DALL'UTOPIA ALL'ANTI-UTOPIA. FORMA DI PENSIERO LO SCHERZO LETTERARIO DI THOMAS MORE SI EVOLVE, DA TRATTATO FILOSOFICO A ROMANZO DI FANTASCIENZA

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Immagni da un mondo rovesciato

La fortuna di un genere letterario che si è mantenuto attuale attraverso i secoli evolvendosi, dal trattato filosofico al romanzo, alla fantascienza


Utopia
La favolosa isola di Utopia
l termine utopia indica una società i cui abitanti condividono una situazione ideale in tutti i campi della vita sociale. L’origine del concetto di utopia è da porre in contrapposizione a quello di “mito”, che allude invece a una condizione di felicità che si perde nella notte dei tempi: si tratti del paradiso terrestre o dell’età dell’oro (Joseph J. Kockelmans). Rispetto al mito, l’utopia, inverte la freccia del tempo: solleva il passato remoto della sua rilevanza, che trasmette tutta al futuro.

I miti sono narrazioni che scaturiscono da una particolare forma di pensiero, il pensiero mitopoietico, che ha la funzione di creare il ricordo di un passato leggendario, per legittimare teorie e dogmi che stabiliscono le condizioni razionali per gestire soluzioni morali, o pratiche, o linee politiche, altrimenti insostenibili.

Mito e utopia si servono entrambi dell’immaginazione ma, mentre il mito fonda la propria legittimazione sulla fede nella propria autenticità, l’utopia è fin dall'origine una “finzione” e come tale trova il suo campo più fecondo proprio nella letteratura. Utopia letteraria è il resoconto scritto di una forma di pensiero che riguarda società e costumi ideali che tendono a un’irrealizzabile perfezione. È l’illusione che, esaurito il suo “momento”, il pendolo della storia possa giungere definitivamente ad arrestarsi nel più intermedio dei mondi possibili, tra due estremi: sbilanciato il primo nel senso di una estrema libertà; il secondo nel senso di una giustizia estrema (Friedrich Dürrenmatt, Nel cuore del pianeta, Marcos y Marcos 2003).

Il genere utopico trova la propria ispirazione è in uno stato d’insoddisfazione per il presente, che induce a sognare un futuro ideale.

T.More
Sir Thomas More (1478-1535)
La formulazione del termine utopia si deve all’estro fortunato di un umanista e filosofo inglese, Thomas More (1478-1535), che lo coniò per denominare il luogo immaginario in cui è ambientato il breve trattato De optimo republicae statu deque nova insula Utopia (1516). Il significato del termine, che deriva dal greco ou=non topos=luogo, non-luogo, indica uno stato ideale che non esiste ma che sarebbe opportuno prendere a modello, in rapporto a una situazione irrazionale e caotica. Tali erano le vicende che interessavano l’Europa nel ‘500, al tempo della Riforma.

Il genere utopico, fonda tuttavia le sue radici in un’area geografica assai diversa dall’Inghilterra del XVI secolo – e molto prima che Thomas More gli attribuisse un nome – costellando la storia di esempi, tracce di un cammino che procede verso Occidente, di pari passo con lo sviluppo dell’umanità.

Lo scherzo letterario di Thomas More riscosse un successo notevolissimo, se si pensa che dal 1516 non si ebbe quasi generazione che non descrisse la sua utopia.

L'utopia da More alla Rivoluzione Francese

Nella narrativa utopica del periodo di tempo tra More e la Rivoluzione Francese, dal XVI al XVIII secolo, il punto focale slitta dalla prospettiva religiosa a quella sociale e politica, sebbene generalmente queste utopie più recenti non siano anticristiane.

Tommaso Campanella (1568-1639), frate domenicano delinea nel suo La città del sole (1602) uno stato teocratico basato sulla proprietà comune. Quanto a La Nuova Atlantide (1627), si tratta di un’operetta che Francesco Bacone inserì in appendice al Sylva sylvarum, ovvero una storia naturale, in cui esalta una comunità utopica di saggi.

Le avventure di Telemaco
(1695) di François Fénélon, descrive il viaggio immaginario di Telemaco alla ricerca del padre Ulisse, in compagnia del saggio Mentore. Romanzo di formazione, contiene concetti di politica moderna basati su un’idea di tolleranza. Di lì a poco, anche Giambattista Vico (1668-1744) suggerì che la società richieda un cambiamento della nostra mente, che consapevolmente l’uomo è in grado di cambiare il suo metro di giudizio e nella sua opera incompiuta, De antiquissima italorum sapientia ex linguae latinae originibus eruenda, si ispira alla tradizione di una leggendaria setta di filosofi che sarebbe precedente a Pitagora.

Jean-Jacques Rousseau (1712-1778) nel suo Discorso sull’ineguaglianza tra gli uomini (1755) sviluppa il principio di critica sociale, con l’allusione implicita di un possibile e opportuna riconciliazione tra individuo e società, attraverso (Il contratto sociale, 1762) l’elaborazione dei concetti di sovranità, libertà e democrazia. Nella Nouvelle Eloise (1761), descrive la comunità fantastica di Clarens, situata realisticamente sulle rive del Lac Leman e pertanto estremamente credibile. Candide ou l'optimisme (1759) è un racconto filosofico in cui Voltaire confuta l'ottimismo di Leibniz e mostra come, se presi alla lettera, certi principî filosofici possano generare situazioni comiche e surreali. L'ironia non risparmia neppure i sogni di una società perfetta (Eldorado).

