ENRICO BONINO, POETA LIGURE NATO AD ALBISOLA, SI INSERISCE PERFETTAMENTE NEL CONTESTO DELLA POESIA DEL NOVECENTO

ITALIALIBRI - RIVISTA MENSILE ONLINE DI LIBRI ITALIANI, BIOGRAFIE DI AUTORI E RECENSIONI DI OPERE LETTERARIE







Notizie ItaliaLibri

Ricevi gratis i notiziari periodici con le novità librarie e le notizie di italialibri.net.
Gratis!



Google
Web
www.italialibri.net
www.italialibri.org


(di Valeria Consoli)
Enrico Bonino è nato ad Albisola Marina il 6 Dicembre 1922. Fu costretto ad abbandonare gli studi, ma nel 1979 gli venne consegnata la laurea “Honoris causa” in Lettere e Filosofia. Sindaco del suo paese tra il 1968 e il 1974, è da sempre coinvolto nella sfera politica e civile. Presidente onorario del sindacato libero Scrittori Italiani per la sezione ligure, è stato redattore capo di «Savona Economica». Attualmente collabora con giornali e riviste. Tra le sue opere più celebri ricordiamo:
Quando il vento canta(1953), Ora attende il mio giorno(1954), Inedite(1979) e Rosario a Palanfrè.
Il seguente saggio di Valeria Consoli, tratto dall'introduzione all'omonima antologia critica (Ligusticità di Enrico Bonino, Guido Miano Editore 1990), afferma il perfetto inserimento dell'autore nel contesto novecentesco. Se le sue prime poesie sono riconoscibili per una forte coerenza ideale e formale e per l'uso di determinati canoni dialettici e compositivi, nelle opere seguenti, sempre di ispirazione cristiana, dominano la meditazione lirica e autobiografica alla ricerca della propria identità. Caratteristica fondamentale della sua poetica è comunque la coincidenza tra sensazione ed espressione che si realizza nella fluidità della sua opera.

Nella Prefazione, che introduce la raccolta Inedite , così scrive Giorgio Caproni: «Enrico Bonino appartiene a quel medesimo “paese dei vasai” che ci ha dato il più trasparente e celeste dei poeti d’oggi: Angelo Barile»

Tale riferimento non può essere in realtà più appropriato, poiché della cosiddetta linea ligustica si evidenziano nell’opera di Bonino i tratti più incisivi e le più note componenti.

Portatore di un descrittivismo lirico – riflessivo, nel suo tono dimesso e nella sua mimesi esistenziale, ha nel sangue la sua terra, cui – nei momenti più felici – la sua poesia è talmente radicata che risulta pressocchè impossibile immaginarne la collocazione in un dissimile contesto concettuale ed ambientale, anche se – come lui stesso asserisce - «le Langhe selvagge e il Monferrato hanno sovente emozionato le mie scelte», come del resto testimonia la sua ultima pubblicazione, quel Rosario a Palanfrè, di cui verrà fatta menzione più avanti.

Ma c’è di più: l’innesto in una tradizione poetico – letteraria, in cui Bonino si è formato suo malgrado, unitamente a questo suo vivere legato ad un’intrinseca quotidianità, che lungi dall’inaridirne la vena compositiva ne costituisce un dato fondamentale, non si smentisce nemmeno di fronte alla più compiuta risultante della sua produzione artistica: l’ispirazione cristiana.

Per meglio sottolineare questa linea vivificatrice della sua inclinazione poetica, conviene forse tenere presente la seguente citazione: «Quel che più ha di suo: una certissima presenza cristiana, una indefettibile natura morale, una calda passione per il popolo, l’amore vivo e solare per le creature, non esclusa la vena intimistica e meditativa, il riposo – da desto – nell’urna antica dei ricordi».

