HA VINTO MARCO SANTAGATA, IL PREMIO CAMPIELLO 2003. IL SUO LIBRO: IL MAESTRO DEI SANTI PALLIDI

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Cronache dalla Piazzetta
Un finalista del Campiello Giovani racconta
(di Paolo Di Paolo)


Campiello
enezia è un pesce. Passati sedici anni dall’ultima volta, già il primo colpo d’occhio è una secchiata di bellezza. Ha ragione Tiziano Scarpa: Venezia può essere letale. «In centro storico la radioattività estetica è altissima. Ogni scorcio irradia bellezza», scrive nella sua splendida guida Venezia è un pesce (Feltrinelli), che mi ha accompagnato lungo questo ritorno in laguna. L’accoglienza della città è dolcissima e gentile, come quella che mi aspetta nel lussuoso Hotel Bellini, di cui sono ospite. Finalista del Campiello Giovani? Ancora mi riesce difficile crederci.

L’inizio è una camera d’hotel. Frutta fresca sul tavolo, una bottiglia di spumante. Il giornale ricorda: domani il gran finale, e tu pensi: ma siamo solo all’inizio e tutto deve ancora cominciare. Tutto, allora, comincia: con una notte di dormiveglia trepidante, di pensieri ingarbugliati, immagini che si sovrappongono sfumando l’una nell’altra: e c’è Venezia rimasta ad aspettarmi, una foto di sedici anni fa coi nonni miei e pure i nonni, forse, dei piccioni d’oggi, affollanti, come allora, piazza San Marco – che è l’unica piazza della città, piazza delle piazze del mondo, tanto capiente da contenere infiniti mondi e infinite storie. E l’acqua verde che trema e circonda la città-pesce che sembra sempre sul punto di crollare, di cadere a pezzi come l’intonaco dai muri cariati.

Con qualche imbarazzo.
Guy de Maupassant si domandava come dev’essere vivere nelle stanze di Palazzo Labia, splendidamente affrescate. E’ in una di quelle stanze che assisto alla conferenza stampa del Campiello 2003. Si parte proprio da noi giovani, premiati uno alla volta tra i flash. Martina Cavaciocchi da Prato, la più giovane, con un racconto intenso e sapiente sul dolore della perdita e sull’assenza, sulla speranza che rinasce: I gigli gialli della signora Griefe. Niccolò Maria Moronato da Padova con Leggero, tra sogni e leggerezza. Francesco Vietti da Torino, finalista per il secondo anno consecutivo, con I ciliegi selvatici, che abilmente ricostruisce l’atmosfera di una Belle Epoque in cui arte e vita coincidevano miracolosamente. Il sottoscritto, da Roma, con Un’altra storia, rivisitazione di una novella trecentesca d’amore e nostalgia che forse può dirci ancora molto. E infine la vincitrice, Francesca Franzon da Padova, con Noi e il monoscopio: uno stile consapevole e ironico per una storia abilmente raccontata, in cui si incrociano linguaggi e personaggi di romanzi mai scritti, Eva Bene e Kim F., alla fine innamorati, come l’autrice di questo gioco strabiliante che è la letteratura.

«Con qualche imbarazzo», ripete Lorenzo Mondo, presidente della giuria che ha selezionato i cinque finalisti. Con qualche imbarazzo perché – spiega – le prove di quest’anno sono particolarmente brillanti. E questo è forse il più bel premio, per tutti e cinque, seduti lì, confusi e felici: che il proprio racconto sia stato apprezzato e lodato da chi per mestiere si occupa di parole, e che sia poi addirittura finito in un libro, un libro vero, di pagine e inchiostro I ragazzi del Campiello, Marsilio). Il premio è un premio di sorrisi, il premio è Venezia, e sentirsi un po’ protagonisti, è avere a un palmo di naso, che so, un monumento vitalissimo come Edoardo Sanguineti, o il volto sorridente e l’abito a fiori di Inge Feltrinelli; il premio è spaghetti alla tarantina da Capitan Uncino e un impeccabile gelato di luna piena, tornando in albergo coi compagni di viaggio e di finale.

