, generalmente nemici dell’Imperatore, che loro accusano di riformismo. […] Il 45% della popolazione è affetto da sifilide, il 50% da ameba e altri parassiti intestinali. In tutto il paese solo tre sorgenti hanno acque prive di bilarzia. Il reddito medio pro-capite, 35 dollari l’anno, è il più basso del mondo. Due terzi dei bambini muoiono nei primi tre mesi di vita. I medici di nazionalità etiopica sono cinquanta, gli stranieri trecentoventi. Tre quarti concentrati nelle città. […] Tutto il resto va bene». Michele è uno che osserva tutto e cerca una spiegazione per tutto. Non sarà un compito facile, ma l’esperienza che ne trarrà sarà ricca e profonda, come quella che è riservata al lettore del suo resoconto.

Curradi è entrato nella mia vita attraverso una serie di avvicinamenti progressivi, che mi presentavano, proustianamente, di volta in volta una diversa persona. All’inizio degli anni Settanta, a Firenze si parlava di lui come di un eccentrico viaggiatore, dal carattere difficile a autoritario, gran conversatore dalle battute taglienti e raffinato conoscitore di paesi esotici come il Marocco e Israele, l’India e la Tunisia. Qualche anno dopo, avemmo una breve corrispondenza epistolare: lui dirigeva l’Istituto Italiano di Cultura di Tel Aviv e qualcuno ci aveva messi in contatto per combinare uno spettacolo laggiù, ma la cosa non ebbe seguito. Alla fine degli anni Settanta feci il mio primo viaggio fuori dell’Europa. Ero ospite, ad Al Hoceima, sulla costa mediterranea del Marocco, di un amico spagnolo la cui casa, costruita in morbide forme ispano-moresche sulla roccia aspra e nuda d’un colle, isolata in mezzo a una distesa d’orti oggi scomparsi per dar luogo a un fitto quartiere popolare, era conosciuta col nome di Los Desamparàdos (i non protetti), da una Virjen de los Desamparàdos cui erano devoti i genitori del proprietario, che dall’originaria Spagna ne avevano portato in quelle contrade una statua lignea. Si trattava di una città coloniale, fondata dagli spagnoli attorno a un piccolo villaggio berbero. Fino agli anni venti qui non c’era stato niente. Il vento spazzava i ciuffi dell’erica, cresciuti ai piedi dei fiori giganteschi dell’agave. Capre selvatiche brucavano i pochi germogli che riuscivano a infrangere la roccia.

La casa apparteneva a Juan Romàn. Figlio di spagnoli originari di Elche, che si erano stabiliti laggiù ai tempi del Protettorato, laureato in legge a Granada, si dichiarava di volta in volta pittore, poeta, etnologo e tante altre cose ancora, ma solo di recente aveva cominciato a pubblicare, tra Italia e Spagna, alcuni suoi scritti (L’ultimo sbarco, L’Obliquo, 1990; El mundo invisible de los yenùn, Ayuntamiento de Melilla,1996). Ero curioso e un po’ intimidito dal mondo completamente sconosciuto che mi circondava. Come introduzione al paese, Juan mi dette da leggere Via da me di Mauro Curradi, un volume pubblicato da Mondadori nel 1970, e oggi disponibile nelle Edizioni L’Obliquo che lo hanno ripresentato nel 2000, dopo altri due bellissimi titoli di Curradi (Persona non grata, 1997, Passato prossimo, 1999).

