ATMOSFERE, LUOGHI, TEMPI NELLA VITA E NELL'OPERA DI PIER PAOLO PASOLINI

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Atmosfere, luoghi, tempi in Pier Paolo Pasolini
(di Paolo Di Paolo)

P.P.Pasolini

Pier Paolo Pasolini
© Maria Betânia Amoroso

i sono poeti e scrittori che restano legati, nella memoria del lettore, a una particolare stagione dell’anno: fin dai banchi di scuola, l’autunno è di Cardarelli o di Carducci; la primavera, per quanto amara, è di Leopardi. L’estate, nel nostro Novecento, è senz’altro di Cesare Pavese. Gran parte dei romanzi e dei racconti di Pavese si svolgono nello spazio di un’estate, e tutti i grandi luoghi della sua opera — il mare, la città, la collina e la vigna — vivono o languiscono sotto un cielo azzurro d’estate: «C’erano gli alberi che bevevano il sole, c’erano i gridi delle donne, c’era un grande silenzio»1. Giornate torride e infinite trascorse nell’attesa della frescura della sera, in un perpetuo timore di perdere e di perdersi, in un dolente presentimento d’autunno, di fine.

Ma anche Pier Paolo Pasolini ha scritto di meravigliose estati, ma senza troppi veli malinconici: estate come stagione della pienezza vitale, delle lunghe camminate all’aperto, delle giornate che non finiscono mai. «Una delle attrattive più forti dei suoi romanzi romani — scrive Walter Siti, che ha curato nei Meridiani Mondadori l’intera opera pasoliniana — è proprio che nella pagina si avverte quanto sia lunga una giornata, e si prova il piacere fisico del camminare».

In una lettera, Pasolini stesso ebbe a scrivere: «Conto a estati, non a anni, il tempo», e in alcuni versi del 1968 dice di sé defunto: «quelle notti erano notti estive, e il suo amore per l’estate / fu forse il sentimento più forte della sua vita».

Ragazzi di vita (1957) si apre e si sviluppa in un’eterna estate:

«Era una caldissima giornata di luglio. Il Riccetto che doveva farsi la prima comunione e la cresima, s’era alzato già alle cinque; ma mentre scendeva giù per via Donna Olimpia coi calzoni lunghi grigi e la camicetta bianca, piuttosto che un comunicando o un soldato di Gesù pareva un pischello quando se ne va acchittato pei lungoteveri a rimorchiare».

Le periferie di Roma bruciate dal sole, i cieli luminosi, il caldo che fa mancare il respiro, le tiepide nottate a Villa Borghese, la voglia di bagni, un po’ di arietta che viene dal mare, i pomeriggi passati a far niente, le partite a pallone. Estate che può crescere velocemente un corpo di ragazzo; stagione di scoperte, di abbandoni, di odori fortissimi, pungenti — estate che è il volto, forse, della vita vera, tempo vuoto e perciò tanto più pieno di senso; tempo propizio all’infanzia e all’amicizia, all’amore dello spirito e del corpo, alla confidenza erotica con la vita.

Età del corpo — e per chi, come Pasolini, conosceva bene il segreto dei corpi l’estate era la stagione più vera, di corpi nudi che si lasciano attraversare da una straordinaria pienezza di sensazioni, fino a perdersi nelle cose della terra e non avere più nome, come racconta nei versi di Meriggio Gabriele D’Annunzio: «E sento che il mio volto / s’indora dell’oro / meridiano, / e che la mia bionda / barba riluce / […] e il fiume è la mia vena, / il monte è la mia fronte, / la selva è la mia pube, / la nube è il mio sudore».

Poeti diversi e lontani, ma conoscitori entrambi del segreto dei corpi, specialisti di questo segreto: che noi non abbiamo, ma siamo un corpo — come evidenziava Adriano Sofri a venticinque anni dalla morte di Pasolini.

Pasolini ha spesso parlato attraverso il suo corpo, convinto forse che vivere significasse anche metterlo in vista e a repentaglio. Il sentimento così forte della propria corporeità passa direttamente attraverso le immagini e i documentari con la sua voce, e le fotografie in cui si fece ritrarre nudo o nei panni di calciatore — ma anche e soprattutto nella sua morte. Quando il suo corpo venne ritrovato, la mattina del 2 novembre 1975, a due passi dal litorale di Ostia, era irriconoscibile, annientato. La donna che lo trovò in quel prataccio secco e pieno di sterpaglia disse alla polizia: «Pensavo che fosse mondezza».

Il corpo, Pasolini lo mette in ogni sua pagina di prosa e in ogni suo verso, come «un’energia dei nervi e dei muscoli che si trasmette alle dita quando scrivono» (W. Siti).

