PER GIUSEPPE PONTIGGIA SCRIVERE ERA UNA STRENUA RICERCA DI ESSENZIALITA', UN CONTINUO LAVORO DI RISCRITTURA.

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La simpatia, la verità.
(di Paolo Di Paolo)


«Il voyeurismo televisivo ha raggiunto dei vertici impensabili perché la tendenza al guardare nell’intimità degli altri è tipicamente umana. L’uomo ha una forte curiosità per l’intimità altrui anche perché sorprende l’uomo nella sua spontaneità, l’uomo che non sa di essere osservato.» (dall'intervista a ItaliaLibri, dicembre 2000)

«I grandi scrittori sono in continuo aumento. Quelli che scarseggiano sono gli scrittori»
(Giuseppe Pontiggia)

na sua lettera, datata 20 giugno, mi è arrivata due giorni prima che morisse. Non potevo certo immaginare che sarebbe stata l’ultima. Sorridente e gentile, come era lui. Essenziale. Gli avevo raccontato le mie impressioni sul suo ultimo libro, Prima persona (Mondadori), colpito (spaventato?) profondamente da quell’acutezza di pensiero, così fresco e tagliente, che illumina ogni pagina, ogni riflessione, ogni affilato aforisma. Nelle pagine di Giuseppe Pontiggia, che troppo presto se n’è andato via, non esistono banalità, sciatteria, luoghi comuni — o meglio, esistono: ma soltanto per essere messi in discussione, ribaltati, ridicolizzati nella loro vuotezza.

Nella lettera gli confessavo di provare nei confronti del suo libro, letto in viaggio da Roma verso Napoli e ritorno, una strana forma di soggezione. Si può provare soggezione verso un libro? Semmai, tutt’al più — dirà qualcuno — verso l’autore. Sì, certo, anche verso l’autore — ma questo libro è davvero solo intelligenza, intelligenza fatta inchiostro su carta, e lo è a tal punto che, a momenti, il lettore finisce per dubitare della sua saggezza, e domandarsi se mai ne sia stato realmente dotato. Pontiggia riesce a metterti di fronte alla stupidità umana in maniera a volte brutale, senza mai per questo apparire supponente o antipatico. Non blandisce mai il suo lettore, né mai gli sorride leziosamente, eppure riesce ad essere uno scrittore profondamente simpatico. Anche — credo soprattutto — per quella capacità invidiabile di instaurare una solida consonanza con il lettore «nell’amore comune per ciò che ci fa più paura, la verità». La simpatia, scrive Pontiggia, «è la libertà che l’autore restituisce alla collaborazione del lettore. È il loro camminare insieme nel viottolo che abbrevia il percorso. […] Non si dà abbastanza spazio alla simpatia, nella analisi della nostra adesione agli scrittori. Ma quante cose accadono senza che noi lo sappiamo. Lo spazio la simpatia se lo prende da sé».

È un giudizio che condivido in pieno, e nella lettera che gli avevo scritto partivo proprio da qui: dall’importanza della simpatia in letteratura, e di quella «grazia infantile e tenera» che chiunque si occupi di libri e scrittura dovrebbe saper conservare: come Palazzeschi, che «ai buffoni di sempre» gridava: «E lasciatemi divertire»; o come Alberto Savinio. Pontiggia aveva appreso bene la lezione, e conosceva a fondo l’ironia. «Basta farlo con autoironia, dicono le pornostar, gli scrittori nei circhi, i politici sui palcoscenici. C’è tanta autoironia in circolazione, che per l’ironia non c’è più spazio», scrive ancora Pontiggia, che la adoperava con sapienza nella scrittura narrativa come in quella saggistica — e su qualunque argomento: la caduta dei capelli, la fragilità degli uomini, l’età degli scrittori, i tuttologi. Le interviste ai funerali: «“Non ho parole”. Quale occasione migliore per tacere?». E se in questa circostanza definissi incredibile la morte di Pontiggia, ecco ancora le sue parole pronte a fermarmi: «Incredibile è piuttosto che la morte sia definita incredibile, trattandosi dell’unica certezza che resiste nel tempo».

Ha ragione Paolo Mauri a sottolineare come Pontiggia non abbia mai «preteso di interpretare il mondo o di rifarlo da capo, ma si è dato un punto di osservazione seminascosto dal quale spiare, non visto, quanto gli uomini andavano facendo». È così che ha potuto — saputo — raccontare le memorabili Vite di uomini non illustri (1993), come quasi tutti i personaggi dei suoi libri, con un’attenzione minuziosa alle date, ai luoghi, agli avvenimenti più marginali (forse solo in apparenza), alle piccole coincidenze. È così che ha potuto e saputo raccontare la misteriosa scomparsa di un uomo d’affari, la cui identità resta sfuggente e sospesa nelle pagine terse di La grande sera (1989). Tutto quello che ha scritto l’ha scritto — e glielo hanno riconosciuto in molti — per “forza di levare”, in una strenua ricerca di essenzialità, in un continuo lavoro di riscrittura. Scrivere è riscrivere, sosteneva Pontiggia, e lo spiegava agli allievi delle sue scuole di scrittura. Per “forza di levare” ha scritto anche il racconto più bello e difficile, Nati due volte (2000). Non c’è niente di patetico, superfluo, ridondante nell’analisi disincantata e perfino, anche qui, ironica del rapporto tra un padre e un figlio disabile. Pur avendo attinto alla sua personale esperienza, non c’è una pagina, in quel libro, che voglia commuoverci a tutti i costi: la storia non chiede troppo facili pietismi. Chiede solo un’attenta riflessione su sé stessi, ancor prima che sugli altri; sui confini che diamo alla nostra idea di normalità e, ancora una volta, a quelli, forse troppo angusti, che ha la nostra intelligenza.

Come per vincere lo smarrimento, alla notizia della sua morte, ho ripreso in mano i suoi libri. Li ho sfogliati a lungo, ho sorriso di ammirazione per l’elegante e disinvolta brutalità con cui riusciva a metterti davanti agli occhi certe spaventose verità. Trovando — magari sembrerà strano — persino un poco di conforto per me stesso, e di fiducia — a rinsaldare la convinzione che la letteratura abbia un senso. Chiedersi il senso della letteratura è un’operazione assai faticosa, perché significherebbe «interrogare il senso della nostra vita, che generalmente non ne ha, e di quella degli altri, che di solito non ne ha di più». Meglio leggere senza troppi “per”: leggere nel presente per leggere il presente. È una meta ardua, dice Pontiggia: «però ho cominciato a perseguirla. Forse, quando avrò duecentoquarantadue anni, la raggiungerò ogni giorno. Per ora constato che leggere nel presente vede finalmente la convergenza di felicità e salvezza». Per ora constato che i libri di Giuseppe Pontiggia sono ottime lenti per cominciare a leggere nel presente il presente. Di questo ho fatto in tempo a ringraziarlo, e voglio farlo ancora, attraverso queste righe. «Tanto più sono lieto e orgoglioso che i miei libri le diano qualcosa», mi scriveva in quell’ultimo biglietto. Lo sono io, che ho appena compiuto vent’anni, e adesso a maggior ragione. «L’inflazione fa sparire le monete d’oro, ma il loro valore nell’ombra si moltiplica. E anche se al presente il piombo sembra prevalere, — ha scritto in L’isola volanteil futuro si fonderà sulle riserve invisibili». Su libri come quelli suoi, dunque, che potranno — fin quando glielo chiederemo — restituircelo sempre vivo, e perfino vitale.

Milano, 27 giugno 2003
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