GRUOOO 63 E NEOAVANGUARDIA. UNA RIUNIONE, IN PREPARAZIONE DEL 40 ANNIVERSARIO DELLA MITICA RICORRENZA DI PALERMO 1963

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Accadde a Palermo

Legato alle condizioni sociali e culturali del boom, il movimento rappresenta in letteratura il fenomeno più fecondo dell'Italia del "miracolo economico"

Il Gruppo 63 a Palermo
Del Gruppo 63 fecero parte i poeti Nanni Balestrini, Corrado Costa, Alfredo Giuliani, Francesco Leonetti, Giulia Niccolai, Elio Pagliarani, Lamberto Pignotti, Walter Pedullà, Antonio Porta, Amelia Rosselli, Edoardo Sanguineti, Giuliano Scabia, Adriano Spatola, Patrizia Vicinelli; i critici Luciano Anceschi, Renato Barilli, Fausto Curi, Gillo Dorfles, Umberto Eco, Angelo Guglielmi; gli scrittori Alberto Arbasino, Gianni Celati, Giorgio Celli, Furio Colombo, Enrico Filippini, Franco Lucentini, Luigi Malerba, Giorgio Manganelli, Nico Orengo, Giuseppe Pontiggia, Sebastiano Vassalli; l’editore Inge Feltrinelli; l’architetto Vittorio Gregotti; il regista Luigi Gozzi; gli autori della Scuola di Palermo: Roberto Di Marco, Michele Perriera, Gaetano Testa.
Il 1963 fu l'anno forse più bieco di tutto il secondo Novecento Una brusca sterzata, condizionò la Storia e compromise forse irrimediabilmente le opportunità di un certo sviluppo civile. La Neoavanguardia, che maturò agli inizi degli anni '60 e che sbocciò nel Gruppo 63 è quindi l'immagine di un'epoca che non fu, di una promessa non mantenuta, di un'Italia che avrebbe potuto essere, ma non si potè o non si volle realizzare.
A dimostrazione di tutto questo, numerose istanze che furono della Neoavanguardia non si sono esaurite. Ma nonostante queste siano a disposizione di chiunque intenda servirsene, non si riesce a trovare chi sia disposto a raccogliere il testimone. La verità è che le condizioni che caratterizzarono la realtà del 1963 nel 1967 non c'erano più e le condizioni in cui ci ritroviamo noi oggi sono figlie del 1967 ma, stranamente, non sembrano avere alcun legame di parentela apparente con il mondo nel 1963.
Un pensiero bizzarro, che ci stimola a riesaminare gli autori e le opere della Neoavanguardia in una prospettiva alternativa: come un serraglio giurassico che, per qualche capriccio del caso, si è trasmesso a noi quasi intatto, per aiutarci a confrontare come siamo e come invece avremmo potuto essere...

l Gruppo 63 prende il nome dall’anno in cui fu costituito. Ne fecero parte critici, poeti e narratori, stigmatizzandone la fondazione con un convegno che si svolse dal 3 al 8 ottobre all’Hotel Zagarella di Palermo, su invito e di contorno al festival di musica contemporanea «Settimana Internazionale di Nuova Musica» organizzato da Francesco Agnello. Questo connubbio tra letteratura e musica non sorprende e prelude all’intensa interculturalità che caratterizzerà il movimento fino alla fine.

C’erano stati dei precedenti. Tra il 1958 e il ‘59 gli esperimenti radiofonici di Umberto Eco e Luciano Berio, sul testo dell’Ulisse di James Joyce, avevano dato il “la” alla stesura di un saggio che costituì uno dei testi fondamentali della Neoavanguardia.

Opera aperta (1962) era, nelle parole di Eco, «...un’indagine di vari momenti in cui l’arte contemporanea si trova a fare i conti col disordine.» Il concetto di apertura si riferisce alla «reazione dell’arte e degli artisti [...] di fronte alla provocazione del Caso, dell’Indeterminato, del Probabile, dell’Ambiguo, del Plurivalente; la reazione quindi della sensibilità contemporanea in risposta alle suggestioni della matematica, della biologia, della fisica, della psicologia, della logica e del nuovo orizzonte epistemologico che queste scienze hanno aperto.» (Dall’introduzione alla I edizione del 1962). Un approccio “sistemico” all’interpretazione dell’arte, che entra in relazione e interagisce con le varie discipline che trovano nei mass media un potente strumento di divulgazione, influenzandole e venendone a sua volta influenzata.

