ATTRAVERSO L'INFERNO DANTESCO, PRIMO LEVI TROVA IL CORAGGIO PER SUPERARE GLI ORRORI DEL CAMPO DI CONCENTRAMENTO NAZISTA

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Primo Levi

Una parola per sopravvivere
(di Gabriela Iliuta )

Per Primo Levi, l'esperienza dei campi di concentramento fu unica per dimensione ed efficenza. Nel libro Se questo è un uomo, lo scrittore offre la sua testimonianza all'umanità, con l'augurio che orrori del genere non possano più accadere. Quando tutto è perduto, la libertà, in primo luogo, e poi la dignità e la speranza, solo i più forti riescono a sopravvivere o, per lo meno, a mantenere un barlume di fiducia nella possibilità di una vita "dopo". Per Levi, l'impossibilità di comunicare rappresentò una difficoltà supplementare, un ostacolo costante nei rapporti con il mondo esterno. Ciò nonostante fu proprio la parola a salvagli la vita. la traduzione dell’Inferno dantesco a un detenuto francese gli consentì di ricordare il suo Paese, la sua lingua, la sua identità e, soprattutto, di rimanere "uomo" fino alla fine.

«Warum? – Hier ist kein warum!»

Reuven Feuerstein

Ritratto di Dante Alighieri
di Sandro Botticelli (1490-95)

erché è una delle prime domande dell’uomo.

Questa domanda sottintende la presenza della ragione, la curiosità di scoprire il mondo, ed è uno strumento di comunicazione.

Quando si risponde al semplice “perché” con una proposizione tipo “qui non c’è perché”, ci troviamo di fronte a una situazione complessa: l’assenza della comunicazione. Però, quando una persona si trova in un ambiente sconosciuto e ostile, questa risposta non significa soltanto assenza di comunicazione, ma anche una minaccia, un’offesa, un’interruzione violenta dei rapporti con il mondo, la sfiducia nella propria domanda e, generalmente, nella propria ragione.

Così si sentiva Primo Levi quando conobbe l’esperienza del campo di concentramento di Auschwitz. Fortunatamente o sfortunatamente — come avrebbe pensato lo scrittore stesso — vi fu rinchiuso solo per dieci mesi, fino al gennaio 1945 quando avvenne la Liberazione. Ma soltanto dopo nove mesi trascorsi in un viaggio difficile e assurdo (con lunghe fermate in Polonia, Russia, Ucraina, Romania, Ungheria, Austria) giunse a casa, nella sua Torino, dove era nato nel 1919 da una famiglia di ebrei italiani, e dove, seguendo la tradizione familiare, fece il chimico fin dall’età di 24 anni.

Dopo aver appreso dalla rivista «La difesa della Razza» che era cominciata la caccia agli ebrei, Primo Levi si aggregò a un gruppo di partigiani della Val d’Aosta, ma fu subito scoperto e arrestato. Fu portato prima al campo di Carpi-Fòssoli e dopo tre mesi fu trasferito, insieme con 650 persone, al campo di concentramento di Monowitz-Auschwitz.

Il giovane Levi non parlava tedesco e per stabilire un rapporto minimo con questo ambiente pronunciava sempre la semplice domanda «warum» [perché], l’unica parola che conoscesse. Ma la risposta era sempre la medesima: «Hier ist kein warum» [Qui non c’è perché].

Tutti gli ebrei furono separati dalle mogli e dai bambini e costretti a vivere il destino crudele di un’epoca che non avevano scelto. «Maledetta sia l’epoca in cui un popolo di ciechi è condotto da un manipolo di pazzi!» scriveva Shakespeare nel Re Lear.

Quanta ragione aveva il vecchio re tradito e abbandonato!

In questo modo fu condotto anche il popolo ebreo negli anni neri del regime fascista. Tutti gli ebrei diventarono dei häftlingen [detenuti], senza essere colpevoli, sotto un regime socialdemocratico. Avevano perso le famiglie, le donne, i bambini e anche l’identità. Nei campi di concentramento venivano identificati grazie al numero che era stato stampato loro sulla mano e che resterà un segno indelebile per tutta la vita. Ma che vita? La maggior parte aveva rinunciato a pensare che ci sarebbe stata una via d’uscita da quell'inferno. Infatti, l’uomo senza identità, quello che ha perso tutto, si può perdere facilmente. Più facile ancora sarà ammazzare, tradire e rubare in tali condizioni, perché l’individuo senza identità perde ogni sentimento tranne la paura. La paura e l’odio erano gli unici sentimenti che popolavano questa realtà.

