| NARRATIVA | POESIA | SAGGISTICA | DOSSIER | INTERVISTE |
GUIDO GOZZANO: APPUNTI PER UN RITRATTO DEL POETA TORINESE |
|
|
|
|||
| FORUM | CONTRIBUTI | RIVISTA | |
|
|
degli abeti laroma di quelladolescenza.
E cerano giornate pigre e sonnolente sui banchi del liceo Cavour, a scarabocchiare donne barbute sui quaderni, e biciclette, un mare, un libro, un mappamondo; voti che scendono, in greco e matematica soprattutto, biglietti passati sotto banco allamico Ettore, Amami Ettore, ti conforterò, e fantasticamenti di vacanze spensierate fin da ottobre: «Dal mio banco di scuola, ore 10 e mezza antimeridiane, Torino, Ginnasio Cavour, 16 giugno 1900 » e burle infami a non finire. Bella Torino a guardarla dallalto, in cima alla Mole Antonelliana, i giardini e i caffè, lonesto e preciso reticolato di strade, ragnatela geometrica aggrappata al suo fiume; bella Torino: Torino è nostra da quassù, ragazzi miei, e la Piazza dArmi coi bassorilievi nel suolo pel maraggio dei cavalli, e la piazza Cavour e i giardini reali, il Caffè San Carlo, il parco del Valentino, Palazzo Carignano, i portici allangolo di Piazza Castello con via Po, e la borsa del Cine, e la Fiat. I tigli neri, le dritte vie corrusche di rotaie; è nostra Torino, pisciamoci sopra da quassù. E ridevano, ridevano coi calzoni aperti: facciamo piovere su Torino, pioggia dorata sulla città. O Nonno! E tu non mi perdoneresti
«Dopo tutto la poesia è la cosa meno necessaria di questo mondo», scriveva Guido Gustavo, e lo sapeva, eppure non poteva rinunciare a farsi ministro di quel rito, e ministro osceno, dun atto di piacere condannato alla sterilità il piacere di vedere uscire dal boudoir, «vestita da passeggio, una puttana con la quale hai poco prima fatto quattro fatture e quattro sessantanove». E a volte, diceva, «mi vien voglia di prendere le mie carte e di pulirmene il buco del culo» ma poi tornava sentirsi intelligente, persona non comune; e poi non più: «Ah! che persone intelligenti non siamo mai noi! Dio! Perché farci così superiori!». «Aveva un sordo rancore contro la letteratura, come tutti quelli che ne hanno succhiato i tossici», è stato scritto. Eppure quanto lamava, se tornava a chiudersi nella sua solitudine spaziosa, davanti a qualche mare consolatore. O nella biblioteca di cui era gelosissimo. Lodore dellinchiostro putrefatto, i libri che più amava: restano segni, annotazioni scritte a matita negli spazi bianchi, e scarabocchi, ghirigori, ritrattini: a testimoniare lunghe ore trascorse su una stessa pagina a colmarsi di parole, per farle sue, e farne poi rapina. La pigrizia, si è detto: ed è invece naturale appropriazione di qualcosa che si sente come proprio, mentre lo si legge e lo si ama. Scrivi e ti accorgi che stai riscrivendo; ti accorgi che quel suono, quella cadenza, quellimmagine cerano già, e magari non ricordi più dove. Un libro, un verso possono diventare a tal punto parte di te da non distinguersi più da te così ogni pagina è un collage: di quanto hai letto e prendi in prestito; di quello che è fuori, di quello che è dentro, ormai assimilato, vissuto e rivissuto lungamente. Nutrirsi... non fare più versi... nessuna notte più insonne... Ma c'è il mare, per fortuna c'è il mare, che allarga la vita e il cuore, e che consola, «buon odore di salmastro di alga, di iodio», che accoglie piogge o si mescola al sereno del cielo, e pacifica, invitando alla quiete; per fortuna c'è il mare, che è infinito ponte dello sguardo, lontananza, il mare che non stanca mai, che richiama al ricordo e all'oblìo. E ti prende per mano, il mare, ti accompagna in viaggi di sogno Brasile, Canarie, non importa dove; forse meglio un giro del mondo lontano da stanze chiuse e polverose, da spazi angusti e soffocanti. Nel quadrato di una finestra affacciata sul mare affacciati per ore: «Vi scrivo, come sempre, a finestra