LA LINGUA DI VINCENZO CONSOLO VIVE DI UNA CONTINUA TENSIONE VERSO LA POESIA: E IL VERSO LAVA LA PROSA

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Per i settant’anni di Vincenzo Consolo
L’opera di Vincenzo Consolo è un viaggio, dilatato nel tempo e nello spazio come la memoria
(di Paolo Di Paolo)


Vincenzo Consolo

la chiarìa scialba all’oriente, di là di Sant’Oliva e della Ferla, dall’imo sconfinato della terra sorgeva nel vasto cielo, si spandeva», rilessi. Da dove viene questa voce? da dove viene questa lingua? Una “e” apre la pagina e la storia, come se dietro ci fosse un lungo non-detto, o come fosse un verso, poesia. La lingua di Vincenzo Consolo vive di una continua tensione verso la poesia: e il verso lava la prosa – per dirla con Attilio Bertolucci, che usò questa espressione per definire la sua idea di letteratura – in un lavarsi affettuoso, «come tra amanti». C’è una soglia, o un faro, come il faro di Messina. E l’autore sta con un piede al di qua e con uno al di là. Al di qua il presente, l’oggi, doloroso e amaro, di qua «la nostra Itaca d’oggi, la matrigna terra della nostra memoria cancellata, della bellezza e della poesia oltraggiate, delle nostre passioni incenerite», o tutt’al più un passato, più o meno recente, che è solo specchio dell’orrore odierno; al di là, di contro, in una lontananza favolosa o mitica, un’altra èra, altre ère, antiche e indorate dal sogno, e terre e lingue e storie inventate, cioè ‘scoperte’, rinvenute da una memoria tenace che è l’unico appiglio per non precipitare nel vuoto e nel caos. Consolo si muove tra passato e presente un po’ come quel don Fabrizio Clerici in fuga dal suo tempo che anima il viaggio narrato in Retablo (1987) e che si domanda, insistentemente: «perché viaggiamo, perché veniamo fino in quest’isola remota, marginale? Diciamo per vedere le vestigia, i resti del passato, della cultura nostra e civiltate, ma la causa vera è lo scontento del tempo che viviamo, della nostra vita, di noi, e il bisogno di staccarsene, morirne, e vivere nel sogno». Quel passato più o meno immaginario ha la dolcezza del canto delle sirene, e invita il navigante all’abbandono, all’oblìo dei suoi mali, delle sue paure; è come «una dolcezza incerta, una dimenticanza di sé, degli altri, di passioni e crucci», «una sosta breve che si crede eterna», dopo cui il viaggio riprende, verso Itaca. Quella Itaca che ci riempie di nostalgia, ci arde nel cuore insieme ai giorni attraversati e perduti, alle moltitudini di notti e di volti rimasti lì ad attenderci. Ma eccola, l’isola in cui abbiamo riposto ogni nostra speranza, eccola lì: irriconoscibile come noi al volto di chi ci ha amato allora, e oltraggiata, indifesa, quasi incenerita.

L’opera di Vincenzo Consolo è un viaggio, dilatato nel tempo e nello spazio come la memoria. La meta finale è il presente, con cui alla fine è sempre doveroso fare i conti. La sosta in un altrove mitico e favoloso è reazione alla paura, serbatoio che ricarica la passione, ma è momentanea, si diceva, perché la minaccia e il buio della realtà avanzano e incombono, spandendo nell’aria tracce orripilanti. «E sedendo e mirando», però, è possibile allontanare lo sconforto, lanciare gli occhi dentro il fondo di noi stessi e farli risalire dotati di una facoltà nuova e quasi magica: quella di riappropriarsi di un altro tempo, di un’altra storia. Agli occhi nuovi si aggiunga poi un nuovo paio di orecchi, capaci di ascoltare echi di voci suadenti, ma molto lontane, e una bocca capace di acciuffare e ripetere quell’eco, farsi valle che la accoglie. Ecco perché «scrivere è una lotta non solo con la realtà» ma anche con sé stessi, perché è necessario tirare fuori da sé, creare o rinvenire straordinarie facoltà: uno sguardo e un udito finissimi, una voce liquida e melodica che sappia insinuarsi nelle pieghe del tempo e da esse riesumare preziose vestigia di altre grammatiche, altri lessici, altre lingue, dando loro spazio, e vita. Ogni pagina di Consolo si nutre di una saldissima memoria storico-letteraria, e le dà corpo in un corpo luminoso, levigato, morbidissimo, in grado di resistere ai maltrattamenti che il susseguirsi dei giorni impone a ogni cosa terrena.

Di fronte alla tragedia del mondo, Consolo reagisce sì inseguendo il sogno di un altrove ricostruito con estrema cura e abilità, concentrandosi più in assoluto sulla lingua e sulla sua musica, rifuggendo sciatteria e minimalismo, scegliendo con faticosa perizia le parole giuste, ma sa, dicevamo, che quell’altrove è destinato a frantumarsi contro il reale, contro lo strazio della violenza perennemente presente. Può allettare, affascinare, dunque, la fuga di don Fabrizio da ogni dolore e turbamento, e affascinare l’autore stesso, ma non al punto di condividerla fino in fondo. D’altra parte, come intellettuale Consolo ha sempre guardato attentamente e criticamente il proprio tempo e continua, dalle pagine dei giornali, ad analizzarlo nei più vari aspetti, invitando a riflessioni mai esteriori o superficiali. Insomma, alla fine, Ulisse ha il dovere di fare i conti con Itaca, sebbene non la riconosca più, offesa e oltraggiata com’è; deve trovare la via d’uscita dall’orrore, costruire la rinascita denunciando e «dando voce» a quell’orrore, combattendolo con le armi di cui dispone. Le parole? le parole, sì, anche se sembrano così poca cosa, e paiono fermarsi in gola, sciogliersi in pianto, “possono” – e allora siano alte, preziose in quanto cariche di senso, musicali e straziate come quelle dell’antica tragedia, tendenti all’urlo o al silenzio. «Pensò al suo quaderno. Pensò che ritrovata calma, trovate le parole, il tono, la cadenza, avrebbe raccontato, sciolto il grumo dentro. Avrebbe dato ragione, nome a tutto quel dolore». Così si chiude Nottetempo, casa per casa (1992), e così potrebbe riassumersi l’intento inesausto di Vincenzo Consolo, la sua ricerca totale e profondissima nel tessuto della lingua, per salvarla e per cercare in essa salvezza.

Milano, 18 maggio 2003
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