
Viaggio intorno ai peccati capitali di alcuni protagonisti della letteratura
Settimo cerchio,terzo girone dell'Inferno: punizione dei sodomiti", illustrazione botticelliana dell'Inferno di Dante
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«Nientaltro infatti è il peccato che un atto disordinato e malvagio»
S. Tommaso dAquino
sette vizi sono capitali, secondo Tommaso dAquino, perché essi ne originano altri. E dunque, di peccato capitale spesso si macchia la grande narrativa quando crea emblematici personaggi viziosi, dai quali discendono un numero infinito di emuli o, come si direbbe oggi, di cloni letterari e tutta unampia varietà di peccatori eccellenti. Molti studiosi di sociologia e di psicologia, molti teologi e antropologi ci hanno trasmesso la propria opinione sui peccati capitali e su come, in diverse epoche, ne è mutata laccezione e la percezione di gravità sociale. Interessante è, a nostro avviso, tentare lo stesso esame percorrendo pur velocissimamente e arbitrariamente una strada che attraversi i vizi immortalati dalla letteratura.
SUPERBIA (o della brama deccellenza)
«La superbia imita leccellenza, mentre tu solo, o Dio, sei leccelso al di sopra di tutte le cose» S.Agostino - Confessioni
Era invidia o superbia quella che mosse Lucifero a ribellarsi a Dio? A ben vedere è invidioso colui che non può insuperbirsi a causa delleccellenza delle qualità altrui, o per i beni che vorrebbe invano possedere. Chi è convinto della propria eccellenza, a torto o a ragione, non si macchia, di solito, del peccato di invidia. Ma poiché la superbia presuppone implicitamente un concetto di relatività (io sono più ricco di te, ho più potere, appartengo a una razza o a una classe migliore della tua
), è quasi inevitabile che i vizi della superbia e dellinvidia convivano prima o poi nello stesso individuo. Infatti, la convinzione di essere migliore di qualcuno o superiore a qualcosa identificativa del vizio della superbia spesso conduce al confronto-scontro con ciò che ci appare ancora superiore, e, di conseguenza, lautoconvincimento delleccellenza dei propri attributi è destinato a sfaldarsi in un sentimento di invidia bruciante e impotente. Detto questo, in letteratura il superbo ha spesso connotati luciferini proprio perché lultimo ostacolo al perfetto innalzamento di sé è la divinità. Come non pensare alle parole che Milton mette in bocca al Demonio ne Il Paradiso perduto: «Meglio regnare allinferno che servire in paradiso»?
Oggi la realtà scientifica ha superato qualsiasi fantasia letteraria in materia di emulazione della natura, e quindi della divinità: Frankenstein perciò è divenuto perfettamente verosimile e la copia della sua creatura, molto più sofisticata delloriginale romanzesco, sta probabilmente vivendo e sviluppandosi in qualche celatissimo laboratorio. Spesso però la superbia si concretizza in una drammatica sfida con se stessi. Il confine da valicare ad ogni costo non sta nellaltro da noi, di cui disprezziamo i limiti, bensì nel nostro io e nella nostra identità cui non vogliamo riconoscere limiti umani e perciò eguagliabili. Meravigliosa, a questo proposito, lallegoria di Conrad in La linea dombra, dove il giovane Capitano, paradossalmente, si riscatta dallaccidia e dalla disperazione, nelle quali stava precipitando, proprio con un atto di indicibile superbia: il protagonista, infatti, non sfida le forze occulte del destino e del mondo non visibile, bensì le proprie paure e il proprio umanissimo desiderio di fuga e di rinuncia.
INVIDIA (o dellinadeguatezza)
«
infatti invidiare è cattivo e opera dei perversi»
Aristostotele - Retorica
Tutta la storia letteraria cominciando dalla più imponente delle opere storico-romanzesche, la Bibbia ci parla di invidie funeste. Da quella di Adamo nei confronti del suo Creatore, a quelle fraterne di Caino ed Esaù, a quella degli amici di Giobbe ferocemente invidiosi della sua precaria fortuna. Fino a giungere al Nuovo Testamento, che, dopo averci narrato, attraverso la parabola del Figliuol prodigo, unistruttiva vicenda di invidia di un fratello nei confronti dellaltro (chi non si è sentito almeno una volta solidale con il maggiore?), si conclude, nella sua parte più nota, con lo scellerato tradimento di Giuda; peccato il suo che, manifestamente, non fu dettato da cupidigia o interesse, bensì da un furibondo risentimento nei confronti di un uomo di virtù infinitamente diremmo divinamente superiori.
