GUIDO GOZZANO: APPUNTI PER UN RITRATTO DEL POETA TORINESE

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Guido Gozzano

Appunti per un ritratto di Guido Gozzano
(di Paolo Di Paolo)

G.Gozzano
Guido Gozzano
E io godevo, senza parlare, con l’aroma
degli abeti l’aroma di quell’adolescenza.

n principio fu la bicicletta. Una delle passioni più grandi della giovinezza, «la più duratura e la più forte»: compagna di gioiose scorribande attraverso le campagne intorno a Torino, le care pianure canavesane — sconfinate come la libertà di quei giorni. Guido Gozzano, Guido Davide Gustavo Riccardo del Cav. Ing. Fausto, nato a Torino, era allora Gustavo, assetato già di versi, quelli di sua madre Diodata, versi di vita famigliare, di nozze e funerali, e quelli di Prati e Aleardi, romantici come le sue primavere. Correva, volava, in sella alla sua bicicletta, fuori e dentro Torino, in Piazza d’Armi come sulle montagne russe, e per le strade della città lunghe come boulevard parigini. C’era la bicicletta, e già un amore giovane per i versi e per le farfalle; e il meleto dell’oblìo, come un luogo fermo del cuore — di palme, magnolie, gerani, ortensie, tigli, limoni. E un viale di meli che arrivava al laghetto, e un frutteto.

E c’erano giornate pigre e sonnolente sui banchi del liceo Cavour, a scarabocchiare donne barbute sui quaderni, e biciclette, un mare, un libro, un mappamondo; voti che scendono, in greco e matematica soprattutto, biglietti passati sotto banco all’amico Ettore, Amami Ettore, ti conforterò, e fantasticamenti di vacanze spensierate fin da ottobre: «Dal mio banco di scuola, ore 10 e mezza antimeridiane, Torino, Ginnasio Cavour, 16 giugno 1900…» e burle infami a non finire. Bella Torino a guardarla dall’alto, in cima alla Mole Antonelliana, i giardini e i caffè, l’onesto e preciso reticolato di strade, ragnatela geometrica aggrappata al suo fiume; bella Torino: Torino è nostra da quassù, ragazzi miei, e la Piazza d’Armi coi bassorilievi nel suolo pel maraggio dei cavalli, e la piazza Cavour e i giardini reali, il Caffè San Carlo, il parco del Valentino, Palazzo Carignano, i portici all’angolo di Piazza Castello con via Po, e la borsa del Cine, e la Fiat. I tigli neri, le dritte vie corrusche di rotaie; è nostra Torino, pisciamoci sopra da quassù.

E ridevano, ridevano coi calzoni aperti: facciamo piovere su Torino, pioggia dorata sulla città.

O Nonno! E tu non mi perdoneresti
ozi vani di sillabi sublimi,
tu che amasti la scienza dei concimi
dell’api delle viti degl’innesti!

Anima di poeta, rintracciare sul calendario dei giorni già stati una data, un momento in cui ti sei accorto dell’esistenza della poesia, della forma e del senso di un verso, non è facile. Eppure dev’esserci stata, ti dici, una visione, un inizio di scoperta, una stazione di partenza. Da un luogo il viaggio dev’essere pure cominciato, alimentato da una folle e bambina curiosità per le parole, per il loro suono, e da un’ansia di riconoscimento, di conferme, di novità; e le tappe, le fermate, i paesaggi attraversati, perduti anche quelli — o confusi ormai in un vago, indistinto spirito a forma di nuvola; l’aura tirata per i capelli mentre stava andando via: e diventata, voluta tua, come un distintivo in esclusiva, mostrato o nascosto a seconda dei casi, sicuro segno di un’unicità assoluta, che confermavi a te stesso nei momenti di sconforto — ma ho la poesia, io — e fiore all’occhiello, e mani divine, di musa, a spingerti dentro o contro il mondo con sufficiente, credevi, orgogliosa baldanza.

«Dopo tutto la poesia è la cosa meno necessaria di questo mondo», scriveva Guido Gustavo, e lo sapeva, eppure non poteva rinunciare a farsi ministro di quel rito, e “ministro osceno”, d’un atto di piacere condannato alla sterilità — il piacere di vedere uscire dal boudoir, «vestita da passeggio, una puttana con la quale hai poco prima fatto quattro fatture e quattro sessantanove». E a volte, diceva, «mi vien voglia di prendere le mie carte e di pulirmene il buco del culo» — ma poi tornava sentirsi intelligente, persona non comune; e poi non più: «Ah! che persone intelligenti non siamo mai noi! Dio! Perché farci così superiori!».

«Aveva un sordo rancore contro la letteratura, come tutti quelli che ne hanno succhiato i tossici», è stato scritto. Eppure quanto l’amava, se tornava a chiudersi nella sua solitudine spaziosa, davanti a qualche mare consolatore. O nella biblioteca di cui era gelosissimo. L’odore dell’inchiostro putrefatto, i libri che più amava: restano segni, annotazioni scritte a matita negli spazi bianchi, e scarabocchi, ghirigori, ritrattini: a testimoniare lunghe ore trascorse su una stessa pagina a colmarsi di parole, per farle sue, e farne poi rapina. La pigrizia, si è detto: ed è invece naturale appropriazione di qualcosa che si sente come proprio, mentre lo si legge e lo si ama.

