enezia è un pesce. Passati sedici anni dallultima volta, già il primo colpo docchio è una secchiata di bellezza. Ha ragione Tiziano Scarpa: Venezia può essere letale. «In centro storico la radioattività estetica è altissima. Ogni scorcio irradia bellezza», scrive nella sua splendida guida Venezia è un pesce (Feltrinelli), che mi ha accompagnato lungo questo ritorno in laguna. Laccoglienza della città è dolcissima e gentile, come quella che mi aspetta nel lussuoso Hotel Bellini, di cui sono ospite. Finalista del Campiello Giovani? Ancora mi riesce difficile crederci.
Linizio è una camera dhotel. Frutta fresca sul tavolo, una bottiglia di spumante. Il giornale ricorda: domani il gran finale, e tu pensi: ma siamo solo allinizio e tutto deve ancora cominciare. Tutto, allora, comincia: con una notte di dormiveglia trepidante, di pensieri ingarbugliati, immagini che si sovrappongono sfumando luna nellaltra: e cè Venezia rimasta ad aspettarmi, una foto di sedici anni fa coi nonni miei e pure i nonni, forse, dei piccioni doggi, affollanti, come allora, piazza San Marco che è lunica piazza della città, piazza delle piazze del mondo, tanto capiente da contenere infiniti mondi e infinite storie. E lacqua verde che trema e circonda la città-pesce che sembra sempre sul punto di crollare, di cadere a pezzi come lintonaco dai muri cariati.
Con qualche imbarazzo. Guy de Maupassant si domandava come devessere vivere nelle stanze di Palazzo Labia, splendidamente affrescate. E in una di quelle stanze che assisto alla conferenza stampa del Campiello 2003. Si parte proprio da noi giovani, premiati uno alla volta tra i flash. Martina Cavaciocchi da Prato, la più giovane, con un racconto intenso e sapiente sul dolore della perdita e sullassenza, sulla speranza che rinasce: I gigli gialli della signora Griefe. Niccolò Maria Moronato da Padova con Leggero, tra sogni e leggerezza. Francesco Vietti da Torino, finalista per il secondo anno consecutivo, con I ciliegi selvatici, che abilmente ricostruisce latmosfera di una Belle Epoque in cui arte e vita coincidevano miracolosamente. Il sottoscritto, da Roma, con Unaltra storia, rivisitazione di una novella trecentesca damore e nostalgia che forse può dirci ancora molto. E infine la vincitrice, Francesca Franzon da Padova, con Noi e il monoscopio: uno stile consapevole e ironico per una storia abilmente raccontata, in cui si incrociano linguaggi e personaggi di romanzi mai scritti, Eva Bene e Kim F., alla fine innamorati, come lautrice di questo gioco strabiliante che è la letteratura.
«Con qualche imbarazzo», ripete Lorenzo Mondo, presidente della giuria che ha selezionato i cinque finalisti. Con qualche imbarazzo perché spiega le prove di questanno sono particolarmente brillanti. E questo è forse il più bel premio, per tutti e cinque, seduti lì, confusi e felici: che il proprio racconto sia stato apprezzato e lodato da chi per mestiere si occupa di parole, e che sia poi addirittura finito in un libro, un libro vero, di pagine e inchiostro I ragazzi del Campiello, Marsilio). Il premio è un premio di sorrisi, il premio è Venezia, e sentirsi un po protagonisti, è avere a un palmo di naso, che so, un monumento vitalissimo come Edoardo Sanguineti, o il volto sorridente e labito a fiori di Inge Feltrinelli; il premio è spaghetti alla tarantina da Capitan Uncino e un impeccabile gelato di luna piena, tornando in albergo coi compagni di viaggio e di finale.
Marco Santagata
Scrittori. Gli scrittori raccontano i propri libri, senza troppe parole, perché spiegano quello che cera da dire sta dentro queste pagine. Simona Vinci, la più giovane, sceglie di leggere, e legge, affascinante, una pagina del suo Come prima delle madri (Einaudi); Roberto Alajmo [Cuore di madre], con famiglia al seguito, scherza sul mancato premio Strega; Giuseppe Montesano (Di questa vita menzognera, Feltrinelli) e Laura Pariani (Luovo di Gertrudina, Rizzoli) raccontano comè bello raccontare storie. Marco Santagata dice di sperare di aver scritto, con Il maestro dei santi pallidi (Guanda), una storia di piacevole lettura. Lha fatto, ed è stato premiato dalla giuria popolare del Campiello. Che ha evidentemente amato i personaggi della storia, affabili e bonari come lautore, espertissimo petrarchista e docente di Letteratura italiana a Pisa.