Dei sette vizi capitali linvidia è tra quelli che hanno stimolato maggiormente la fantasia dei letterati e, forse, la più affascinate figura di invidioso lha disegnata Shakespeare con il suo Iago: dalla furiosa e tragica invidia di questi avranno origine, a cascata, molti altri delitti, primo tra tutti lira omicida di Otello e il suo stesso suicidio. Altro indimenticabile ritratto letterario di invidioso è senza dubbio Uriah Heep, di Dickens: qui il personaggio sembra non avere altra ragione dessere al di fuori del proprio livore e del proprio senso di inadeguatezza. Si tratta di un invidioso puro, succube totalmente del proprio vizio e che proprio da esso dipende per poter trovare un riscontro esistenziale.
Ma se, come afferma Tommaso dAquino, «linvidia è tristezza per il bene daltri in quanto ostacolo alla propria superiorità», dunque non è altro che unatipica, oscura, ma più che mai emblematica figura di invidioso, anche quella di Javert, ne I miserabili. In Javert, a prima vista, la spasmodica rincorsa e laccerchiamento di Jean Valjean potrebbero essere confusi con altre urgenti tensioni, quali il senso di impotenza, luso intollerante del potere, linaccettabilità della sconfitta quindi con la superbia ; in realtà essi altro non nascondono, se non unincontenibile invidia per un uomo in tutto superiore a lui, nel bene e nel male.
ACCIDIA (o del disgusto del bene)
«La loro anima ha respinto ogni nutrimento»
Salmo CVI
Accidia, ovvero lantivizio: paradossalmente laccidioso non si macchia di nessuna colpa perché non vive pienamente né il bene né il male. A ben vedere però, giuridicamente laccidia si identifica con la figura dellomissione; moralmente con lozio della coscienza. Letterariamente invece si rivela come un vizio molto proficuo perché è quasi sempre accostato al concetto di noia, di spleen, e, da che mondo è mondo, nulla è più artisticamente prolifico della malinconia, della noia esistenziale, e, caratterialmente, nessun personaggio è più affascinante di colui che trova banale e inadeguata a sé la normalità dellesistenza quotidiana. In questo senso, spesso laccidioso in letteratura si riveste di unaura di snobismo, di raffinatezza intellettuale, e difficilmente lo percepiamo come fastidioso o deprecabile.
Gli accidiosi in letteratura sono numerosissimi ed è difficile identificarne uno che superi tutti gli altri in bassezza morale, e al tempo stesso in magnificenza artistica con lesclusione ovviamente di Oblomov, che fin dalla sua nascita rimane il punto di riferimento per ogni personaggio romanzesco che si macchi di accidia e di ignavia esemplare .
Al tempo stesso, nella narrativa italiana, forse nessuno ha mai superato Moravia come non pensare a Gli indifferenti, a La noia, a La vita interiore
.) nella descrizione di personaggi annoiati, inquieti, tenacemente inetti e refrattari a qualsiasi spinta al riscatto sociale e morale.
S. Natoli, nel Dizionario dei vizi e delle virtù, ci presenta laccidia come una sorta di qualunquismo, di disfattismo. Lozio pervicace, ci permette la critica, la maldicenza, la verbosità sterile. In pratica, il contrario del famoso motto sessantottino: I care.
Se accidioso è dunque anche colui che pensa e specula, ma non ne ricava alcun costrutto, ecco che, come ben suggerisce T. Pynchon, Amleto fu un accidioso di grandissima levatura intellettuale, ma non per questo più giustificabile. Daltra parte, se laccidia è descritta da Tommaso come la repulsione e linerzia verso ciò che è buono e caritatevole, oggi, ci suggerisce Galimberti riferendosi ai giovani, tale vizio è divenuto somma espressione di un disagio generazionale, un vuoto, unassenza di prospettive etiche e sociali. E, come spesso avviene nel presente momento storico, anche laccidia si trasforma in atteggiamento amorale, piuttosto che immorale. In questo senso vanno intesi quasi tutti i vizi dei protagonisti della nuova letteratura giovanile e della narrativa pulp o trash. Si perdono i contorni del bene e del male, non si riconosce a nessun essere umano, o sovrumano, il diritto di giudicare e di punire, non si nutre alcun ideale estroflesso da sé, e perciò non si agisce altro che per la soddisfazione dei propri bisogni, contingenti e sempre diversi. Nessun bene, nessun male, perciò: nessun vizio, che li presupporrebbe necessariamente entrambi. Ecco perché la non viziosità dellaccidia è riconoscibile in quasi tutti gli eroi letterari contemporanei, solo episodicamente scossi da qualche pulsione autenticamente viziosa o virtuosa. Un esempio tra tanti: la giovane Belinda del libro di Veronesi Gli sfiorati, alla quale il protagonista riconosce il vizio dellaccidia al massimo grado, coniando per questo addirittura il neologismo di: schiumevolezza.