Nella lunga estate che Pasolini racconta in Ragazzi di vita, il Riccetto si getta a capofitto nella vita, con un corpo che cresce rapidamente insiemi a desideri nuovi e imperiosi, sospeso tra un’infanzia prolungata e una crudele maturità che lo attende. Ma i suoi occhi tornano spesso a voglie e giochi di bambino e, nelle rapide descrizioni di quella città-mondo che è Roma, Pasolini gioca anche lui con similitudini bambinesche: così il cupolone di San Pietro è grosso e bianco come un nuvolone; un viso può diventare rosso come un piatto di fettuccine. E non è forse uno stupore bambino quello che prende il Riccetto alla vista di una rondine che, sul pelo dell’acqua, sbatte le ali e sembra affogare? Decide di salvarla, ed è un impeto di generosità incompresa dai suoi amici:

«A Riccetto», gridarono i compagni dalla barca, «e lassala perde!» […]
«E che l’hai sarvata a ffà», gli disse Marcello, «era così bello vedella che se moriva!».

Quella che racconta Pasolini è un’estate piena di voci, di urla, di rumori. Di gente che canta. Canta a squarciagola il Riccetto, «completamente riconciliato con la vita, tutto pieno di bei programmi per il prossimo futuro, e palpandosi in tasca la grana: la grana, che è la fonte di ogni piacere e ogni soddisfazione in questo zozzo mondo»; cantano, fischiettano tutti i bambini e i ragazzi che animano le pagine del romanzo, e cantano pieni di gratitudine verso la vita:

Il Caciotta cominciò con l’infilarsi i pedalini e le scarpe, e intanto cantava […].
«Arriconzolate a cantà», disse Alduccio.
«M’arriconzolo sì…» disse il Caciotta. […] «Che, nun me dovrebbe d’arriconzolà? che, je devo da chiede er permesso a qualcheduno pe cantamme una canzona?»

e più avanti:

[…] e cominciò a spogliarsi, fischiettando per far vedere a sua madre che non gliene fregava niente. «Fatte n’altro fischio», gridava lei dalla cucina, «a disgrazziato […]»

E canta Tommaso, in Una vita violenta; cantano i suoi amici: canzoni fasciste, e Vipera, Carcerato, Grazie dei fior. Pasolini li osserva innamorato e pensoso, lievemente malinconico, quasi col cuore stretto di Leopardi al «canto che s’udia per li sentieri»: «Godi, fanciullo mio».

Cantano, d’estate, le radio, «a tutta callara». E canta la madre: la sentiva cantare, Pasolini, vecchi motivi senza parole, cantava ed importava solo che cantasse — come la madre-uccello dell’aria in Vittorini, madre-uccello anche lei, “lodoletta” madre fanciulla, lungo pomeriggi che erano silenzio e rapimento.

I pomeriggi di Roma — pomeriggi, ancora, d’estate, di «un colore eterno d’estate». O i pomeriggi di Ostia, al mare:

«[…] dal Battistini al Lido, dal Lido al Marechiaro, dal Marechiaro al Principe, dal Principe all’Ondina, per dozzine di stabilimenti, chi stava disteso alla supina, chi a pancia in basso, ma questi erano per lo più persone anziane: i giovani, i maschi con le mutandine a sbragalone oppure tutte attillate che si vedevano tutte le forme, le femmine, quelle sceme, coi costumini stretti e tutte capelli — passeggiavano su e giù senza fermarsi mai, come se c’avessero il ticchio nervoso. E tutti si chiamavano, gridavano, strillavano, si sfottevano, giocavano, entravano e uscivano dalle cabine, chiamavano il bagnino, c’era perfino una banda di giovincelli trasteverini, con i cappelli messicani in testa, che suonavano davanti al capanno, con la fisarmonica, la ghitarra e le nacchere; e le loro sambe si confondevano con le rumbe dell’altoparlante del Marechiaro che rimbombava contro il mare».

È su questo sfondo che il Riccetto incontra la Nadia, capelli nerissimi e occhi inveleniti, mentre il mare séguita a sfolgorare «come una spada», e le docce sono «piene di giovanotti e di ragazzini, come carcasse coperte di formiche». L’incontro con Nadia ha un’atmosfera tutta particolare, e Pasolini la disegna con grande abilità: c’è la cabina che è calda come un forno, piena di odori pungenti: «I panni puzzavano un po’, specie i pedalini, ma c’era un buon odore di sale e di brillantina». C’è il Riccetto che aspetta il suo turno per andare con la Nadia, e intanto ha una gran voglia di fare il bagno («Io me lo fo, sa’…» […] e si buttò dentro come una paperella») — com’è bambino, mentre sguazza; com’è bambino, quando finalmente tocca a lui e si alza subito in piedi, di scatto, suscitando l’ilarità degli altri; com’è bambino, quando finge di essersi dimenticato di pagare: «M’ero scordato, m’ero», si giustifica ridendo; com’è bambino quando tenta di fare l’uomo ed esclama burbero alla quarantenne Nadia: «Lavora, daje…»; com’è tanto più bambino, ingenuo e preso in giro, mentre la mano di Nadia scivola su «lungo i calzoni appesi contro la parete» e gli sfila il pacco dei soldi, lui ignaro, con la faccia affondata nel grosso seno di lei, posa di bambino, che poi quasi piange, quando si accorge del furto. Ma non c’è tempo per spendere troppe lacrime, perché arriva presto la voce di Agnolo e qualcosa di più grande e più tragico segna la lunga estate del Riccetto: «Che nun ce lo sai che so’ crollate ’e Scole?».