spalancata e ogni volta che alzo gli occhi dalla penna, vedo nel rettangolo azzurro qualche nave diretta chi sa dove! E il mio pensiero svanisce un po', seguo con gli occhi un gabbiano candido che si dilegua ad ali tese: mi dileguo anch'io, mi perdo...». Torino, da qui, è lontana, Torino non c'è più; geografie vere, inventate o sognate, che si capovolgono, che ruotano nella testa di Guido e nella stanza; panorami sciocchi, a volte, come cartoline illustrate, o indispensabili come il verde di ulivi ed eucalipti a San Francesco d'Albaro, file di seminaristi neri contro l'azzurro del mare. La Marinetta eccola lì, piccolo albergo, luogo del cuore, osteria dei poeti di routine e isolamento dal mondo: «gaia di vetri colorati, fragile a vedersi come un castello costruito per gioco di ragazzi: casa di cartone, ma accogliente e cordiale». La Marinetta per essere felici e sicuri, via di salvazione, mura sferzate dal vento di mare, finestre che non si chiudono, cotolette di cavallo. Una vita fatta di riti precisi, appigli per non cadere e perdersi. «Ricevo nella mia solitudine, due volte al giorno, la posta e scendo a leggerla sulla spiaggia: mi distendo e distendo il fascio delle lettere delle cartoline dei giornali sulla ghiaia: ed è per me, uno strano senso il leggere sotto questo cielo aperto, dinnanzi a questo mare senza confini, le parole scritte o stampate dagli uomini... Sono felice! Genova è vicina molto: ho quasi ogni giorno visite. Qualche volta, anche, mi lascio sedurre: indosso un abito decente, metto un solino candido, e vado in città. Ma ritorno alla sera, senza rimpianti, al mio povero eremo peschereccio...». Solitudine spaziosa, solitudine terribile. Un minuto, un'ora, un giorno è felice lontananza «da quella cosa che si chiama Terra con il mare i continenti i fiumi gli alberi i monti le case gli uomini» bella solitudine se è scelta, conquistata: «dimenticare tutto e farsi dimenticare da tutti»; «gli uomini che fanno schifo (tutti) e le donne che fanno pena (tutte)». Sentire di bastare a sé stessi, di avere il mondo e la vita nel non prenderne parte. Ma se non arrivano cartoline, se gli amici non scrivono, la solitudine è dolorosa e crudele, e si fa vivo e presente un lacerante senso di perdita, un bisogno irrinunciabile di contatti e di solidarietà. La lontananza non è più felice, se alla memoria degli altri cominciamo a impallidire: sono ancora qui, guardatemi, solo ma vivo, su questa spiaggia, e vi scrivo con questo corpo e con queste mani luoghi e gesti rappresentati a testimoniare la propria presenza, come una mano tesa. Aprile fuori e sullagenda; il foglio giallo dice aprile: il più crudele dei mesi, comincia tutto da qui. Laltra storia, gli appunti a matita sul foglio di un giorno qualunque, e quante cose tralasciate, e quante da ricordare, quante ancora da fare o da rinunciare a fare: con gli occhi il naso la lingua i denti le mani ogni brandello di pelle, di carne. Aprile 1907: diagnosticata lesione polmonare all'apice sinistro. «La vita è ancora bella, per chi ha la scaltrezza di non prendervi parte, di salvarsi in tempo. Per questo io benedico il mio male che mi impone questo esilio della persona e dell'anima». Altro male forse senza rimedio si aggiunge al male di cui cadde in lui lontanamente il germe, chissà da dove. Il male dello spirito la poesia e il male del corpo, adesso, che tiene a forza fuori dalla città e dal mondo; non più per scelta, ma per necessità. «Ho un po' di tosse, sempre, e qualche ora, nella giornata, molto nera» Milano, 28 giugno 2004 |
|
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
|
|||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
|
|
|
|||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
|
|||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
|||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||