Contesto storico

Chi visse in quegli anni fu testimone di una di quelle rare fortunate congiunzioni nel firmamento della Storia; l’allineamento degli astri di Papa Giovanni XXIII, di John Fitzerald Kennedy e di Nikita Kruscev ai vertici rispettivamente dei “tre imperi”: la Chiesa cattolica, gli Stati Uniti e l’allora Unione Sovietica.

Al di là dei giudizi che gli storici col tempo hanno affinato, intorno ai profili dei singoli personaggi, lo stimolo proveniente da queste tre personalità è consistito in una straordinaria capacità di alimentare l’immaginazione delle persone e di stimolarne le tendenze innovatrici verso una società migliore e in direzione, in tempi di Guerra Fredda e freddissima, di un allentamento della tensione tra gli schieramenti. In conseguenza di ciò, gli anni Sessanta furono a livello mondiale indiscutibilmente un periodo di grande fermento.

Nel giro di 16 mesi, tra il 1963 e il 1964, questi uomini straordinari sarebbero tutti scomparsi dalla ribalta della Storia. A ben vedere quindi il 1963 coincide internazionalmente con il punto di maggior spinta per la comunità occidentale, nel periodo successivo alla II Guerra Mondiale. Una spinta, che proprio in quell’anno si interruppe per portare di nuovo velocemente il mondo nell’oscurità di una spirale di conflitti sociali e bellici esasperati.

Anche in Italia la curva dell’economia, che nel secondo dopoguerra aveva preso “miracolosamente” a ergersi dalle rovine del conflitto, cominciò a flettere. Di lì a poco il boom avrebbe invertito la tendenza per trasformarsi, a fine decennio, nel lungo periodo di conflittualità sociale che portò il paese sull’orlo della guerra civile.

Il panorama della cultura

L’entusiasmo sperimentato dai componenti del costituendo Gruppo 63 rifletteva la genuina ricerca che stava prendendo corpo in tutto il mondo, di un nuovo stile di vita e di pensiero, in opposizione alle resistenze di coloro che si sentivano impegnati nella conservazione dei valori e nelle abitudini di un’Italia contadina e paesana e nella difesa degli interessi di gruppi radicati nel tessuto socio-economico.

Le istanze del movimento si contrapponevano a una “conservazione culturale” che ruotava intorno alla classe intellettuale uscita dalla guerra – i Calvino, Bassani, Cassola, Fortini, Morante, Moravia, Pasolini, Vittorini – che occupavano posti di controllo nell’industria culturale, nelle case editrici e nelle università. Le loro posizioni, che sviluppavano sulle riviste «Officina» e «La Voce», risentivano dell’influsso dei principî estetici del comunismo sovietico, (nella schematizzazione di Francesco Leonetti «Lenin sosteneva Tolstoj, mentre Engels sosteneva Balzac») e dell’estetica croce-gramsciana.

Erano considerati intoccabili, sia in campo letterario, perché costituivano la main stream della letteratura italiana del secondo Novecento, ma anche per quello che rappresentavano come intellettuali, la parte di valore di un’Italia che era sopravvissuta alle angherie del Ventennio, da cui era riemersa con una patina di istituzionalità. A distanza di cinquant’anni i libri di questi scrittori si trovano ancora sugli scaffali delle librerie e sono oggetto di insegnamento nelle scuole, a conferma della loro indiscutibile statura letteraria e morale.

Il Gruppo 63 non metteva in discussione la “qualità” dei testi o la statura dei personaggi, ma la conformità delle tematiche del Neorealismo, del Crepuscolarismo, dell’Intimismo alla mutata situazione della società, all’avvento dei mezzi di comunicazione di massa, a un nuovo paradigma tecnico-scientifico, in Italia e in rapporto al resto del mondo. All’establishment letterario si imputava di non essersi accorto della nascita dei nuovi linguaggi del giornalismo, della pubblicità e della televisione, del conseguente sviluppo della lingua italiana, della crescita abnorme che stava interessando la piccola borghesia.