Poesia quindi, quella di Bonino, intesa come realtà, come libertà e come fede: è del resto il poeta stesso ad avallare tale dimensione esistenziale, traducendola in una sorta di confessione: «Credo nella poesia come ragione e costume di vita.So che si può e si deve portare la poesia come impegno sociale nel vivere quotidiano.Ho sempre ritenuto la poesia l’unica espressione della nostra realtà quotidiana, ho sempre amato riconoscerla nell’attività, che ciascuno di noi compie durante lo svolgersi della propria vicenda di uomo e di individuo sociale:il reale quotidiano, dunque»

L’innesto nella tradizione ligure implica in Bonino questo farsi portavoce di una spiritualità, che se da un canto ne ribadisce l’indubbia coerenza agli esiti ed alle istanze dei suoi conterranei – valga per tutti, a questo proposito, il nome di Angelo Barile, suo illustre maestro – demanda d’altro canto agli interrogativi di natura esistenziale, che della lirica novecentesca rappresentano l’humus e che testimoniano come, pur nell’apparente assenza di valori trascendenti, faccia si che perduri quella “crisi di identità” caratterizzante le varie tematiche dell’Avanguardia a partire dal Decadentismo, in virtù della quale l’uomo del nostro tempo – per ricalcare il celebre verso di Salvatore Quasimodo - continua ancora a ricercare e soprattutto “a ricercarsi”.

A ciò aveva senza alcun dubbio fatto da connettivo la doviziosa problematica, sorta per il tramite dell’esistenzialistismo di matrice ora kierkegaaardiana ora heideggeriana – e che nel corso dei secoli si era nutrita della spiritualità cristiana, che pervadeva non soltanto la visione di filosofi come Biagio Pascal, ma anche di narratori come Nicolò Tommaseo ed Antonio Fogazzaro – per rimanere in Italia – nonché di Miguel de Unamuno nell’area iberica, quindi i francesi Jacques Maritaìn e François Mauriac, per citare solo i più celebri: Joseph Imbach, giovane teologo, cultore e docente di Letteratura Moderna, affronta in proposito con agguerrita dottrina, che non limita alla sola scienza religiosa, il problema della “sfida della letteratura contemporanea”, dal “processo a Dio” alla ricerca dell’uomo nuovo, al di là del suo sgomento interrogarsi sul “nulla”.

Trascendendo similmente i limiti di una prospettiva strettamente confessionale ed ecclesiastica, anche G.B.Gandolfo in una sua tanto fervida quanto dotta – anche se non pienamente convincente ricerca su Eugenio Montale – afferma: «Montale è uno ancora alla ricerca di Dio», avallando con tale dichiarazione l’appartenenza del poeta ligure e della sua opera ad una religio di carattere immanentistico e, pertanto, decisamente lontana dallo spirito evangelico.

Montale stesso sembra d’altro canto propenso ad avallare tale tesi, sostenendo che «il Cristianesimo ha ancora molto da dire: per quel che nega, più che per quello che ammette» e che, pertanto, solo in quest’ accezione vada interpretato il valore cristologico della Crizia dei Mottetti.

Il richiamo al poeta, che ha fatto assurgere la definizione di ligusticità a vera e propria “categorìa di spirito”, specie in merito a ciò che concerne la presenza di termini oggettuali, viene mutuato in Bonino attraverso l’esperienza di Angelo Barile , come lui albisolese e, più d’ogni altro fra i poeti liguri, dichiatato all’unanimità suo maestro indiscusso: notiamo in realtà, nelle poesie di Barile, un gusto per il “quotidiano” intrinsecamente inteso, volto più al sottendimento di un certo crepuscolarismo piuttosto che ad un preciso riferimento ad esso contestuale. La dichiarata ispirazione di stampo cattolico tende in effetti, il più delle volte, a soffocarne la freschezza compositiva, peraltro tesa alla ricostruzione di un quadro il più possibile descrittivo e veritiero, pur senza mai scadere in un contenutismo facile e rozzo, come sta a testimoniare l’esordio di Barile su «Solaria» prima e poi su «Circoli» , la rivista genovese su cui affluirono, nei suoi tre – quattro anni di vita, voci diverse ma fra loro accomunate, sia pure solo negli intenti, dal desiderio esplicito di creare una poesia pura.