D’estate la sera ha un colore, una luce particolare. Si attacca alle cose, le permea di sé, avvolge rumori e voci, li assorbe. Dice bene Alberto Asor Rosa: «La luce del crepuscolo è una luce radente, che toglie consistenza ai corpi ma allunga le ombre. Quando appare la luce del crepuscolo, — e non ci sono altri punti di riferimento, — uno non sa ancora se ci sarà un altro giorno o scenderà la sera. Per orientarsi ci si guarda intorno; comunque, in ambedue i casi, non si ha molto da decidere o da fare: si deve piuttosto aspettare. Aspettare è l’attitudine mentale, — la posizione fisica, vorrei dire, — di chi ricorda. Chi ricorda, è uno che sta seduto e aspetta»2.

Lo sanno gli uomini e lo sanno i poeti. Lo sa anche Pasolini, che conosce e descrive bene la luce del crepuscolo. Quante volte scende la sera solo nelle Ceneri di Gramsci? Uno dei brani più famosi del poemetto, d’altra parte, descrive proprio la «luce cerea» della sera, che

[…] benché triste, così dolce scende
per noi viventi

e sommuove il quartiere, lo fa più grande, vuoto,

intorno, e, più lontano, lo riaccende

di una vita smaniosa che del roco
rotolio dei tram, dei gridi umani,
dialettali, fa un concerto fioco

e assoluto. […]

Nella luce del crepuscolo i caseggiati, le luci, Via Zabaglia, Via Franklin, il Testaccio, i lungoteveri, gli autobus, gruppi di militari, secchi di immondizia, casette abusive, «ragazzi leggeri come stracci», la vita come un brusio.

Nella luce del crepuscolo una sera lontana a Ruda, raccontata nei Quadri friulani: lo stesso brusio vitalissimo, le strade percorse «da frotte di braccianti vestiti a festa, / di ragazzi venuti in bicicletta / dai borghi vicini», e

[…] sapori di quel mondo quieto
e sgomento, ingenuamente perso
in una sola estate
[…]

Ecco già allora la disperata adesione ideologico-amorosa a un mondo che non era suo, ma da cui si sentiva irresistibilmente attratto; ecco già allora la nostalgica identificazione con un oggetto d’amore da cui è lontano e diverso. Ecco già allora la voracità con cui Pasolini si nutre del reale, e ci si getta a capofitto — energico e vigoroso come un ragazzo che prende di petto un’estate e la vita — la vita come una lunga estate.

Quando si ferma, e aspetta, e ricorda, allora è poeta; allora si accorge delle contraddizioni e le analizza, allora e solo allora le illumina di una luce bianca e impietosa. Allora e solo allora implora l’altro di ricordare, echeggiando Montale: «Ti ricordi di quella sera a Ruda?», domanda all’amico. Chissà se dall’altra parte c’è qualcuno, una qualsiasi Arianna che tiene ancora il filo del passato e della memoria. Meno perentorio di Montale: in quell’interrogativo c’è speranza — come nell’amato e studiato Pascoli: «Non li ricordi più, dunque, i mattini / meravigliosi?». Allora guarda le rondini, emblemi di umiltà e purezza di un’altra Italia: «È indifferenza o nostalgia / il sentimento — anch’esso umano / e fuggitivo — di chi vi spia, / in quel meriggio, in quel gramo / vespro, perse in turchine scie…». È il sentimento, ancora, di Pascoli, la sera, alla fine dell’estate: «Dunque, rondini rondini, addio! / Dunque andate, dunque ci lasciate / per paesi tanto a noi lontani. / È finita qui la rossa estate».

È allora che il poeta si ferma, aspetta, analizza, ricorda. E allora, e solo allora, ha paura.


1 C. Pavese, L'estate in Feria d'agosto (Einaudi)
2 A. Asor Rosa, L'alba di un mondo nuovo, p. 22 (Einaudi)

Milano, 28 giugno 2004
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