La pioggia. Piove. Piove sugli smoking e sulle scollature. Piove su san Marco, e dondolano le barche ferme alla Riva degli Schiavoni. Allingresso la consegna degli ombrelli. Si prende posto, e la pioggia è ancora leggerissima. Allimprovviso, ma atteso, uno scrosciane violento. Ognuno resta al suo posto, con lombrello aperto e dallalto le logge di Palazzo Ducale devono essere unimmagine che piacerebbe al veneto Benetton, un puzzle di gialli, blu, rossi. Corrado Augias passeggia e conversa placido sul palco. Roberta Capua più preoccupata. Si parte o non si parte? Si fa il Campiello o non si fa? La pioggia non accenna a diminuire. Ora anche il vento. Si alzano gli astanti, si riparano. Sulle sedie vuote rimbalza lacqua. Impassibili Ferruccio de Bortoli e signora, fino allultimo, sotto lacquazzone. E tardi e si affacciano intanto i camerieri con le prime tartine. La folla si avvicina ai tavoli apparecchiati. La cerimonia non comincia? Avvantaggiamoci con il buffet. E così nel giro di un quarto dora il Campiello 2003 è un immenso buffet, un groviglio di smoking stipati sotto i portici, incroci di piatti stracolmi di pasticcini al pistacchio e olive ascolane. I camerieri e le hostess color albicocca si danno da fare, sgomitano. E il Campiello? Al Campiello non ci pensa quasi più nessuno. Soltanto una signora attempata è rimasta sotto la pioggia, e aspetta. Aspetta fino alla fine. Magari pensa alla faticaccia fatta per trovare il biglietto, e a quanto lha pagato. Smette di piovere e lei è ancora lì, ma il Campiello mentre il grosso del pubblico spazzolava piatti e piatti di minibruschette si è spostato in una bella sala interna a cui soltanto pochi eletti hanno avuto accesso. Gli altri fuori. Arrabbiati? Neanche tanto. The buffet must go on, mentre rimbomba come un ruggito la voce di Edoardo Sanguineti. Un fuoriprogramma: il poeta si appella a Ciampi e a Pera, presente alla cerimonia, affinché «salvino la Costituzione», in un momento in cui la salute della stessa risulta sostiene Sanguineti pericolosamente precaria. Secca e concisa la risposta di Pera: il Paese è libero, la Costituzione è salva. In fretta e in furia, la cerimonia arriva alla proclamazione del vincitore: Marco Santagata, che forse se laspettava meno di tutti. Insieme alla sua gloriosa casa editrice, Guanda, cui facevano ombra i colossi Mondadori, Feltrinelli, Rizzoli, Einaudi. Ha vinto il Professore, la gentilezza e leleganza, e il suo libro che riscalda come una fiaba.
Dopo. Dopo il Campiello le lussuose cene di rito. Per noi finalisti giovani, invece, un gelato e un po di stordimento. Anche vissuto a guardare la pioggia inclemente passeggiando sotto i portici, il Campiello mantiene il suo fascino. Festa in grande stile per la letteratura in cui come in tutte le feste più belle si finisce per dimenticarsi del festeggiato.
«Essere considerati di chiesa non era di per sè una raccomandazione. L'espressione era usata talvolta per mettere genericamente in guardia, come a dire: «Attento, é di chiesa!». Non che apparissero davvero più; cattivi degli altri, solo un po' troppo sicuri di non esserlo, e talvolta un po' duri e sbrigativi nelle cose della morale e della fede, come se le avessero in proprietà.»
Primo Levi (1919-1987)Secondo decennale della scomparsaLo scrittore era nato a Torino. Deportato ad Auschwitz riuscì a sopravvivere, fatto di cui non seppe darsi pace. Se questo è un uomo, La Tregua, Se non ora quando?, sono alcuni dei suoi libri che ci trasmettono inossidata la testimonianza più aggiacciante e vivida dell'Olocausto ebraico.
Verso una letteratura civile
Perseguo uno stile che non ha complicità con il potereTra la narrazione e il reportage, i libri di Antonio Pascale raccontano con ironia e con realismo la vita nella provincia di Caserta. Ce ne parla l'autore, a colloquio con Vanessa Sorrentino.
Laristocrazia letteraria di Tomasi di LampedusaNel racconto La sirena, scritto negli ultimi mesi di vita, il livello reale e quello surreale si incontranoNato a Palermo da un'antica famiglia della nobiltà siciliana, Giuseppe Tomasi di Lampedusa comincia a scrivere, durante un soggiorno nella casa londinese di uno zio ambasciatore, saggi sulla letteratura inglese. D'indole solitaria, accetta intorno a sé solo una ristretta cerchia di intellettuali sciliani. «Scrittore di un unico libro» (Montale) a fianco del più celebre romanzo, senza volere considerare vere e proprie narrazioni le lezioni di letteratura francese e inglese, si collocano degnamente i Racconti che furono pubblicati postumi sulla scia del successo de Il Gattopardo (di Anna Maria Bonfiglio).
Più grande della sua età!Cinque anni con ItaliaLibri
Il 23 dicembre 1999 nasceva questo sito, con l'obiettivo di promuovere la lingua, la letteratura e la cultura italiana nel mondo attraverso Internet. Col tempo, l'iniziativa di due individui si è trasformata nel progetto idealistico e corale che vede impegnato un popolo.
Un immaginario percorso ascendente (dall incomunicabilità muta a una comunicazione viva ma sterile), lantico tema del rapporto tra madre e figlio. Un «album della famiglia» italiana del secondo '900. Il malessere deborda dalle tavole e dai «tinelli» delle case bene (Gadda), alle fabbriche e alle piazze (Romano, Ginzburg). Il conflitto ruota intorno a una minaccia terrificante: il rifiuto autodistruttivo della prole di riprodursi. (Fallaci, Gadda, Ginzburg, Morante, Romano...)
L'attuale direttore dell'«Avvenire dei Lavoratori», che lo stesso Silone diresse negli anni '40, esprime il suo parere sul caso che interessò il mondo intellettuale italiano. (di Andrea Ermano)
«Soffi dell'anima»«Le parole sono cose in perenne drammatica trasformazione e specchio del nostro dibatterci in cerca di luce».Roberto Vecchioni parla del suo impegno nell'insegnamento ed espone la sua prospettiva personale sulla questione linguistica.
Gli amici in Scozia non lasceranno che laffetto per lui si estingua, al pari del rispetto per la sua opera. La cortesia e lentusiasmo schietto di Roberto Sanesi nei rapporti personali, così come nella sua arte, hanno lasciato un segno indelebile (di Alexander Hutchison)