Non bisogna sottovalutare, d’altro canto, come proprio il bisogno di attenersi ad un’istanza di carattere mistico – religioso costituisca una dominante ben precisa all’interno dell’ispirazione poetica degli autori liguri: già in Giovanni Boine scorgiamo, a questo proposito, il tentativo di risolvere i più alti problemi dello spirito in un mai placato dissidio fra modernismo e Cristianesimo; tale sollecitazione, cui era stato indotto dalla lettura dei mistici spagnoli e soprattutto di Santa Teresa d’Avila, nonché dalla meditazione sul pensiero di Miguel de Unamuno e della sua concezione storica , presenta dei connotati spirituali di matrice non culturale o intellettualistica, bensì imperniati interamente sulla figura umana, pur sussistendo in lui – sullo sfondo di tale tormento di carattere religioso – un’innegabile nota poetica.

«…l’infinita bellezza dei colli miei
coperti d’ulivi»

oppure

«ci sono fuori le cicale e c’è, di solito,
nella piazzetta,
qualche fanciullino che grida e ride»

che demanda a una tensione lirica fortemente intessuta di obiettività.

© Angus McIntyre 2001
Una forma analoga di disagio poetico può essere rintracciata nelle figure e nei miti di Pianissimo , con cui Camillo Sbarbaro, forse il più dichiarato esponente della linea ligure dopo Eugenio Montale, recupera alla letteratura italiana la grande lezione di Baudelaire, innestandola – e in questo modo facendola sua – sulla tradizione leopardiana, parimenti interpretando la crisi storica, che travaglia lo scorcio di secolo tra le due guerre: lo stato di quasi morte dell’anima, lo svotarsi dei sentimenti e quindi dell’interiorità umana, specie nei versi, in cui sembra parafrasare la voce del poeta francese

«Perduta ha la sua voce / la sirena
del mondo, e
il mondo è un grande deserto.»

e che, secondo Walter Benjamin, coincidono con «il crollo e la sparizione dell’esperienza» Verrebbe quasi dato per scontato, a questo punto, l’apporto che The vaste Land di Thomas S.Eliot, per antonomasia "il poema del nostro tempo", può avere fornito a tutti i livelli con le sue implicazioni di carattere erudito – antropologico, che rimandano al mito dell’originaria fecondità della natura: la terra era fertile ed ora non lo è più, la vita è stata bella, ricca, sicura, organizzata e sublime, mentre adesso si trascina in un tedio di bruttura, disgregazione e di impoverimento, in cui non cè più salvezza e nemmeno consolazione nella morale. Dunque, al poeta può restare soltanto il lavoro della poesia; ma del poema sono rimasti unicamente «These fragments I have shored against my ruins», ossìa le tracce infrante di ciò che fu.

Ci troveremmo pertanto di fronte all’azzeramento della soggettività romantica, da Sbarbaro colto come interruzione del messaggio comunicativo tra io e mondo e per cui interno ed esterno, essere e non essere combaciano pienamente: solo lo sguardo, luogo della coscienza e della verità, ma anche dell’illusione, può sostituirsi – insieme al silenzio - alla parola, che è menzogna, come suggerisce Blanchot «Vedere è forse dimenticare di parlare»

Anche se il cozzo inevitabile dell’aulico con il prosastico – in ciò ossequioso al principio baudelairiano di accostare il “sublime” al “basso” – è in Camllo Sbarbaro alla continua mercè di defaillances quando non, talvolta, di brusche cadute di tono, ciò è implicito nei rischi corsi dal poeta, quando questo voglia costruirsi un linguaggio proprio e personale: linguaggio destinato, come del resto nel caso di Giovanni Boine e di Clemente Rebora, dopo l’esperienza dannunziana del linguaggio – feticcio estraniato rispetto all’occasione, a restituire una dimensione etica alla poesia, recuperandone il rapporto fra scrittura ed esistenza e dichiarando la pluralità stessa, nonché l’impotenza dela parola.