Arthur Rimbaud
Via da me consta di due resoconti di viaggio, in uno dei quali, intitolato Marocco, compare, sotto il nome di Jaime, lo stesso Juan. Una quindicina d’anni prima di me, Curradi era approdato a quella casa e, come stava per succedere a me, aveva attraversato una soglia di spaesamento, per poi trovarsi arricchito, spiritualmente e culturalmente. Al centro della narrazione c’è l’impatto con un mondo che, spingendo verso un’uscita da sé, porta a un viaggio di conoscenza interiore. Sullo sfondo c’è Al Hoceima, così com’era apparsa a Curradi negli anni Sessanta, quand’era ancora poco più d’un villaggio. La chiave per accedere a quel mondo è data dalla presenza di Juan, spiritello sapiente e geniale, visionario e svagato, inerme e dispettoso (i maligni lo chiamavano “la vipera del Rif”), generoso e imprevedibile. Era capace d’incantare i suoi ascoltatori con un’affabulazione ininterrotta, che andava senza stacco dalla più prosaica questione pratica a voli filosofici e a viaggi nell’invisibile.

Il Marocco di Mauro Curradi, scritto in una prima persona asciutta e severa, senza esotismi né compiacimenti, quasi senza aggettivi, mi pose di fronte, come in uno specchio spietato, la realtà che stavo vivendo in quei giorni. Erano passati anni ma città e persone non erano cambiati poi troppo. Cercai di spingere Juan a parlarmi di Curradi, ma ne ebbi poche informazioni. Nato a Pisa, residente a Roma, per anni direttore d’Istituti Italiani a Stoccolma, Addis Abeba, New Delhi, Tel Aviv, Tunisi, aveva frequentato Al Hoceima negli anni sessanta, stabilendo con Juan un’amicizia difficile. Ma si capiva che dovevano essersi anche divertiti parecchio. Poi era scomparso. Mi resi presto conto che l’amicizia tra Romàn e Curradi era stata per il primo, più giovane dell’altro, un momento importante di formazione. Il pudore lo trattenava dal parlare di letteratura e d’arte, di politica e d’interiorità, cose che gli apparivano troppo importanti per diventare oggetto di conversazione; e anche questa forse era una lezione di Curradi. Ma dalle cose frivole e quotidiane, che pur riflettevano una visione del mondo di ben altro spessore, trasparivano i segni di un’educazione sentimentale ricevuta e accolta con entusiasmo. Molte delle sue abitudini, quale quella del tè in spiaggia al tramonto, o delle cene nelle bettole dei pescatori del porto, dove l’uso delle posate era stato introdotto proprio da Curradi, o quella di rinominare i luoghi della città e dei dintorni secondo una toponomastica personale e impertinente; molte delle sue tecniche di abile conversatore, molti dei suoi giudizi, molte delle sue convinzioni sembravano essere state elaborate a contatto con Curradi, che aveva abitato a più riprese ai Desamparados. Uno spirito sarcastico, tagliente, un’intelligenza penetrante e in grado di formulare giudizi fulminei, una partecipazione dolorosa e amaramente distaccata alle vicende di un mondo da cui pure entrambi si sentivano separati, la capacità di mettere in ridicolo se stessi con generosa autoironia, questo e molto altro i due avevano in comune e così, attraverso la frequentazione del primo, iniziai a immaginare la realtà del secondo, di cui intanto leggevo i libri.

