oi siete un critico! con questo secco insulto, ché tale vuol essere, Varvàra Petrovna, nei Démoni di Dostojewskij, straccia senza rimedio lamitié amoureuse che per ventanni lha legata a Stepàn Tofìmovic.
Già a pelle, lidea che qualcuno, per investitura di cattedra, ingaggio editoriale o, ancor peggio, per indole e inclinazione, abbia da ridire sullopera altrui, provoca un certo qual sospetto di crudeltà congenita sviluppatasi in mestiere, come quando si scopre che il celebre tal chirurgo, da bambino, seviziava lucertole e cavallette. Che poi il critico, a guisa di parassita, abbisogni dun ospite rubicondo al quale attaccarsi per succhiarne linfe vitali, lo rende ancor più spregevole, e degno desser respinto oltre i confini del consorzio umano. Nulla potrà la rivendicazione, tacita o conclamata, duno spazio autonomo e creativo per larte della critica, unta perfino col crisma di sapienziale da unautorità come Harold Bloom. Perché Mr Bloom, si sa, è un critico.
Che dire, allora, dellautore di prefazioni, uno che ti anticipa allorecchio il film che stai per vedere mentre in sala hanno già spento le luci e il proiettore incomincia a ronzare, e sazzittisce soltanto allo scorrere dei titoli di testa? Vero è che gran parte dei potenziali clienti, o vittime, del prefatore, lo elude spavaldamente: per un lettore che trangugia pezzulli risvolti fascette note indici e apparati prima di aggredire il testo, ce ne sarà una buona venticinquina usi a spollonare lopera di tutte le crescite non dovute. Appartenendo alla prima specie di lettore, che in maniera confusa e oscura ricerca nella prefazione lidea quintessenziale, la matrice del testo, sono spesso punto da invidia per la sanissima indipendenza di giudizio di chi sbuccia via le prefazioni e le getta come cartine di caramella.
Dopo una più che biennale riluttanza, rendo pubbliche le mie privatissime angosce, additando allattenzione dei nostri lettori un volume che raccoglie prefazioni: Angosce di stile di Giorgio Manganelli, pubblicato da Rizzoli nel 1981 (ma contiene testi redatti fra il 68 e l80), e, ad onta dei ricorrenti Manganelli revivals, mai ristampato.
Anticipo lobiezione: un volume siffatto è un mostro evaso da un bestiario stilato a quattro mani da Borges e Woody Allen. Prefazioni alla cui lettura non fa seguito quella del testo prefato, dato in absentia, rimosso e rimandato a unulteriore polarizzazione dincontri, così che la prefazione brilli autonoma e incorrotta, bastante a se stessa.
Se sopravvenisse un cataclisma selettivo, che distruggesse fino allultimo tutti gli esemplari dei libri prefati, e scampassero solo le prefazioni? Sarebbero ancora prefazioni? A un livello più pedestre, ed è il mio caso, ha senso leggere la prefazione dun libro mai letto, anzi, un corposo saggio che illumina, investiga, dissoda un autore che non appartiene al mio pantheon privato?
Già, perché in apertura del libro campeggia una prefazione (inedita, cioè mai servita come tale, dubbia perfino nel suo definirsi, e su questo varrebbe già la pena dinsistere) alla Bottega dellantiquario di Dickens. In mano mia, questo è un oggetto di fabbricazione marziana, non avendo il sottoscritto mai, dicesi mai preso in mano un romazo di Dickens, il che potrebbe assimilarsi alla lettura dun menu prima dun digiuno, o allassunzione dun afrodisiaco senza sbocchi pratici. Vero è che le storie della letteratura in uso nelle nostre scuole sono affette da una tara similare: fungono da introduzione a una congerie dopere che lalunno non ha mai letto, ma in una proiezione ottimistica adombrano laugurio che crescendo il giovine si procacci e legga avidamente un Cecco dAscoli, un Molza o un Frugoni. Volendo, anche le recensioni accarezzano una simile razza dottimismo.