IRA (o del vuoto della ragione)
«Adiratevi ma non peccate...»
Paolo - Lettera agli Efesini
Si dice che allira e allinvidia non si sottraggano nemmeno gli dei. Lo stesso Gesù, a giudicare dallepisodio della cacciata dei mercanti dal tempio, perse almeno per una volta il proprio assoluto controllo di sé. Questo dovrebbe portarci a considerare la definizione di vizio come esasperazione di una virtù, piuttosto che mancanza di essa: Cristo infatti non mancò della virtù della pazienza, bensì esercitò quella della giustizia e la condanna delliniquità. I metodi utilizzati, e solo quelli, potrebbero quindi distinguere lesercizio di una virtù dal suo contrario, ovvero dal suo eccesso. Ma più semplicemente: lira è viziosa soltanto se irragionevole. Dice Gregorio Magno: «Bisogna avere la massima cura affinché lira, che viene presa come strumento di virtù, non prevalga sulla mente, né la domini come signora
allora infatti più fermamente si erge contro i vizi quando, sottomessa, si mette a servizio della ragione».
Che dire allora dei tanti iracondi consapevoli e lucidi di cui ci parla la letteratura? Come classificare Charles Alavoine nella Lettera al mio giudice di Simenon, che dichiara di voler essere giudicato come assassino che ha premeditato un delitto, pur essendo, senza alcun dubbio, in preda a una crisi d'ira irrefrenabile alla vista della donna che ama oltre ogni dire, ma che ritiene schiava di un passato a lui odioso? Per alcuni studiosi la distinzione può essere cercata solo nella motivazione dellatto collerico. Chi si adira per una giusta causa non è vizioso, chi lo fa per motivi iniqui ed egoistici lo è. In pratica: chi si infuria senza trascendere il limite del rispetto altrui ed esercitando la virtù della equità non è iracondo in senso stretto.
Ed ecco lesempio stupefacente della collera trattenuta, eppure tuttaltro che insignificante, di Padre Cristoforo ne I promessi sposi, subito dopo linfruttuoso colloquio con Don Rodrigo. Lo stesso Cristoforo che, anni prima, dalla propria collera mortale e questa volta peccaminosa aveva tratto motivo di resurrezione.
E così, per consolazione di qualcuno dei lettori, è assai improbabile che chi si macchia del vizio dellira possa contemporaneamente dolersi di quello dellaccidia. Uno dei più begli esempi letterari di ira nefasta e ingiustificabile, pur rivestita dal fascino ambiguo dellinesorabilità e della fatalità che non può essere contrastata in alcun modo dallumano volere, è quella di Nanni, amante e genero della Lupa verghiana. Così certamente, nellintero movimento letterario del Verismo non solo italiano (si pensi ai personaggi di Zola) si possono trovare un gran numero di sanguigne e indomite figure di mirabili iracondi.
AVARIZIA (o dellaccumulazione)
«Lavarizia è un amore smodato di possedere»
Cicerone Tuscolane
Galimberti, nel suo saggio I vizi capitali e i nuovi vizi, sostiene che lavarizia altro non sia che il denaro visto come fine e non come mezzo. Troppo facile, secondo questa pur esatta definizione, sarebbe dunque citare tra gli esempi letterari Lavaro di Molière: rappresentazione paradigmatica di un vizio che trascende se stesso per diventare simbolo feroce e ambiguo di un coacervo di difetti umani tra i più fastidiosi. Così come è sottinteso che di avarizia ironicamente e furbescamente rappresentata si macchiano molte maschere della Commedia dellArte, prima, e di Goldoni in seguito.