Come nota anche Giorgio Bàrberi Squarotti, è questo il «segno di una continua insoddisfazione, che non ha com foce l’opera conclusa, il testo definitivo (…) in quanto Sbarbaro non ha una concezione celebrativa ed esercita una letteratura, non la crede formativa di modelli asoluti, di esempi validi una volta per tutte" , mentre a Gianfranco Contini questo lavoro rammenta piuttosto l’insegnamento, sorto sulle orme della scuola poetica di Stephan Mallarmè e di Paul Valery.

A convalida di tali impressioni, varrà la pena di citare per tutti il commento di Sergio Solmi, che non esita a giudicare Pianissimo fra i tre o i quattro volumi più autorevoli della nostra lirica di quel tempo, suggerendo a questo proposito la lettura di tale controversia nell’ambito iù ampio e difficile di quella querelle tra poesia e prosa, tipica del filone centrale della nostra lirica.

Proprio sulla “liricizzazione” di un parlato popolare, che fin dalle sue prime prove lo conduce all’elaborazione di una prosa dagli esiti sperimentali e via via più elaborati, si esplica anche l’opera di Piero Jahier , nella quale l’apertura al sacro evidenzia una cultura ed una sensibilità, in cui non è difficile scorgere una componente calvinista, trasmessagli sia dagli studi teologici poi interrotti, sia dall’eredità spirituale del padre, un pastore protestante.

Non può passare, a questo punto, sotto silenzio l’esperienza poetica di un altro grande ligure, sia pure vissuto nella stagione precedente agli Jahier ed agli Sbarbaro, che per decenni è stato ingiustamente misconosciuto, quando non “frainteso” dalla critica ufficiale: quel Ceccardo Roccatagliata Ceccardi , il quale inizia le sue prime esperienze di prosatore e di poeta, quando il campo letterario è interamente dominato dalla possente personalità di Josuè Carducci, mentre il nascente Decadentismo italiano è segnato dalla produzione dannunziana su un versante e sull’altro dalle Myricae pascoliane, di recente apparizione.

La necessità di una più approfondita rivisitazione dell’opera di Ceccardo, senza peraltro mettere in discussione il vivissimo apporto a lui recato dalla poesia carducciana, ha portato successivamente a diverse conclusioni , nonché ad una diversificata valutazione della sua esperienza di lirico, in cui confluiscono gli echi di componenti molteplici, provenienti non soltanto d’oltralpe, bensì anche d’oltreoceano, come Walt Withman, che con Foglie d’erba inaugura una stagione poetica in anticipo sui tempi.

Nell’ambito di tale profilo chiarificatore dell’intera opera ceccardiana non è inoltre da sottovalutare l’apporto di un certo ambiente artistico a lui prossimo – quello impressionista dei Nomellini e dei Sacheri – che lo esorta a risolvere in poesia le problematiche del plein air da questi affrontate in pittura: il posto, che occupano i riflessi, le luci e le nebbie del paesaggio ceccardiano, è di matrice impressionistica, così come tipicamente impressionista è la ricchezza dei colori, fra loro accostati e compenetrati, sullo sfondo creato dalla luce e mobilmente trasfigurato.

Questo lungo excursus sulle figure e sulle tematiche più rilevanti della poesia ligure ci permette di effettuare, a questo punto, una compiuta analisi dell’opera e della personalità di Enrico Bonino: caratterizzata nella prima parte – e soprattutto nella raccolta di versi Quando il vento canta – da una fondamentale ispirazione scolastica, che presenta nel recupero dei classici, dai lirici greci a Francesco Petrarca ed ai “grandi” dell’Ottocento italiano, la sua caratteristica prima, la sua produzione denota, al di là di certe reminiscenze, un’indubbia coerenza di motivi ideali e formali, che nel trascendere l’unità di ispirazione e la ben precisa volontà di adesione a determinati canoni dialettici e compositivi, vengono mediati senza alcuna soluzione di continuità da una matrice autobiografica, che ne ribadisce l’accurata ed introiettiva meditazione.