Il libro di Manganelli, però, sta lì a sbandierare la pretesa che le prefazioni vivano una loro gagliarda vita autonoma, siano dotate di luce propria che si diffonde e illumina, e non fungano da satelliti pallidamente illuminati. Si sarà tentati di riconoscere, a libro letto e richiuso, che ci si possa limitare alla mera, e volontariamente mera, lettura duna prefazione, evitando quella dellopera, senza soffrirne, anzi, traendone giovamento. Col sottinteso, da discutere, ma non è questa la sede, che la prefazione staccata possa darsi come indipendente e dotata di valore, si diceva, sapienziale, a prescindere dallopera prefata.
Chi, abbracciando una seriosa costumanza utilitaristica, legga e mediti un saggio letterario per foggiarsi i ferri del mestiere, ed eventualmente copiare qualche trucco efficace, si sarà imbattuto nella sconsolante sensazione desser venuto alle prese con qualcuno (il Critico! sempre lui!) mosso da un complanare utilitarismo. Assolto ogni dovere verso le funzioni di servizio, gratuite o prezzolate, il critico scrive per attirare lattenzione su se stesso. Domandiamoci di che cosa parli, Manganelli, quando, lumeggiato lincipit, i personaggi principali e quelli di corollario, srotola con gesto da prestidigitatore una banalità come questa che cito: «Dunque, le possibilità di "fare incontri" nel raccontare orizzontale di Dickens sono sterminate; il romanzo è uno spazio entro cui ci si muove, ma da che parte, in che direzione, dipende assai più dal lettore che dal narratore. Questo consta: gli incontri, essendo innecessari ma di volta in volta centrali, hanno una intensità, una intensità fantastica, una improbabilità che altrimenti non potrebbero avere. Sono tutti fantasmi, nessuno è preparato da niente, la loro professione è lepifania».
Banalità, ho, detto, ma nel senso di verità palmare, assiomatica, universale, tale da venire riconosciuta alla prima quando ce la squadernano davanti, e buona, facendo le debite tare, se attagliata a Dickens come al Deuteronomio e alla narrativa dello stesso Manganelli. Con altri autori funzionerà parzialmente o nientaffatto, ma è una pietra di paragone, critica, sulla quale soffregare ogni lettura a venire. La mia successiva, o differita, o inesistente lettura di Dickens verrà orientata da Dickens, da Manganelli, da me stesso che scelgo di compierla, da una legge che finge la casualità, o da un gioco irrazionale che finge il rigore della legge. Quel che importa è la messa in rilievo testimoniale duna verità, pure se con lindividuazione di un punto focale, esterno agli oggetti ma essenziale al sistema, che ne motiva e geometrizza i fenomeni.
La lettura della Bottega dellantiquario ambisce a farsi, se non metafora del mondo, itinerario nel mondo, e, come la percezione è sempre ristretta ma illusa di ergersi a totalizzante, anche il riferire di vicende e personaggi di carta riempie un mondo. Larbitrio di Manganelli viene allo scoperto quando, incrociati i ferri con altri eminenti commentatori dickensiani (Huxley, Wilde, Edmund Wilson), ne ritaglia le silhouettes giustapponendole a quelle dei personaggi del romanzo. In questo teatrino dombre, le maschere del fabulare dickensiano vivono, giustificando la vita del critico in quanto uomo. Giustificazione insieme estetica e morale, intendiamo larte come forma privilegiata di conoscenza.
La teoria che potremmo estrarre da questa congerie di constatazioni suonerebbe pressa poco così: il critico di romanzi è uno che si prende a cuore le sorti dun personaggio di carta, abbracciandolo o litigandoci, sempre misurando lo spazio che lo separa da lui. Se questo non depone in toto a favore della sua acribia professionale, fa comunque balenare lamore, che lega il critico allopera, quasi fatalmente, senza che alcuno dei due labbia cercato, voluto e propiziato. Umano, profondamente umano, lessere in carne e ossa che prova amore per Nell, o il desiderio di prendere a pugni Quilp.
Questa forma di humanitas è un dato estremamente residuale, fatta piazza pulita della critica stilistica e di quella strutturale, del decostruzionismo e di altri spauracchi a venire. Davvero, letta in questa chiave, la critica ha una portata cui forse Manganelli non ambiva, scrivendo quelle righe, né io immaginavo lontanamente, quando più di due anni fa ho incominciato ad appuntare idee per questo scritto. Siamo alle prese con qualcosa di estremamente più serio e fondante del misero soffietto editoriale.