Crediamo invece che si possa estendere la definizione di avarizia a tutto ciò che concerne la sterile accumulazione di beni, non necessariamente materiali. Avarizia quindi come mancanza di carità, ossia conservazione egoistica di qualsiasi bene ci appartenga, sia esso concreto o spirituale. Ne consegue che può definirsi avaro anche chi considera esclusivi e non divisibili con altri i propri talenti e le proprie conoscenze. Lavarizia è quindi, in un certo senso, il compendio di ogni vizio, e lantitesi del precetto evangelico «Ama il prossimo tuo».
Quanta grettezza e superbia insieme, in tanti veri o presunti intellettuali letterari: dallinsipiente Don Ferrante manzoniano, al luciferino Jorge de Il nome della rosa! E come non ricordare Scrooge, di Canto di Natale, più avaro di sé che di denaro? Così come evangelicamente avari appaiono quasi tutti i protagonisti del Racconto di Natale di Buzzati, i quali presumono di poter gelosamente conservare per loro stessi, non cedendola a nessuno, la propria parte di Dio.
Strano è che non sia previsto tra i sette quel vizio che in apparenza potrebbe sembrare laltra faccia della medaglia dellavarizia: la prodigalità. Non la generosità, beninteso, o la carità e la benevolenza, bensì lo spreco e la dilapidazione dei beni di cui disponiamo. E dire che Cristo ha trasformato in un modello negativo colui che si è macchiato di tale colpa dedicandogli una delle parabole più note, e se nè servito poi per ricordarci la magnanimità del perdono divino. In realtà, chi dilapida i beni che ha ricevuto in sorte o che si è conquistato non è diverso dal goloso: egli, infatti, trae piacere dalleccesso di un consumo che per altri versi potrebbe considerarsi apprezzabile. E se lo fa compulsivamente, in preda a un demone interiore, come quello del gioco (si pensi a Il giocatore, di Dostoevskij), ricade secondo lattuale modo di intendere tali eccessi nella accezione di malato, piuttosto che in quella di vizioso.
GOLA (o dellinsaziabilità)
«Chi è, Signore, che non mangia del cibo, un poco oltre i limiti del necessario?»
Agostino Confessioni
Se tutti i vizi capitali possono essere considerati come il deteriorarsi di una virtù, o il venir meno di un limite, oppure, genericamente, come lopposto della virtù della temperanza (uno strabordare di ciò che di per sé sarebbe buono, in impulso incontrollato), la gola può definirsi tout court il vizio delleccesso. E, per suo completamento, si aggiunge il vizio della lussuria inteso come sovrabbondanza sessuale: in fondo quasi una sottospecie o una variante del vizio della gola; infatti, mentre cinque peccati riguardano un atteggiamento deviato dello spirito, questi ultimi due si riferiscono indiscutibilmente a una cupidigia del corpo.
Nel mondo occidentale moderno il vizio della gola, inteso come sfrenato soddisfacimento del bisogno fisiologico del cibo, non esiste più. Ad esso spesso si sostituisce, nei Paesi sviluppati, proprio il suo contrario; mangiare troppo non è peccato, bensì disagio mentale e sociale: un problema cui caritativamente porre rimedio. Ed ecco che nascono e divengono comuni i termini di obesità, bulimia, anoressia. In breve, oggi chi è goloso o soggiace ad altri irrefrenabili bisogni, spesso socialmente indotti, quali il tabacco, lalcool, o le droghe è malato e quindi non pecca, ma deve essere curato, o, nel migliore dei casi, è semplicemente giudicato come un individuo che non ha abbastanza cura di sé. Ma non è in fondo proprio questa la peccaminosità del vizio della gola secondo lAquinate, e cioè il recare danno a se stessi? Di conseguenza, nella letteratura moderna, è difficile trovare personaggi emblematici del vizio della gola inteso in senso tradizionale. Zeno, di Svevo, in questo senso è uno dei primi peccatori gola e accidia insieme riconosciuti dalla letteratura come malati.
Dopo Petronio Arbitro e Rabelais, la crapula non è quasi mai oggetto di descrizioni narrative di rilievo e si deve forse cercare nelle visioni dei banchetti rinascimentali famosi quelli descritti con puntigliosa dovizia di particolari dalla Bellonci o nella celeberrima immagine delle delizie culinarie che accompagnavano il ballo ne Il Gattopardo per riuscire adimmaginare ancora qualcuno che pecchi del vizio della gola secondo laccezione tomasiana.