© Angus McIntyre 2001
La sua vena, eminentemente descrittiva, scorre limpida e felice, quando riesce a stabilire un’intima corrispondenza fra la vita della natura ed il suo animo, cosicchè il paesaggio risulti trasfigurato e rivissuto, appunto come stato d’animo; Bonino ritrova se stesso nell’adeguare la propria intima sostanza a quel mondo di piante, di fili d’erba, di paesaggi rischiarati dal chiarore lunare di arcuati golfi marini, che soli possono conferirgli il senso di una sua vita ideale, che superi la schiavitù della carne: in questo modo, anche l’eros nascosto e ciò malgrado voluttuosamente ostentato, che spicca in alcune pagine di Ora attende il mio giorno, rappresenta il risvolto più idoneo alle parentesi di meditazione lirica, che in più punti caratterizzano la sua dolente introspezione.

Parimenti il cromatismo, che anima certi suoi quadretti d’ambiente, mira più all’intento di una più organica connotazione che non ad un bozzettismo di maniera dai modi folclorico – oleografici. Non è del tutto assente, fin dalle prime prove, quel senso di disfacimento di persone e cose, che aveva già fatto scrivere a Sbarbaro «Taci, anima stanca di godere» oppure «Nel deserto io guardo con asciutti occhi me stesso» e che, in Bonino può trovare degno equivalente nel bellissimo frammento «E mi sento cosa che pesa»; che tuttavia assume, in lui, l’immagine di un canto di serena, pacata accettazione.

La portata di tale sua Weltanschaung cristiana si individua essenzialmente, pervadendola come un vero e proprio leit motiv, in questa sua seconda raccolta di versi: la poesia d’apertura – I giorni di Cristo – ci riporta nel vivo di una processione come le molte, che nel tempo della Passione sono ancora oggi tipiche di varie zone marinare…

«Le cappe bianche dei peccatori:
volti di uomini contratti in un bacio
di terrore,
volti adusti e sereni,
scarne gote disossate,
le cappe bianche del Giovedì Sant »

Vista in tale prospettiva, la vena ligustica di Bonino sembra dilatarsi per acquisire a tutti gli effetti le immagini di una dirompente mediterraneità di caratteristiche e di valori, che autorizzando pienamente l’avallo di una koinè artistica e temperamentale, trascenderebbe determinati confini geografici ed etnici, per accostare sotto il denominatore di una comune matrice l’opera di artisti disparati per provenienza ed ispirazione: il francese Andrè Blanchard, lo spagnolo Rafael Alberti, il greco Ghiannis Ritsos, il turco Nazim Hikmet e l’israeliano Guri Chaim.

Analizzata pertanto in un simile contesto, l’opera di Enrico Bonino demanda a svariati e complessi interrogativi, che sia pure senza tradirne le premesse iniziali, conducono all’interno di alcune ben precise coordinate tematiche, nonché verso più ampi orizzonti.

C’è da dire innanzitutto che, forse, sono altri gli spunti ed i motivi, che lo attraggono di più come poeta: al di là del ritmo incalzante e di certe assonanze, che ci riportano all’atmosfera mistica ed al verseggiare appassionato di Jacopone da Todi

«Un Cristo flagellato,
un Cristo incoronato,
un Cristo in croce,
un Cristo in grembo…»

Notiamo come la vena ideale di Bonino si trovi piuttosto in ciò, che lui ha la possibilità di ammirare ed annotare estemporaneamente; non c’è dubbio che il Cristiano, in lui sempre vigile, avverta la missione di vate, che sente a suo modo urgere, specie nelle occasioni importanti: tuttavia si ha l’impressione che questa sorta di omaggio all’illustre tudertino rischi di apparire “forzato” rispetto alla nostra sensibilità di lettori moderni, avvezzi a privilegiare nel verso una certa freschezza dell’ispirazione nonché il gusto del “frammento”…il suo climax ottimale si trova nell’impressione colta al volo, nello sguardo di una donna amata, nel gesto fuggevole di un caro amico: poeta «dalla forte sensibilità per tutte le creature terrene» – come più di un critico l’ha voluto definire - Bonino si rivela come fine scrutatore di tali gesti e di tali moti dell’animo.

