REMAINDERS/REMINDERS - RECENSIONI INATTUALI E AMENITA' DI VARIA UMANITA' - (A CURA DI GAVINO ANGIUS)

ITALIALIBRI - RIVISTA MENSILE ONLINE DI LIBRI ITALIANI, BIOGRAFIE DI AUTORI E RECENSIONI DI OPERE LETTERARIE







Notizie ItaliaLibri

Ricevi gratis i notiziari periodici con le novità librarie e le notizie di italialibri.net.
Gratis!



Google
Web
www.italialibri.net
www.italialibri.org

Manganelli
Viaggio alle origini profonde della critica
di Gavino Angius


Giorgio Manganelli
© Basso Cannarsa
oi siete un critico! con questo secco insulto, ché tale vuol essere, Varvàra Petrovna, nei Démoni di Dostojewskij, straccia senza rimedio l’amitié amoureuse che per vent’anni l’ha legata a Stepàn Tofìmovic.

Già a pelle, l’idea che qualcuno, per investitura di cattedra, ingaggio editoriale o, ancor peggio, per indole e inclinazione, abbia da ridire sull’opera altrui, provoca un certo qual sospetto di crudeltà congenita sviluppatasi in mestiere, come quando si scopre che il celebre tal chirurgo, da bambino, seviziava lucertole e cavallette. Che poi il critico, a guisa di parassita, abbisogni d’un “ospite” rubicondo al quale attaccarsi per succhiarne linfe vitali, lo rende ancor più spregevole, e degno d’esser respinto oltre i confini del consorzio umano. Nulla potrà la rivendicazione, tacita o conclamata, d’uno spazio autonomo e creativo per l’arte della critica, unta perfino col crisma di sapienziale da un’autorità come Harold Bloom. Perché Mr Bloom, si sa, è un critico.

Che dire, allora, dell’autore di prefazioni, uno che ti anticipa all’orecchio il film che stai per vedere mentre in sala hanno già spento le luci e il proiettore incomincia a ronzare, e s’azzittisce soltanto allo scorrere dei titoli di testa? Vero è che gran parte dei potenziali clienti, o vittime, del prefatore, lo elude spavaldamente: per un lettore che trangugia pezzulli risvolti fascette note indici e apparati prima di aggredire il testo, ce ne sarà una buona venticinquina usi a spollonare l’opera di tutte le crescite non dovute. Appartenendo alla prima specie di lettore, che in maniera confusa e oscura ricerca nella prefazione l’idea quintessenziale, la matrice del testo, sono spesso punto da invidia per la sanissima indipendenza di giudizio di chi sbuccia via le prefazioni e le getta come cartine di caramella.

Dopo una più che biennale riluttanza, rendo pubbliche le mie privatissime angosce, additando all’attenzione dei nostri lettori un volume che raccoglie prefazioni: Angosce di stile di Giorgio Manganelli, pubblicato da Rizzoli nel 1981 (ma contiene testi redatti fra il ’68 e l’80), e, ad onta dei ricorrenti Manganelli revivals, mai ristampato.

Anticipo l’obiezione: un volume siffatto è un mostro evaso da un bestiario stilato a quattro mani da Borges e Woody Allen. Prefazioni alla cui lettura non fa seguito quella del testo prefato, dato in absentia, rimosso e rimandato a un’ulteriore polarizzazione d’incontri, così che la prefazione brilli autonoma e incorrotta, bastante a se stessa.

Se sopravvenisse un cataclisma selettivo, che distruggesse fino all’ultimo tutti gli esemplari dei libri prefati, e scampassero solo le prefazioni? Sarebbero ancora prefazioni? A un livello più pedestre, ed è il mio caso, ha senso leggere la prefazione d’un libro mai letto, anzi, un corposo saggio che illumina, investiga, dissoda un autore che non appartiene al mio pantheon privato?

Già, perché in apertura del libro campeggia una prefazione (inedita, cioè mai servita come tale, dubbia perfino nel suo definirsi, e su questo varrebbe già la pena d’insistere) alla Bottega dell’antiquario di Dickens. In mano mia, questo è un oggetto di fabbricazione marziana, non avendo il sottoscritto mai, dicesi mai preso in mano un romazo di Dickens, il che potrebbe assimilarsi alla lettura d’un menu prima d’un digiuno, o all’assunzione d’un afrodisiaco senza sbocchi pratici. Vero è che le storie della letteratura in uso nelle nostre scuole sono affette da una tara similare: fungono da introduzione a una congerie d’opere che l’alunno non ha mai letto, ma in una proiezione ottimistica adombrano l’augurio che crescendo il giovine si procacci e legga avidamente un Cecco d’Ascoli, un Molza o un Frugoni. Volendo, anche le recensioni accarezzano una simile razza d’ottimismo.