Addis Abeba, la cattedrale di San Giorgio
Negli anni Ottanta, quando frequentavo regolarmente Al Hoceima e Juan Romàn, Curradi, che ancora io non conoscevo, era a Tunisi, l’ultima delle sue sedi diplomatiche. Dalla fine degli anni Sessanta i due non si erano più visti né sentiti. Non era difficile immaginare che, con due caratteri così simili e appuntiti, qualche screzio avesse dovuto turbare il loro rapporto. Nel 1984 morì, in un incidente stradale, l’amico di Juan, Lepanto. Dopo il funerale, partimmo per Marrakech. Poi iniziammo la risalita a Nord, alla volta di Tangeri. Una notte di sosta a Essaouira, l’antica Mogadòr dei portoghesi (dove Joseph von Sternberg ambientò Morocco girandolo però a Hollywood e dove invece Orson Welles girò le scene cipriote dell’Otello), e poi Casablanca e Rabat. A Tangeri ci s’imbarcò per la Spagna e da Madrid tornammo a Firenze. Era un settembre dolcissimo e Juan passava le giornate taciturno, a rovistare tra i libri e le fotografie e a cucinare orribili piatti di lenticchie. Una domenica fui svegliato prestissimo dal telefono. Era Curradi che chiedeva di Juan. Questi dormiva e io appuntai per lui numero di telefono, indirizzo e l’indicazione di prendere a Termini la metropolitana e scendere alla stazione Lepanto. Toccato dalla coincidenza tra il nome della stazione e quello del suo amico scomparso, Juan decise di andare a visitare, dopo dieci anni di silenzio, l’altro amico ritrovato. Fu così che entrai in contatto diretto con Curradi. Ma sarebbero ancora passati un paio d’anni prima che ci incontrassimo, a Roma, nei camerini del teatro Valle, dove era venuto a vedermi recitare. Ci volle un po’ di tempo perché io riuscissi a far confluire nel signore minuto ed elegante che mi trovai di fronte tutte le varie identità che nel corso degli anni si erano stratificate per me sul suo nome. Frattanto, mi chiese di leggere un suo dattiloscritto sull’Etiopia e così, di indizio in indizio mi resi conto che il diplomatico italiano di cui tanti anni prima mi parlava mio zio, vissuto a Addis Abeba dai tempi della guerra fino alla sua morte avvenuta nel 1971, non era altri che Mauro Curradi. Il cerchio delle metamorfosi si chiudeva e iniziava un’amicizia.


PROFILO BIOGRAFICO
La vicenda d’attore di Sandro Lombardi s’identifica con la storia della compagnia da lui fondata, insieme a Federico Tiezzi e Marion D’Amburgo, all’inizio degli anni settanta a Firenze. Denominata dapprima Il Carrozzone, successivamente I Magazzini e adesso Compagnia Lombardi–Tiezzi, essa ha segnato un momento significativo nell’evoluzione del Nuovo Teatro Italiano, distinguendosi per la continuità di un lavoro di ricerca e d’innovazione.
Tra i molti lavori, tutti per la regia di Tiezzi: Genet a Tangeri (Premio Ubu 1994 come miglior spettacolo); Come è, di Samuel Beckett, 1987; Hamletmaschine di Heiner Müller, 1988, con cui ottiene il suo primo Premio Ubu per la migliore interpretazione maschile; Adelchi di Alessandro Manzoni, 1992; Porcile di Pier Paolo Pasolini, 1994; Nella giungla delle città, di Bertolt Brecht, 1997; Zio Vanja di Anton Cechov, 1999; L’apparenza inganna, di Thomas Bernhard, 2000.
Sono inoltre da sottolineare alcune esperienze d’attore particolarmente rilevanti, legate a Dante, a Testori e a lavori di confine fra teatro e musica. La lunga stagione dedicata a Dante inizia con l’interpretazione di Inferno (1989), Purgatorio (1990) e Paradiso (1991), appositamente adattati per la sua compagnia da Edoardo Sanguineti, Mario Luzi e Giovanni Giudici, per arrivare al recentissimo compact disc, in collaborazione con David Riondino, pubblicato da Garzanti.
Successivamente il lavoro di Sandro Lombardi si concentra sulla drammaturgia di Giovanni Testori, autore a lui particolarmente congeniale, tra l’altro per gli aspetti linguistici.
Nel 2001 la Rai gli ha dedicato la pubblicazione di un cofanetto con quattro compact disc contenenti tutte le sue interpretazioni testoriani anteriori all’Ambleto.

Milano, 18 giugno 2002
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«– Sentii parlare di realismo. Che cos’è questo? –
– Dovrebbe essere – rispose il conte un po’ impacciato – un’arte di illuminare il reale. Purtroppo, non si tiene conto che il reale è a più strati, e l’intero Creato, quando si è giunti ad analizzare fin l’ultimo strato, non risulta affatto reale, ma pura e profonda immaginazione. –»

(Anna Maria Ortese, L’iguana)



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http://www.italialibri.net - email: - Ultima revisione Gio, 3 ago 2006

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