Tale sua inclinazione acquista più compiuta e organica forma nella sua terza raccolta di liriche, l’Ansia quotidiana , il cui titolo, in parte, ne rispecchia già le intenzioni precipue: di certo, il sentimento religioso campeggia ancora, soprattutto accanto al ricordo dei propri cari trapassati , mentre è presente quale componente fondamentale di quell’Amore, che – come è stato più volte ribadito – acquista nell’animo di Bonino un carattere panico di comunione non soltanto con le creature da lui più amate – la madre, la moglie, i figli Fernando e Maria Fanny e – bensì con le bellezze tutte della natura e del creato.

Colpiscono più di tutto l’interesse e la cura, affettuosa quest’ultima oltre che di un descrittivismo estremamente minuzioso, che la sua poesia sa dare al “particolare”: a quel quotidiano cioè, che -proprio attraverso questa sorta di filtro – viene messo a fuoco e scrutato come attraverso un alente di ingrandimento…sono le piccole cose di ogni giorno, tutti quei piccoli oggetti apparentemente insulsie che tuttavia conferiscono a volte un significato fondamentale a certi attimi della nostra esistenza; così come nella deliziosa Parole cadute

«Sbadiglia
da un barattolo malchiuso
la fragranza aromatica del tè(..)
la cui chiusa
fra me e te
l’ansia un poco romantica
e blasée
d’un pomeriggio pallido
d’inverno
in un caffè»

ci può ricordare certa atmosfera boulevardière della vicina Francia, atmosfera che Bonino rinnova nei seguenti versi dal sapore vagamente “prevertiano”, che aprono la sua Canzone n.1 (per chitarra)

«Accendo la luna sul tuo volto
per scorgere i tuoi occhi che mi guardano
. nel buio»

Similmente il frammento Il pesco in fiore

«Il pesco in fiore
spande i rami di corallo
al sole come le fanciulle
le chiome
al vento e al ballo»

sia pur riconducendoci a una dimensione vagamente “saffica”, sembra d’altro canto recare in nuce nel titolo i contenuti dell’esperienza, che contrassegna la risultante forse più matura della sua opera poetica: quella Sinfonia proustiana , il cui palese accostamento all’autore della Recherche – sia pure in una simbolica accezione contenutistica – avrebbe intimidito, se non scoraggiato, il più sagace e accorto dei rimatori, serve a Bonino per esplicitare una delle tappe fondamentali della sua stagione lirica, insieme a Rosario a Palanfrè.

Tali due raccolte traggono dalla luce del paesaggio, in cui sono nate – nonché da una complessa trama sentimentale – i due momenti, di cui sono composti,che si sviluppano e si completano a vicenda.

Come prova, basterà una disamina della prima raccolta: un paesaggio, che segue il mutare delle stagioni e dei ricordi, in cui ogni “movimento” – essenzialmente articolato in un preludio, in un interludio ed un postludio, per usare un lessico pienamente in sintonia con l’intrinseca musicalità del titolo – riproduce volti e ritratti di antiche stagioni e di età felici.

Paesaggio reale ed immediato, dunque, ma soprattutto “paesaggio della memoria”, paesaggio – specchio, su cui affluiscono e defluiscono sentimenti di carattere consolatorio, che la memoria resuscita a scopo quasi terapeutico: e non a caso la valenza del carattere autobiografico, cui si è più volte accennato, scaturisce da una lunga convalescenza, seguita ad una lungo e fastidioso periodo di infermità.