Il libro di Manganelli, però, sta lì a sbandierare la pretesa che le prefazioni vivano una loro gagliarda vita autonoma, siano dotate di luce propria che si diffonde e illumina, e non fungano da satelliti pallidamente illuminati. Si sarà tentati di riconoscere, a libro letto e richiuso, che ci si possa limitare alla mera, e volontariamente mera, lettura d’una prefazione, evitando quella dell’opera, senza soffrirne, anzi, traendone giovamento. Col sottinteso, da discutere, ma non è questa la sede, che la prefazione staccata possa darsi come indipendente e dotata di valore, si diceva, sapienziale, a prescindere dall’opera prefata.

Chi, abbracciando una seriosa costumanza utilitaristica, legga e mediti un saggio letterario per foggiarsi i ferri del mestiere, ed eventualmente copiare qualche trucco efficace, si sarà imbattuto nella sconsolante sensazione d’esser venuto alle prese con qualcuno (il Critico! sempre lui!) mosso da un complanare utilitarismo. Assolto ogni dovere verso le funzioni di servizio, gratuite o prezzolate, il critico scrive per attirare l’attenzione su se stesso. Domandiamoci di che cosa parli, Manganelli, quando, lumeggiato l’incipit, i personaggi principali e quelli di corollario, srotola con gesto da prestidigitatore una banalità come questa che cito: «Dunque, le possibilità di "fare incontri" nel raccontare orizzontale di Dickens sono sterminate; il romanzo è uno spazio entro cui ci si muove, ma da che parte, in che direzione, dipende assai più dal lettore che dal narratore. Questo consta: gli incontri, essendo innecessari ma di volta in volta centrali, hanno una intensità, una intensità fantastica, una improbabilità che altrimenti non potrebbero avere. Sono tutti fantasmi, nessuno è preparato da niente, la loro professione è l’epifania».

Banalità, ho, detto, ma nel senso di verità palmare, assiomatica, universale, tale da venire riconosciuta alla prima quando ce la squadernano davanti, e buona, facendo le debite tare, se attagliata a Dickens come al Deuteronomio e alla narrativa dello stesso Manganelli. Con altri autori funzionerà parzialmente o nient’affatto, ma è una pietra di paragone, critica, sulla quale soffregare ogni lettura a venire. La mia successiva, o differita, o inesistente lettura di Dickens verrà orientata da Dickens, da Manganelli, da me stesso che scelgo di compierla, da una legge che finge la casualità, o da un gioco irrazionale che finge il rigore della legge. Quel che importa è la messa in rilievo testimoniale d’una verità, pure se con l’individuazione di un punto focale, esterno agli oggetti ma essenziale al sistema, che ne motiva e geometrizza i fenomeni.

La lettura della Bottega dell’antiquario ambisce a farsi, se non metafora del mondo, itinerario nel mondo, e, come la percezione è sempre ristretta ma illusa di ergersi a totalizzante, anche il riferire di vicende e personaggi di carta riempie un mondo. L’arbitrio di Manganelli viene allo scoperto quando, incrociati i ferri con altri eminenti commentatori dickensiani (Huxley, Wilde, Edmund Wilson), ne ritaglia le silhouettes giustapponendole a quelle dei personaggi del romanzo. In questo teatrino d’ombre, le maschere del fabulare dickensiano vivono, giustificando la vita del critico in quanto uomo. Giustificazione insieme estetica e morale, intendiamo l’arte come forma privilegiata di conoscenza.

La teoria che potremmo estrarre da questa congerie di constatazioni suonerebbe press’a poco così: il critico di romanzi è uno che si prende a cuore le sorti d’un personaggio di carta, abbracciandolo o litigandoci, sempre misurando lo spazio che lo separa da lui. Se questo non depone in toto a favore della sua acribia professionale, fa comunque balenare l’amore, che lega il critico all’opera, quasi fatalmente, senza che alcuno dei due l’abbia cercato, voluto e propiziato. Umano, profondamente umano, l’essere in carne e ossa che prova amore per Nell, o il desiderio di prendere a pugni Quilp.