Scrivi e ti accorgi che stai riscrivendo; ti accorgi che quel suono, quella cadenza, quell’immagine c’erano già, e magari non ricordi più dove. Un libro, un verso possono diventare a tal punto parte di te da non distinguersi più da te — così ogni pagina è un collage: di quanto hai letto e prendi in prestito; di quello che è fuori, di quello che è dentro, ormai assimilato, vissuto e rivissuto lungamente.

Nutrirsi... non fare più versi... nessuna notte più insonne...
non più sigarette... non donne... tentare bei cieli più tersi:

Nervi... Rapallo... San Remo... cacciare la malinconia;
e se permette faremo qualche radioscopia...

Ma c'è il mare, per fortuna c'è il mare, che allarga la vita e il cuore, e che consola, «buon odore di salmastro di alga, di iodio», che accoglie piogge o si mescola al sereno del cielo, e pacifica, invitando alla quiete; per fortuna c'è il mare, che è infinito ponte dello sguardo, lontananza, il mare che non stanca mai, che richiama al ricordo e all'oblìo. E ti prende per mano, il mare, ti accompagna in viaggi di sogno — Brasile, Canarie, non importa dove; forse meglio un giro del mondo — lontano da stanze chiuse e polverose, da spazi angusti e soffocanti. Nel quadrato di una finestra affacciata sul mare affacciati per ore: «Vi scrivo, come sempre, a finestra spalancata e ogni volta che alzo gli occhi dalla penna, vedo nel rettangolo azzurro qualche nave diretta chi sa dove! E il mio pensiero svanisce un po', seguo con gli occhi un gabbiano candido che si dilegua ad ali tese: mi dileguo anch'io, mi perdo...».

Torino, da qui, è lontana, Torino non c'è più; geografie vere, inventate o sognate, che si capovolgono, che ruotano nella testa di Guido e nella stanza; panorami sciocchi, a volte, come cartoline illustrate, o indispensabili come il verde di ulivi ed eucalipti a San Francesco d'Albaro, file di seminaristi neri contro l'azzurro del mare. La Marinetta eccola lì, piccolo albergo, luogo del cuore, osteria dei poeti — di routine e isolamento dal mondo: «gaia di vetri colorati, fragile a vedersi come un castello costruito per gioco di ragazzi: casa di cartone, ma accogliente e cordiale». La Marinetta per essere felici e sicuri, via di salvazione, mura sferzate dal vento di mare, finestre che non si chiudono, cotolette di cavallo. Una vita fatta di riti precisi, appigli per non cadere e perdersi.

«Ricevo nella mia solitudine, due volte al giorno, la posta e scendo a leggerla sulla spiaggia: mi distendo e distendo il fascio delle lettere delle cartoline dei giornali sulla ghiaia: ed è per me, uno strano senso il leggere sotto questo cielo aperto, dinnanzi a questo mare senza confini, le parole scritte o stampate dagli uomini... Sono felice! Genova è vicina molto: ho quasi ogni giorno visite. Qualche volta, anche, mi lascio sedurre: indosso un abito decente, metto un solino candido, e vado in città. Ma ritorno alla sera, senza rimpianti, al mio povero eremo peschereccio...».

Solitudine spaziosa, solitudine terribile. Un minuto, un'ora, un giorno è felice lontananza «da quella cosa che si chiama Terra con il mare i continenti i fiumi gli alberi i monti le case gli uomini» — bella solitudine se è scelta, conquistata: «dimenticare tutto e farsi dimenticare da tutti»; «gli uomini che fanno schifo (tutti) e le donne che fanno pena (tutte)». Sentire di bastare a sé stessi, di avere il mondo e la vita nel non prenderne parte. Ma se non arrivano cartoline, se gli amici non scrivono, la solitudine è dolorosa e crudele, e si fa vivo e presente un lacerante senso di perdita, un bisogno irrinunciabile di contatti e di solidarietà. La lontananza non è più felice, se alla memoria degli altri cominciamo a impallidire: sono ancora qui, guardatemi, solo ma vivo, su questa spiaggia, e vi scrivo con questo corpo e con queste mani — luoghi e gesti rappresentati a testimoniare la propria presenza, come una mano tesa.

Aprile fuori e sull’agenda; il foglio giallo dice aprile: il più crudele dei mesi, comincia tutto da qui. L’altra storia, gli appunti a matita sul foglio di un giorno qualunque, e quante cose tralasciate, e quante da ricordare, quante ancora da fare — o da rinunciare a fare: con gli occhi il naso la lingua i denti le mani ogni brandello di pelle, di carne. Aprile 1907: diagnosticata lesione polmonare all'apice sinistro. «La vita è ancora bella, per chi ha la scaltrezza di non prendervi parte, di salvarsi in tempo. Per questo io benedico il mio male che mi impone questo esilio della persona e dell'anima». Altro male forse senza rimedio si aggiunge al male di cui cadde in lui lontanamente il germe, chissà da dove. Il male dello spirito — la poesia — e il male del corpo, adesso, che tiene a forza fuori dalla città e dal mondo; non più per scelta, ma per necessità.

«Ho un po' di tosse, sempre, e qualche ora, nella giornata, molto nera»

Milano, 28 giugno 2004
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