In contrapposizione ai personaggi “popolari” che animavano i romanzi dei Cassola e dei Pratolini, i neoavanguardisti «si mettono in gioco in prima persona» (Angelo Guglielmi), con dei personaggi borghesi: come in Fratelli d’Italia (Alberto Arbasino, 1963, il romanzo più significativo dell’esperienza del gruppo), dove i personaggi si aggirano senza una trama, spostandosi per l’Europa da un festival di letteratura alla prima di un’opera lirica, a un set cinematografico, tenuti insieme da una fitta conversazione. I loro discorsi vertono a trasmettere le teorie critiche dell’autore. Si realizza così un’identità tra testo e teoria. Altrove, attraverso la poesia visiva di Lamberto Pignotti, per esempio, si assiste a un capovolgimento, dall’idea della forma, alla forma dell’idea. In Aviation-Aviateur, o Seduction-Seducteur, le performance di Adriano Spatola, si realizza una perfetta identificazione: poesia e poeta si compenetrano perfettamente, diventano tutt’uno.

Un testo ispiratore di più di un componente del Gruppo 63 fu La fine dei modelli, di Alberto Savinio; il titolo dell’antologia curata da Nanni Balestrini e Alfredo Giuliani, I novissimi (1961), che ha anticipato la Neoavanguardia, rispecchia perfettamente il senso contenuto in questo saggio di Savinio: “novissimi” sia in senso di ultimi arrivati, sia in senso di «Après moi le déluge» (Edoardo Sanguineti).

Il filosofo che raccoglieva maggiori consensi era Enzo Paci, fondatore di «Aut Aut», considerato il maggior filosofo del rinnovamento.

Per contro, gli intellettuali che costituivano la cosiddetta egemonia culturale accusavano i neoavanguardisti di essere la voce del neocapitalismo, di perseguire in realtà una scalata al “potere”; inoltre dicevano: «Propongono delle teorie? Bene, ma dove sono i testi?» (Sanguineti). In più interpretavano la consuetudine di confrontare e discutere il proprio lavoro in corso d’opera con gli altri componenti del Gruppo come una forma di promiscuità, una mancanza di pudore.

Cultura dominante, in Italia, espressione della linea degli intellettuali chiamati a collaborarvi, era però anche la giovane Televisione di Stato, con il «Festival di San Remo» (vinto da Tony Renis e Emilio Pericoli, con Uno per tutte; l’anno prima avevano vinto Domenico Modugno e Claudio Villa, Addio, addio), prototipo del nazional popolare; era la trasmissione televisiva «Canzonissima», regia, nel 1962-63, di Vito Molinari, condotta da Dario Fo e Franca Rame, sostituiti per incompatibilità con la dirigenza RAI, dopo sole sette puntate, da Tino Buazzelli e Sandra Mondaini. Questa era l’”egemonia culturale” nella quale ai neoavanguardisti premeva di entrare.

E cultura dominante era l’istituto tutto italiano della censura, stigmatizzato dall’approvazione della legge del 21 aprile 1962 n.161, che imperversava soprattutto nel mondo dello spettacolo, protagonista, grazie al cinema italiano, di un momento di grande successo sulla scena internazionale.

Il 1963 segnò l’uscita delle produzioni cinematografiche de Il Gattopardo di Luchino Visconti (Palma d’Oro a Cannes), tratto da Tomasi di Lampedusa, e di 8 e 1/2 di Federico Fellini (con i dialoghi di Ennio Flaiano). Venezia cinema premiava Francesco Rosi per Le mani sulla città. Valerio Zurlini firmava La bella di Lodi, sulla sceneggiatura di Alberto Arbasino, coregista. Marco Ferreri dirigeva L'ape Regina, tratto dalla sceneggiatura tratrale di Goffredo Parise La moglie a cavallo. Tratto dal romanzo omonimo di Lucio Mastronardi, usciva anche, tra le polemiche e i boicottaggi, Il maestro di Vigevano, di Pietro Germi, reso famoso grazie soprattutto all'interpretazione che ne ha dato Alberto Sordi. Ambientato nella provincia settentrionale travolta dalle trasformazioni sociali dello sviluppo economico, contrappone due mondi completamente diversi ma entrambi in crisi profonda: quello della scuola, abitato da maestri frustrati e mediocri, e quello della fabbrica, duro, cinico, orientato esclusivamente al denaro. L'Italia del boom era anche questo.