Levi, intellettuale sensibile, cerca, in ogni caso, di mantenere la propria umanità con il rischio, però, di perdere la vita. È molto difficile rimanere uomo in questo universo dove si è circondati dai propri simili ridotti alla condizione di animali.

Un giorno, per medicarsi una ferita alla gamba, fu portato nell’infermeria chiamata Ka-Be: «In questo Ka-Be, parentesi di pace relativa, ho imparato che la nostra personalità era molto fragile, che era più esposta al pericolo della vita stessa». Una sofferenza in più per i malati perché «questa parentesi di pace relativa» li portava col pensiero a casa, alla famiglia e alla fame che tormentava tutti. E qui ritrovavano anche la speranza di vivere, quella speranza che fa più male della malattia stessa: «Noi non ritorneremo più. Nessuno deve uscirne, nessuno che possa portare al mondo, con il segno stampato nella carne, la terrificante notizia di ciò che l’anima umana ha potuto fare dall’uomo ad Auschwitz».

In un campo di concentramento, nonostante siano in vigore leggi imposte da altri, si vive in una società che cresce a mano a mano e che dimostra agli altri che il male è dentro ognuno di noi, ci appartiene come il cuore, e basta davvero poco per dimostrarlo. Coloro che sanno mentire, rubare e ammazzare per un pezzo di pane sono considerati i più forti e vengono rispettati non solo dai detenuti ma anche dagli oppressori. La lotta per sopravvivere prende il sopravvento: se la cava chi usa mezzi disonesti per vivere, chi invece non sa farlo si condanna da solo alla morte. Se non riesci difendere il tuo pezzo di pane col prezzo delle tue pochissime ore di sonno, morirai di fame. Se non riesci a difendere i tuoi vestiti e le tue scarpe, morirai di freddo.

Per Levi, l’unico modo per sopravvivere era recitare e tradurre a un francese i versi dell’Inferno dantesco. Così ricordava il suo Paese, la sua lingua, la sua identità e, soprattutto, il fatto di essere rimasto uomo fino alla fine «fino al giorno in cui la parola domani sarà priva di significato».

Interessante è il fatto che nel suo libro Levi non condanni gli oppressori, bensì i suoi simili che, attraverso il silenzio, fanno scendere l’inferno sulla terra.

Questo romanzo, scritto subito dopo l’esperienza del campo di concentramento, non è necessariamente il racconto dei fatti ma è, soprattutto, la storia di una sofferenza vissuta, della trasformazione degli uomini in strumenti di lavoro.

Nel 1986, un anno prima di togliersi la vita, Primo Levi avvertiva: «Il sistema dei campi di concentramento nazista rimane un unicum per quantità e per performance. Da nessuna parte, in nessuna epoca, abbiamo assistito a un fenomeno così imprevedibile e complesso. Mai tante vite sono state distrutte in un periodo così breve e con una tale combinazione diabolica d’ingegno tecnologico, fanatismo e crudeltà. È successo, quindi può succedere ancora. Questa è l’essenza di ciò che io volevo dire».

Ma così, come noi possediamo la speranza, possediamo anche l’oblìo; invece non dovremmo mai dimenticare gli errori che fanno nascere gli orrori.

Elie Wiesel, Nobel per la pace, disse in un suo discorso: «Non vi chiedete dov’è stato Dio ad Auschwitz, chiedetevi invece dov’è stato l’uomo! Dimenticare, tacere, essere indifferenti a tutto ciò che ci sta circondando sono alcuni dei maggiori peccati».

Primo Levi, che Italo Calvino chiamava «uno dei più importanti e dotati scrittori del Novecento», si suicidò nel 1987. Prima di morire scrisse: «il suicidio è specifico all’uomo, non all’animale». In altre parole il suicidio è un atto pensato, un’opzione, lontano dall’istinto, lontano dalla natura.

Milano, 15 giugno 2004
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