La «ricerca del tempo perduto» assurge in tal modo ad eco dell’esistenza, con i suoi slanci vitali e con le sue implicazioni di carattere sensuale, che fanno perdonare - se può essere usato questo termine – anche certe ingenuità e durezze di stile, che qua e là affiorano nella raccolta a mo’ di dissonanze, contenute però in un’omogenea partitura.

© Angus McIntyre 2001
Raccolta più composita e meno costruita è Rosario a Palanfrè, elaborata in una più felice e matura stagione lirica nell’accogliente abbraccio delle Alpi Marittime, in cui si assiste ad un processo inverso a quello adottato dall’autore in Sinfonia proustiana: i ricordi, seppur lieti, si mescolano in una sorta di tecnica a rebours, all’evocazione di temi drammatici, lacerazioni ed ustioni dell’animo – come testimoniano in modo particolare le liriche Per un suicidio o forse ancora Congedo, giocata quest’ultima tra speranza e disperazione, nel “disordini grigio del sangue”.

Un giudizio unitario su quest’ultima raccolta convalida, quasi a mo’ di corollario, una linea e una poetica compositiva, che Bonino persegue ininterrottamente e con tenacia fin dal suo esordio e nella quale vengono ribaditi tre momenti fondamentali: la presenza, viva e costante, della natura amica e testimone insieme del delinearsi – per contrasto e analogìa – di una particolare Weltanschaung:la certezza degli affetti, vero e proprio trait d’union, che cementa paesaggio e sentimenti; quindi il senso religioso e cristiano dell’esistenza, di cui Rosario a Palanfrè costituisce il punto d’approdo e la testimonianza più convincente.

Dato unificante, dunque comune all sua produzione, quest’esigenza – avvertita come profonda istanza sentimentale e di fedeltà ad una coscienza, che lo obbliga costantemente ad una sincerità estrema: fedeltà alla vita, compresi gli attriti e gli spigoli più dolorosi e taglienti, nonché le sue svariate emozioni:operazione, questa, piena di coraggio, ma anche esposta a notevoli rischi, in quanto l’esuberanza sentimentale può significare talvolta caduta di tensione e di stile, nonché volo nell’iperbole.Bonino si rivela dunque poeta senza sottintesi, amante della vita e del suo ininterrotto fluire: un poeta, i cui esiti espressivi si sviluppano in un particolare accordo armonico fra natura ed immaginazione, in una lirica pregnante di tensione comunicativa, anche quando demanda ad un profondo impegno etico e civile (non si dimentichi la sua visione democratica e sociale delle cose fin dai tempi della Resistenza) ben delineata in una composizione di efficace spessore, Trittico per un venticinque Aprile.

Tale coincidenza fra espressione e sensazione ne è forse la caratteristica fondamentale. E’ sottinteso, d’altra parte, che ogni raccolta privilegi, mettendoli di volta in volta in evidenza, dei momenti ideali, cui il poeta – all’interno di tale sua cronistoria – attribuisce una valenza di significati psicologici più che il carattere di vere e proprie argomentazioni prioritarie.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 5 marzo 2004
© Copyright 2004 italialibri.net, Milano - Vietata la riproduzione, anche parziale, senza consenso di italialibri.net





Novità in libreria...








AUTORI A-Z
A
B
C
D
E
F
G
H
I
J
K
L
M
N
O
P
Q
R
S
T
U
V
W
X
Y
Z
OPERE A-Z
A
B
C
D
E
F
G
H
I
J
K
L
M
N
O
P
Q
R
S
T
U
V
W
X
Y
Z
PAROLE NUOVE




ALTROVE








http://www.italialibri.net - email: - Ultima revisione Gio, 3 ago 2006

Autori | Opere | Narrativa | Poesia | Saggi | Arte | Interviste | Rivista | Dossier | Contributi | Pubblicità | Legale-©-Privacy