LUSSURIA (o della sfrenatezza dei sensi)
«Guardati, o figlio da ogni fornicazione»
Tobia
È sintomatico che tra le leggi che Dio impone al popolo ebraico si trovi il divieto di fornicare, mentre, tra i vizi capitali, sia contemplata la lussuria e non la fornicazione. Usando un paragone giuridico, si potrebbe ipotizzare che la fornicazione sia un atto illecito isolato e senza reiterazione, mentre la lussuria rappresenti la continuazione del reato. La lussuria infatti come pure la gola trae origine dalleccesso di un bisogno naturale, e tale bisogno è per sua natura infinite volte saziabile. Quindi, non lussuriosi i peccatori danteschi Paolo e Francesca innamorati infelici, quasi costretti alladulterio da uniniqua imposizione famigliare e dalla pochezza delle distrazioni , bensì i lascivi monaci del Decameron. Non lussuriose M.me Bovary e Lady Chatterly, peccatrici cerebrali e autopunitive, ma piuttosto le protagoniste dei racconti della Nin, o i personaggi di H. Miller e di molti romanzi erotici o pornografici, antichi e contemporanei, in cui il vizio della carne è perseguito con sorprendente pervicacia.
Insieme allinvidia e allira, la lussuria è vizio amato dai romanzieri di ogni epoca, ma, come detto, risulta difficilmente distinguibile da altre pulsioni più o meno condannate dalla morale sessuale vigente, e comunque mai del tutto riprovevole, purché accompagnato da un qualche coinvolgimento sentimentale che lo affranchi almeno in parte dal presupposto di peccaminosità.
Le grandi cortigiane e prostitute letterarie un esempio fra tanti: lindocile Nanà di Zola sono evidentemente lussuriose, fino a che non si riscattano per mezzo di un innamoramento fatale, che pur non cambiando nella sostanza il loro vizio, lo elevano a espansione corporea di un sentimento più che legittimo. La stessa omosessualità, deviazione sessuale per eccellenza, vizio innaturale e più che mai etichettabile come lussurioso, quando in letteratura viene affiancata da virtù intellettuali e culturali acquisisce dignità, perdendo, anche alla luce della moralità tomasiana, ogni morbosità di vizio. Limperatore Adriano della Yourcenar è uomo di tale statura morale da indurre il lettore a perdere di vista la sua deviazione, peraltro accettata e largamente praticata in epoca precristiana.
Concludendo: se come afferma Tommaso «..nientaltro è il peccato che un atto disordinato o malvagio», come potrebbe la letteratura, che solo di esseri umani da sempre si occupa, non aver dato larghissimo spazio a quanto di irresistibilmente umano sta nel disordine morale e nella luccicante babele delle passioni?
BIBLIOGRAFIA
Tommaso DAquino - I vizi capitali - Rizzoli
Aristotele - Opere - Laterza
La Sacra Bibbia - Rizzoli
Cicerone - Tuscolane - Mondatori
S. Agostino - Confessioni - Mondatori
U.Galimberti - I vizi capitali e i nuovi vizi - Feltrinelli
S.Natoli - Dizionario dei vizi e delle virtù - Feltrinelli
AAVV - Otto peccati capitali - Archinto
OPERE LETTERARIE CITATE
Alighieri - La Divina Commedia
Boccaccio - Decameron
Buzzati - La boutique del mistero
Conrad - La linea dombra
Dickens - David Copperfield - Canto di Natale
Dostoevskij - Il giocatore
Eco - Il nome della rosa
Flaubert - M.me Bovary
Goncarov - Oblomov
Hugo - I miserabili
Lawrence - L'amante di Lady Chatterly
Manzoni - I promessi sposi
Milton - Il Paradiso perduto
Molière - LAvaro
Moravia - Gli indifferenti - La noia - La vita interiore
Petronio Arbitro - Satiricon
Shakespeare - Otello - Amleto
Shelley - Frankenstein
Simenon - Lettera al mio giudice
Svevo - La coscienza di Zeno
Tomasi di Lampedusa - Il Gattopardo
Verga - La lupa
Veronesi - Gli sfiorati
Yourcenar - Memorie di Adriano
Zola - Nanà
Milano, 17 settembre 2003
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