Il fermento culturale internazionale

In quegli stessi anni Fernanda Pivano spaziava tra New York e San Francisco per definire il fenomeno della Beat Generation. Allen Ginsberg, pubblicava Reality Sandwiches mentre l’anno prima, nel 1962, Jack Kerouac aveva pubblicato Big Sur, il suo ultimo romanzo “serio”, prima del lungo tunnel dell’alcolismo che lo accompagnò fino alla morte.

Sulla scena musicale pop, Bob Dylan lanciava Freewheeling, ispirato alle ballate di contenuto sociale del cantore popolare Woody Guthrie; i Beatles registravano il loro secondo singolo Please please me/Ask me why e i Rolling Stones debutteranno l’anno dopo con l’album England’s newest hitmakers...

Il Nobel che aveva premiato nel 1962 John Steinbeck «per i suoi scritti realistici ed evocativi che combinano umori compassionevoli e un’acuta percezione sociale», nel ‘63 premiava Giorgos Seferis (in arte Seferiadis) «per la sua scrittura lirica, ispirata da sentimenti profondi per il mondo della cultura ellenista» e nel 1964 Jean Paul Sartre, «per il suo lavoro che, ricco d’idee e pieno di spirito di libertà e di ricerca di verità, ha operato una decisa influenza sulla nostra epoca». (Sartre rifiutò il premio).

Nel 1963 Gregory Peck conquistava l’Oscar come migliore attore protagonista per l'interpretazione nei panni di Atticus Finch nel film di Robert Mulligan Il buio oltre la siepe, dal romanzo omonimo di Harper Lee (Premio Pulitzer 1961), ancora oggi uno dei romanzi più popolari della cultura nordamericana.

Nel 1963 il Nobel per la chimica andava a Giulio Natta per l’invenzione del Moplen™, quanto di più vicino alla cultura pop la scienza potesse concepire.

In america la World Science Fiction Society assegnava il Premio Hugo a Philip K. Dick per la novella The Man in the High Castle (La svastica sul sole).

Anche nell’unione Sovietica, con la salita al potere di Krushev, il clima di relativa libertà culturale e scientifica favorì lo sviluppo di un originale traffico letterario sotterraneo che sfociò nel fenomeno dei samizdat (letteralmente «pubblicazioni a cura di se stesso»).

Sulla scena dell’Arte, la Pop Art faceva una clamorosa comparsa, con i dipinti di Roy Lichtenstein (Whaam!, 1963) e di Handy Warhol (Campbell Soup can, 1964).

Come si vede, il mondo internazionale della cultura era ovunque squassato da fermenti di rinnovamento che però non agivano uniformemente con la stessa forza in tutte le espressioni dell’Arte. Ma il momento di transizione e di sviluppo culturale trovava riscontro nei cambiamenti che stavano avvenendo in tutto il mondo a livello sociale, politico ed economico.

Purtroppo anche la situazione in Viet-Nam si stava evolvendo rapidamente. Il “Papa buono” che l’11 aprile aveva diffuso l’enciclica Pacem in terris, si spense il 3 giugno. Il 16 giugno ci furono delle clamorose proteste a Saigon e le immagini di un monaco buddista che si era dato fuoco sulla pubblica piazza fecero il giro del mondo. Il primo novembre la CIA promosse un colpo di stato militare in cui venne ucciso il cattolico presidente del Viet-Nam del Sud e il 22 anche John Kennedy, presidente degli Stati Uniti, fu assassinato. Lo scoppio del conflitto in Indocina acutizzò le contraddizioni della Guerra Fredda e l’Italia prese presto coscienza della propria posizione geopolitica, schierata sulla frontiera Est-Ovest, aggravata da inconfessabili tensioni anticostituzionali interne.

