talo Svevo, per bocca del suo più celebre personaggio, ottantanni fa, scriveva: Quando i gas velenosi non basteranno più, un uomo fatto come tutti gli altri, nel segreto di una stanza di questo mondo, inventerà un esplosivo incomparabile, in confronto al quale gli esplosivi attualmente esistenti saranno considerati quasi innocui giocattoli. Ed un altro uomo fatto anche lui come tutti gli altri, ma degli altri un po più ammalato, ruberà tale esplosivo e sarrampicherà al centro della terra per porlo nel punto ove il suo effetto potrà essere il massimo. Ci sarà unesplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di malattie». Gli scrittori, a volte, vedono più lontano degli indovini.
Cè stata in seguito unaltra guerra mondiale. Cè stata Hiroshima. E oggi di nuovo il timore per un conflitto che potrebbe assumere dimensioni disastrose. Al di là di ogni opinione e di ogni ragione, cè la paura e cè la coscienza. Non un pacifismo troppo facile, di maniera, ma una convinzione ben più profonda, frutto di dubbi, rovelli anche laceranti.
Sulla prima pagina del «Corriere della Sera», il direttore Ferruccio de Bortoli ha elencato giorni fa «le ragioni per dire no» a questa guerra. Su tutte, una: «La guerra preventiva rischia di trasformarsi in una guerra continua; dopo lIraq toccherà al vicino Iran che fra pochi anni avrà latomica? E che fare con la Siria che considera patrioti i kamikaze? Siamo sicuri che una pressione internazionale costante, unispezione prolungata, una vigilanza ferrea, non otterrebbero, dal lato della sicurezza e della lotta al terrorismo, migliori risultati di un conflitto dalle conseguenze imprevedibili, specie nei Paesi arabi confinanti? E la guerra continua leredità che lasceremo ai nostri figli in un Occidente più diviso e, dunque, più vulnerabile? E questo il modo migliore di dialogare con gli arabi moderati? E, soprattutto, con i giovani di quei Paesi, che saranno le classi dirigenti di domani, per convincerli che lOccidente è libertà, democrazia, che rispetta e si fa rispettare e usa la forza soltanto quando vi è costretto?».
Bisognerebbe chiedersi tutto questo, oggi, bisognerebbe ripensare senza andare troppo lontano al passato prossimo dellultima guerra mondiale, «a tutti gli anni che abbiamo impiegato per uscire fuori dallorrore», come mi dice lo scrittore Vincenzo Consolo. «Sono stato testimone di quella sciagura aggiunge e penso soprattutto alla guerra come offesa a creature innocenti, ai segni indelebili che lascia dentro, oltre a quelli che può lasciare su un corpo, fino ad annientarlo. Ho sperato fino allultimo momento che questa ennesima guerra si potesse evitare, ma ora sono pessimista, e terribilmente costernato: si aprono scenari terribili, di cui non saranno protagoniste le armi tradizionali, ma mezzi di guerra ancor più pericolosi e distruttivi. I campi di sterminio, Hiroshima, tutti quegli orrori non ci hanno insegnato niente?».
Anche Edoardo Sanguineti si dice molto pessimista. «La speranza che questo conflitto si possa evitare è ormai molto fragile, eppure dobbiamo continuare a tenerla viva. Un intellettuale, un poeta, non può fare molto: le possibilità di azione di fronte a questi fenomeni mi sembrano molto scarse. Possiamo solo sviluppare ragionamenti, sollevare riflessioni basate su una seria informazione, sulla prudenza e il buonsenso. Pensare di potere intervenire altrimenti è illusorio. Allintellettuale, come a ogni cittadino, resta la possibilità di manifestare, di sottoscrivere una dichiarazione, di sostenere le voci, religiose e politiche, che invitano alla pace».
Anche Elio Pagliarani la pensa così: «Fare qualcosa, non credo che possiamo farla. Il dovere è quello di esprimersi, di dire: non ci sto, non ci stiamo, ma serve solo per salvarsi lanima. Sono parecchio pessimista: la guerra è lesperienza più terribile in assoluto cui si può andare incontro. Ho visto bene bene la seconda, ed ho ancora dentro il ricordo di una tragedia enorme».
Dopo Hiroshima e dopo Auschwitz, molti gridarono: mai più. Samuel Beckett, più tardi, scrisse: «Pazzi che dicevate mai più, presto, riditelo».
«Ogni tanto in una famiglia normale nasce uno scrittore ma nessuno lo sa. Quindi lo allevano in modo indifferenziato; gli danno il latte materno, poi le pappette, gli insegnano a camminare sui piedi e non sulle mani...»
Carlo Goldoni 1707-1793Terzo centenario dalla nascitaNato a Venezia, a Perugia inizia gli studi presso i Gesuiti. Allievo del Collegio Ghilisieri di Pavia, frequenta la facoltà di Giurisprudenza e si laurea in legge a Padova. Scriverà intermezzi comici, tragedie e tragicommedie e avvierà la riforma tecnica che abbandona limprovvisazione della Commedia dellArte, dando vita a La bottega del caffè e La locandiera, capolavori del teatro di tutti i tempi.
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