A Louis Sebastian Mercier (1740-1814) si deve un'innovazione fondamentale che avrà ripercussioni sulla letteratura a seguire e favorirà la nascita del genere fantascientifico. Questo scrittore colloca la sua società ideale, in L'an 2240, non più in un luogo immaginario, utopico, ma in un tempo immaginario, mettendo in atto uno straniamento cognitivo di tipo u-cronico, anziché u-topico. Anche il marchese de Sade (1740-1814) scrisse il suo testo utopico: Si tratta di Aline e Valcour (1788), in cui l'autore contrappone utopie basate su principî opposti, che si elidono reciprocamente e portano a mettere in discussione l'utilità stessa di qualsiasivoglia norma, di tipo sociale o morale che sia.

Infine, Claude-Henri de Rouvroy Saint-Simon (1760-1825), uno degli artefici del pensiero europeista moderno, nel suo Nuovo cristianesimo (1825) avanza l’idea di una società fondata sul lavoro industriale nella quale la produzione è pianificata centralmente e i produttori partecipano del prodotto proporzionalmente al lavoro prestato.

l'Ottocento

K.Marx
Karl Marx
Dalla fine del XVIII all'inizio del XX secolo si hanno molte utopie sociali e politiche di carattere a-religioso o persino totalmente antireligioso, che mirano a promuovere una qualche forma di socialismo o comunismo.

Viaggio in Icaria (1840) l’opera più importante di Etienne Cabet, un viaggio immaginario in cui descrive l’organizzazione collettivistica ed egualitaria di una società ideale basata sulla comunione dei beni ma più vicino a una morale cristiana, che materialista. La razza a venire, è un romanzo utopico (1871) di Bulwer-Lytton, uomo politico, e scrittore attento alle mode letterarie del tempo. In seguito all’adesione al socialismo William Morris scrisse Notizie da nessun luogo (1891), romanzo utopistico di ispirazione radicale.

Nel saggio The Veins of Wealth, John Ruskin (1819-1900), autore del libro Le pietre di Venezia (1852), frutto del suo folgorante amore per l’arte gotica e di un lungo periodo di studio, descriverà gli ideali di una riforma sociale e architettonica e lancerà il concetto di ricompensa per il contributo del singolo al benessere della società

Se nel Settecento sono stati i filosofi francesi ad introdurre la nozione di 'ideologia' per indicare i fondamenti delle idee morali e politiche senza dover ricorrere alla metafisica, a questo concetto venne attribuito più tardi un ruolo preminente nella filosofia di Marx ed Engels. Nel Novecento i rapporti tra ideologia e utopia hanno occupato il centro di un dibattito piuttosto vivace.

Il Novecento e le anti-utopie

G.Orwell
George Orwell (1903-1950)
Nel XX secolo si sono manifestate accanto alla nuova produzione utopica vera e propria, diverse forme di narrativa anti-utopica ed anche, almeno in parte, uno sforzo per sostituire le idee utopiche classiche con varie forme di fantascienza.

Lo psicologo comportamentista Burrhus Frederick Skinner immagina un proprio mondo ideale, in cui la virtuosità o la viziosità delle situazioni dipende dai comportamenti indotti nei singoli per mezzo della scienza, spostando l'enfasi del problema dalla sfera politica-economica a quella culturale e psicologica.

Il primo autorevole esempio di anti-utopia si ebbe nel 1726, con la pubblicazione dei Gulliver's Travels, di Jonathan Swift, in cui le società immaginate sono altrettante contro-società, visioni crudemente grottesche delle società che si proclamano ideali e, al tempo stesso, amara satira dell'ordine sociale esistente».

Non è qui esagerato affermare che i più grandi romanzi utopici descrivono in realtà anti-utopie.

Né l'opera Brave New Word (1932) di Aldous Huxley (1894-1963), né 1984, che George Orwell scrisse nel 1949, sono viaggi immaginari. Sono invece descrizioni di un mondo osservato dal suo claustrofobico interno. A differenza dei Gulliver's Travels, in queste opere l'ideale non si trova al di sopra dell'uomo, irraggiungibile ma, appunto, “ideale”; esso si trova al di sotto dell'uomo, nel conflitto che ha luogo tra gli artificiali valori del sistema e i valori fondamentali dell'individuo.

Ciò che distingue Kallocaina (1940) dalle altre ‘distopìe’ è invece la concezione stessa della dittatura, che nel romanzo di Karin Boye non si esplicita come un elemento puramente esteriore, bensì agisce come un qualcosa di interno all’animo del protagonista (Valeria Consoli).

Esecrabile nell'anti-utopia non è la promessa di un futuro radioso, ma la promessa di un futuro che abbia come implicita condizione la manipolazione scellerata del presente. Il miraggio di un futuro irrealizza-to e irrealizza-bile giustifica così, perfettamente, le conseguenze disastrose che i cittadini subiscono. Nel presente.

(In L'origine dell'utopia, un'indagine a ritroso alla ricerca dei prodromi di una forma di pensiero che affonda le sue radici in epoca remota).

Milano, 12 febbraio 2003
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