Ovunque, il fermento culturale era destinato a evolversi in uno scontro sociale e politico.

Poetiche del Gruppo 63

In Italia il basso tasso di scolarizzazione (più del 70% della popolazione negli anni ‘60 ha conseguito al massimo il diploma di scuola elementare) fa della letteratura un’attività borghese d’élite, mettendola al riparo dall’interessamento pruriginoso della censura, che si scatena invece sul cinema (L’ape regina di Ferreri e La ricotta di Pasolini, 1963) e sul teatro (l’Arialda, 1964, di Testori).

Nel 1964 proprio Pier Paolo Pasolini pubblicherà un intervento, dal titolo Nuove questioni linguistiche, in cui descrive la situazione della lingua italiana organizzata su tre linee identificative: una media, corrispondente ad opere d’intrattenimento e d’evasione; una bassa, corrispondente alla prosa e alla poesia dialettale e una alta, della letteratura di valore. Quest’ultima a sua volta graduata a partire da un apice, costituito dal linguaggio iperletterario degli ermetici e della poesia, fino ad arrivare all’italiano medio dei Cassola, Calvino, Bassani, Moravia, Ginzburg (Premio Strega 1963 con Lessico Famigliare).

Insieme agli scrittori sperimentalisti, Stefano D’Arrigo, Giovanni Testori e Aldo Busi, gli autori del Gruppo 63, si pongono in antitesi a questa linea dell’italiano medio, su posizioni sperimentali e di rottura che privilegiano la ricerca del linguaggio verso uno scardinamento di ogni struttura sintattica e semantica. «La lingua è uno strumento espressivo che dice sempre il contrario di quel che dice» (Giuseppe Pontiggia), «fortemente significativa nella sua apparente insignificanza» (Angelo Guglielmi). Risaltano inoltre come caratteristici il rapporto tra uomo e tecnica ed evoluzione scientifica e l’approccio multidisciplinare che si realizza attraverso il contatto con la musica, col l’architettura, con la psicanalisi, che erano tra i campi esplorati da Luciano Anceschi sulla rivista «Il Verri». Nella poesia ironica di Giulia Niccolai e di Corrado Costa rieccheggiano spunti che riconducono alla Psicopatologia della vita quotidiana ed a Il motto di spirito, di Sigmund Freud.

Lo scioglimento

Il Gruppo replicò più volte negli anni successivi l’esperienza dell’incontro di Palermo, grazie all’ospitalità delle amministrazioni che lo accolsero in altre città: Reggio Emilia (1964); Palermo (1965); La Spezia (1966); Fano e, clandestinamente, organizzato dall’editore Beatriz De Moura, Barcellona, a beneficio di un gruppo di intellettuali spagnoli (1967).

L’altro argomento di contrapposizione nei confronti degli scrittori main stream era un atteggiamento di distacco dall’impegno politico, in direzione di un’avanguardia astorica, aideologica e disimpegnata.

Questa linea prevalse nel gruppo fino al 1967, quando l’atmosfera venutasi progressivamente a creare nel clima di crescente conflittualità, aggravata dall’occorrenza dei primi misteriosi episodi che per trent’anni avrebbero continuato ad alimentare le indagini della Commissione Stragi, contribuirono a renderla insostenibile. Le istanze della Società erano divenute troppo pressanti.

L’esperienza di «Quindici» fu intensa ma molti dicono che il Gruppo 63 aveva già esaurito la sua parabola. Si sciolse – ancor prima che la rivista, nel 1969 chiudesse i battenti – di fronte alla chiamata a un impegno civico che per alcuni dei componenti era divenuto prioritario e ineludibile. Obiettivamente, come rileva Renato Barilli, era cambiato anche il contesto economico mentre, sul piano delle “tecniche”, si andava sviluppando uno scenario nuovo, intorno alla diffusione sempre più palpabile dell’elettronica e dell’informatica.

Ma la realtà è che anche in Italia il confronto generato dalle spinte innovatrici, dal piano della cultura, era scivolato sul piano della politica, per degenerare nello scontro.