Marco Santagata
Marco Santagata
Scrittori. Gli scrittori raccontano i propri libri, senza troppe parole, perché – spiegano – quello che c’era da dire sta dentro queste pagine. Simona Vinci, la più giovane, sceglie di leggere, e legge, affascinante, una pagina del suo Come prima delle madri” (Einaudi); Roberto Alajmo [Cuore di madre], con famiglia al seguito, scherza sul mancato premio Strega; Giuseppe Montesano (Di questa vita menzognera, Feltrinelli) e Laura Pariani (L’uovo di Gertrudina, Rizzoli) raccontano com’è bello raccontare storie. Marco Santagata dice di sperare di aver scritto, con Il maestro dei santi pallidi (Guanda), una storia di piacevole lettura. L’ha fatto, ed è stato premiato dalla giuria popolare del Campiello. Che ha evidentemente amato i personaggi della storia, affabili e bonari come l’autore, espertissimo petrarchista e docente di Letteratura italiana a Pisa.

La pioggia. Piove. Piove sugli smoking e sulle scollature. Piove su san Marco, e dondolano le barche ferme alla Riva degli Schiavoni. All’ingresso la consegna degli ombrelli. Si prende posto, e la pioggia è ancora leggerissima. All’improvviso, ma atteso, uno scrosciane violento. Ognuno resta al suo posto, con l’ombrello aperto – e dall’alto le logge di Palazzo Ducale devono essere un’immagine che piacerebbe al veneto Benetton, un puzzle di gialli, blu, rossi. Corrado Augias passeggia e conversa placido sul palco. Roberta Capua più preoccupata. Si parte o non si parte? Si fa il Campiello o non si fa? La pioggia non accenna a diminuire. Ora anche il vento. Si alzano gli astanti, si riparano. Sulle sedie vuote rimbalza l’acqua. Impassibili Ferruccio de Bortoli e signora, fino all’ultimo, sotto l’acquazzone. E’ tardi e si affacciano intanto i camerieri con le prime tartine. La folla si avvicina ai tavoli apparecchiati. La cerimonia non comincia? Avvantaggiamoci con il buffet. E così nel giro di un quarto d’ora il Campiello 2003 è un immenso buffet, un groviglio di smoking stipati sotto i portici, incroci di piatti stracolmi di pasticcini al pistacchio e olive ascolane. I camerieri e le hostess color albicocca si danno da fare, sgomitano. E il Campiello? Al Campiello non ci pensa quasi più nessuno. Soltanto una signora attempata è rimasta sotto la pioggia, e aspetta. Aspetta fino alla fine. Magari pensa alla faticaccia fatta per trovare il biglietto, e a quanto l’ha pagato. Smette di piovere e lei è ancora lì, ma il Campiello – mentre il grosso del pubblico spazzolava piatti e piatti di minibruschette – si è spostato in una bella sala interna a cui soltanto pochi eletti hanno avuto accesso. Gli altri fuori. Arrabbiati? Neanche tanto. The buffet must go on, mentre rimbomba come un ruggito la voce di Edoardo Sanguineti. Un fuoriprogramma: il poeta si appella a Ciampi e a Pera, presente alla cerimonia, affinché «salvino la Costituzione», in un momento in cui la salute della stessa risulta – sostiene Sanguineti – pericolosamente precaria. Secca e concisa la risposta di Pera: il Paese è libero, la Costituzione è salva. In fretta e in furia, la cerimonia arriva alla proclamazione del vincitore: Marco Santagata, che forse se l’aspettava meno di tutti. Insieme alla sua gloriosa casa editrice, Guanda, cui facevano ombra i colossi Mondadori, Feltrinelli, Rizzoli, Einaudi. Ha vinto il Professore, la gentilezza e l’eleganza, e il suo libro che riscalda come una fiaba.

Dopo. Dopo il Campiello le lussuose cene di rito. Per noi finalisti giovani, invece, un gelato e un po’ di stordimento. Anche vissuto a guardare la pioggia inclemente passeggiando sotto i portici, il Campiello mantiene il suo fascino. Festa in grande stile per la letteratura in cui – come in tutte le feste più belle – si finisce per dimenticarsi del festeggiato.

Milano, 16 settembre 2003
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«Tradiamo senza sosta noi stessi, quando preferiamo gli altri, quando per così dire li rendiamo migliori di quanto in definitiva non siano, ho pensato. Facciamo un torto a noi stessi in maniera ben più ripugnante, perché facciamo un torto a noi in loro favore e contro di noi.»

(Thomas Bernhard, Estinzione)



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