La scoperta di tale residualità è il frutto, ottenuto senza risparmio, dun processo le cui tappe hanno un valore formativo almeno pari al risultato finale.
Come controprova, scorreremo la prefazione dedicata al Milione di Marco Polo. Qui Manganelli focalizza il segno tracciato dalla mano di Rustico da Pisa sotto la voce di Marco Veneziano che scorre narrando le meraviglie del Catai. Voce spiata dal buco della serratura, auscultata clinicamente, estorta in unescussione poliziesca, e sempre nel dissidio/concorso di oralità e scrittura, che si autenticano luna con laltra, la prima con un candore aurorale precedente, anche in linea assiologica, ad ogni possibilità critica, la seconda cristallizzata nella sacralità ultimativa che lOccidente latino annette alla scrittura. Quale che sia la verità di quella voce, il rendiconto, la poiesis increspa la pictura preannunciando tempesta, la parola si compagna a se stessa, a guisa di psicopompo, e non solo per collocazione logistica, spaziale, quasi che la cosa detta dallautore (Marco) debba essere guidata con piglio performativo dalla parola che lautore (Rustico) scrive.
Unintegrità bina, forse sfalsata rispetto alla nostra idea di scrittura (ma che dire di quando scrivere era ordinariamente un dettare?), mentre multipla è quella del Novellino, altra opera oggetto di prefazione, le cui caratteristiche di non-libro, di assemblaggio, risultata da unoperazione di editing avanti lettera si offrono facilmente a uno spoglio che, per vitale paradosso, dimostra la necessità del cumulo, privo dordine apparente, che è la ragione segreta di questo frainteso monumento del nostro Medio Evo. Sfogliato come uno scomposto libro sibillino che incessantemente si disfa e ricompone, ne scaturisce un passato privo di risonanze, araldico nella sua bidimensionalità, come davvero devessere il passato, essendo ogni risonanza aggiunta da noi moderni.
Prefazioni come pretesto per una teoria generale della letteratura, sul modello delle auto-prefazioni di Henry James? I due scritti dedicati a Poe lo lasciano presagire, essendo Poe lautore dunauto-postfazione preventiva, come Filosofia della composizione, e il più esemplare teorico di se stesso, a priori e a posteriori. Preda privilegiata dun Manganelli, fatto della stessa pasta, ma, riconosciamolo, meglio versato nellarte del diffondere la teoria sotto le mentite spoglie della pratica. Manganelli gira intorno a Poe punzecchiandogli le costole perché allarghi la guardia non glimporta colpirlo e stenderlo, ma indurlo al moto di stizza che ne riveli la fragilità e insieme la vivacità nervosa.
Se Poe è facile da sbilanciare, un massiccio montuoso come il Galateo di Monsignor della Casa, più che punzecchiature, per esser sciolto abbisogna di nutrite cariche desplosivo. O, con operazione più paziente, si può, come fa Manganelli, sezionarlo in sottili fettine che messe sotto le lenti del microscopio ne rivelano la composizione agglomerata che dà una buona illusione di compattezza. Senza ricorrere a un sotterfugio come il mimetismo, Manganelli dà la misura di quali reticenze, di quali infedeltà alla propria stessa lettera siano impastate nel compostissimo decalogo del ben vivere.
In questa chiave, non poteva mancare uno scritto introduttivo allApocalisse, tutta la lettura essendo, in senso proprio, Apocalisse. La visione di Giovanni a Patmos apre in maniera teatrale qualcuna delle mille finestre preconizzate da Henry James, lasciando intuire lesistenza daltre potenzialmente innumerevoli. Voce fuori campo che accompagna una gigantesca macchina scenica spiegata fra effetti speciali che il computer ancora non sa sognare, lo scritto giovanneo non sembra tentare Manganelli fino allestremo delle sue possibilità. Ma restare sobri davanti a unescatologia ditirambica non è viltà, almeno nellambito della pagina scritta, e Manganelli sembra riservarsi una parte in altra sede e con uditorio più scelto.