Il Gruppo 63 rimase pertanto legato alle condizioni sociali ed economiche di un’Italia del boom economico, di un progetto che non si poté mai realizzare completamente, e di un rinnovamento intellettuale di cui costituì, in letteratura, il fenomeno più fecondo.

«Fare dell’avanguardia un’arte da museo»

Edoardo Sanguineti ha interpretato fin dai tempi di Laborintus, questa parola d'ordine paradossale (l’avanguardia è proprio l’antitesi dell’arte museale) di uno dei padri dell’Impressionismo, Paul Cézanne, come un invito ad accettare le regole del gioco, applicandole però in modo tale da demistificarle. Il poeta genovese stigmatizza la posizione del Gruppo 63 con una battuta: «Eravamo “novissimi”, siamo diventati “vecchissimi”»: il postmoderno non presenta alcuna possibilità di modellizzare e quindi offre scarse opportunità di aggregazione e di tracciare una via comune (vedi intervista).

Nel maggio del 2003, in vista del quarantesimo anniversario della fondazione, il Gruppo 63 è convenuto a Bologna, ospite della Provincia, per una kermesse organizzata da Renato Barilli, Fausto Curi e Niva Lorenzini, che ha visto passare quasi tutti i componenti del movimento e che ha dato la possibilità di ascoltare i testi dalla viva voce dei presenti o degli attori invitati e visionare i documenti audiovisivi di coloro che non potranno più partecipare a questi incontri: Giorgio Manganelli, Antonio Porta, Adriano Spatola, Amelia Rosselli, Patrizia Vicinelli.

Cosa rimane dell’esperienza del Gruppo 63?

Per Vittorio Gregotti, unico architetto del gruppo, resta l’abitudine a una continua riflessione sul ruolo stesso della pratica dell’architettura; un ripensamento della tecnica all’interno delle regole del mercato, una “cultura del dubbio”, che si realizza nella rielaborazione continua delle stesse regole, dato che la realtà, alla fine, è in grado di digerire qualsiasi cosa; fondamentale, inoltre, l’aver ristabilito una centralità della realtà, con una notevole attenzione all’evoluzione tecnico-scientifica;.

Per Filippo Bettini, tra i fondatori del movimento della Terza Ondata, le istanze non ancora esaurite riguardano: la necessità di un rapporto letteratura-contesto, che può essere soddisfatto solo da un movimento letterario «ispirato al realismo attraverso il formalismo»; la scoperta dell’impossibilità di scindere il linguaggio dal processo dell’arte, e quindi dalla realtà; la costruzione di un rapporto organico tra teoria e realizzazione, con l’enfasi sulla centralità del momento teorico, che vede la teoria interiorizzata nella scrittura; lo stretto rapporto di intersemiosi tra letteratura e altre arti, che pone l’accento sull’importanza della tecnica; il rapporto con la tradizione letteraria attraverso la rilettura di Gadda, Gozzano, Campana; infine una rilettura del rapporto cultura/economia-potere.

A quarant'anni di distanza affiorano anche alcuni rimpianti: non aver prestato sufficiente attenzione a certi autori (Giuliani), come Luigi Meneghello (Libera nos a Malo, Premio Bagutta 1963), o Anna Maria Ortese (L’iguana, 1965). E delle certezze: ciò che resta dell’esperienza è a disposizione di chi vuole e può trarne profitto. Anche qui le posizione non è univoca: a fronte di un atteggiamento di chiusura di Edoardo Sanguineti, fa riscontro l’apertura di Guido Guglielmi, proiettata a un futuro possibile.

Per alcuni più giovani scrittori invitati a partecipare al convegno del 2003, resta lo stimolo all’apertura mentale e alla creatività che proviene dalla lettura giovanile di testi trovati a suo tempo «scandalosi», anche se i convenuti manifestano una certa riluttanza a raccogliere il testimone passato in eredità dall’avanguardia. Con una nota, anzi, leggermente puntigliosa e impaziente da parte di un poeta, lo scrittore e performer Lello Voce.

«Moi, je suis le déluge!»

Milano, 15 mggio 2003
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