Altre finestre si aprono perfino nellopera minore dun autore minore, come I Neoplatonici, nugæ erotiche, apocrife e postume di Luigi Settembrini (chi lo ricorda, Padre della Patria confuso fra Silvio Pellico, Amatore Sciesa e i Fratelli Bandiera?). Questo ad onta del fatto che I Neoplatonici siano opera clandestina e claustrofila, destinata dallo stesso autore non già al puro nascondimento sotto le spoglie duna pseudo-traduzione dal greco antico, ma alla tortuosa scoperta, operina desiderosa dessere portata alla luce, vero oggetto di caccia al tesoro. E il gustoso antefatto del nascondimento e ritrovamento del manoscritto, con tutti glimbarazzi, i pudori, le mezze verità, si inscrive nella lettera del testo come il ricorso al manoscritto secentesco di manzoniana memoria. E leggeremmo meglio I Neoplatonici interpolando mentalmente qualcuno dei verosimili commenti sfuggiti ai discopritori e primi lettori del pruriginoso brogliaccio settembriniano.
In conclusione: avrei assunto questo libro come un utile vademecum, buono per esercitarmi a fare il critico, visto che, pur spaziando dalla narrativa ottocentesca al reportage medioevale, dallapocrifo falso-antico alla trattatistica rinascimentale alle favole esopiane, sembra presupporre un orizzonte in ultima analisi abbastanza concluso da poterci fare i quattro giri di campo utili a recuperare un po di tono e di fiato. Incidentalmente, e fatti salvi i fuggevoli cenni contenuti negli scritti su Della Casa e Poe, il periclitante scaffale poesia è del tutto assente. Non chiedetemi, non chiedete a Manganelli, che pur la sa così lunga, una ricetta per scrivere prefazioni a un libro di poesia. Troppo lucido, troppo poco incline a rischi non calcolati, il nostro Manganelli, e, almeno in questo caso, anchio con lui. Che la prefazione a un libro di versi sia di per sé imbarazzante e imbarazzata è un dato di fatto, considerata la disparità ontologica che separa versi e prefazione, e non solo nel caso estremo, ma illuminante per la sua tendenziale afasia, di quella premessa al Porto Sepolto di Ungaretti, edizione 19231, uscita dalla penna di Benito Mussolini. Per fungere da maestro di cerimonie alla poesia nessun vestito buono è abbastanza decoroso, nessun titolo, neppure quello di poeta, basta alla bisogna: perfino un poeta del calibro di Zanzotto flette fatalmente al tono minore, e dà in una lettura a maglie inutilmente strette introducendo le rime volgari di Petrarca2, forse ritagliando una giustificazione per il proprio Galateo in Bosco.
Al dunque: misurarsi con un libro che contiene brani che trattano daltri libri non è un gioco ad elevazione di potenza come quello condotto da Manganelli in Centuria, né implica la pretesa del pezzo di bravura. Implica, semmai, il desiderio di comprendere le origini profonde della critica stessa, i meccanismi, se di meccanismi si tratta. Così questa recensione inattuale non fa solo da schermo alla modesta proposta di ricercare in qualche polverosa libreria, o in qualche biblioteca di provincia, un libro che contiene la chiave per altri libri. Né quella (ma la potremmo chiamare un abbozzo di petizione) che induca un editore illuminato a ristampare un libro necessario, che rende la misura del gusto profondo e diamantino di Manganelli, capace daggrumarsi tra le pieghe di opere diversissime per metterne a giorno i risalti e anche per indicare un indispensabile campionario, utile a chi si dedichi alla critica pubblica, come quella del recensore, o privata, ma non per questo dimportanza secondaria, come quella del lettore intelligente.
Note:
1 Si legge in Giuseppe Ungaretti, Vita di un uomo, Tutte le poesie, Mondadori, 1969 e ss. 2Petrarca fra il palazzo e la cameretta. Introduzione a Francesco Petrarca, Rime, Rizzoli, 1976, ora riportato in Scritti sulla letteratura, I Vol. Fantasie di avvicinamento, Mondadori, 2001
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