Questa forma di humanitas è un dato estremamente residuale, fatta piazza pulita della critica stilistica e di quella strutturale, del decostruzionismo e di altri spauracchi a venire. Davvero, letta in questa chiave, la critica ha una portata cui forse Manganelli non ambiva, scrivendo quelle righe, né io immaginavo lontanamente, quando più di due anni fa ho incominciato ad appuntare idee per questo scritto. Siamo alle prese con qualcosa di estremamente più serio e fondante del misero soffietto editoriale.

La scoperta di tale residualità è il frutto, ottenuto senza risparmio, d’un processo le cui tappe hanno un valore formativo almeno pari al risultato finale.

Come controprova, scorreremo la prefazione dedicata al Milione di Marco Polo. Qui Manganelli focalizza il segno tracciato dalla mano di Rustico da Pisa sotto la voce di Marco Veneziano che scorre narrando le meraviglie del Catai. Voce spiata dal buco della serratura, auscultata clinicamente, estorta in un’escussione poliziesca, e sempre nel dissidio/concorso di oralità e scrittura, che si autenticano l’una con l’altra, la prima con un candore aurorale precedente, anche in linea assiologica, ad ogni possibilità critica, la seconda cristallizzata nella sacralità ultimativa che l’Occidente latino annette alla scrittura. Quale che sia la verità di quella voce, il rendiconto, la poiesis increspa la pictura preannunciando tempesta, la parola si compagna a se stessa, a guisa di psicopompo, e non solo per collocazione logistica, spaziale, quasi che la cosa detta dall’autore (Marco) debba essere guidata con piglio performativo dalla parola che l’autore (Rustico) scrive.

Un’integrità bina, forse sfalsata rispetto alla nostra idea di scrittura (ma che dire di quando scrivere era ordinariamente un dettare?), mentre multipla è quella del Novellino, altra opera oggetto di prefazione, le cui caratteristiche di non-libro, di assemblaggio, risultata da un’operazione di editing avanti lettera si offrono facilmente a uno spoglio che, per vitale paradosso, dimostra la necessità del cumulo, privo d’ordine apparente, che è la ragione segreta di questo frainteso monumento del nostro Medio Evo. Sfogliato come uno scomposto libro sibillino che incessantemente si disfa e ricompone, ne scaturisce un passato privo di risonanze, araldico nella sua bidimensionalità, come davvero dev’essere il passato, essendo ogni risonanza aggiunta da noi moderni.

Prefazioni come pretesto per una teoria generale della letteratura, sul modello delle auto-prefazioni di Henry James? I due scritti dedicati a Poe lo lasciano presagire, essendo Poe l’autore d’un’auto-postfazione preventiva, come Filosofia della composizione, e il più esemplare teorico di se stesso, a priori e a posteriori. Preda privilegiata d’un Manganelli, fatto della stessa pasta, ma, riconosciamolo, meglio versato nell’arte del diffondere la teoria sotto le mentite spoglie della pratica. Manganelli gira intorno a Poe punzecchiandogli le costole perché allarghi la guardia — non gl’importa colpirlo e stenderlo, ma indurlo al moto di stizza che ne riveli la fragilità e insieme la vivacità nervosa.

Se Poe è facile da sbilanciare, un massiccio montuoso come il Galateo di Monsignor della Casa, più che punzecchiature, per esser sciolto abbisogna di nutrite cariche d’esplosivo. O, con operazione più paziente, si può, come fa Manganelli, sezionarlo in sottili fettine che messe sotto le lenti del microscopio ne rivelano la composizione agglomerata che dà una buona illusione di compattezza. Senza ricorrere a un sotterfugio come il mimetismo, Manganelli dà la misura di quali reticenze, di quali infedeltà alla propria stessa lettera siano impastate nel compostissimo decalogo del ben vivere.

In questa chiave, non poteva mancare uno scritto introduttivo all’Apocalisse, tutta la lettura essendo, in senso proprio, Apocalisse. La visione di Giovanni a Patmos apre in maniera teatrale qualcuna delle mille finestre preconizzate da Henry James, lasciando intuire l’esistenza d’altre potenzialmente innumerevoli. Voce fuori campo che accompagna una gigantesca macchina scenica spiegata fra effetti speciali che il computer ancora non sa sognare, lo scritto giovanneo non sembra tentare Manganelli fino all’estremo delle sue possibilità. Ma restare sobri davanti a un’escatologia ditirambica non è viltà, almeno nell’ambito della pagina scritta, e Manganelli sembra riservarsi una parte in altra sede e con uditorio più scelto.

Altre finestre si aprono perfino nell’opera minore d’un autore minore, come I Neoplatonici, nugæ erotiche, apocrife e postume di Luigi Settembrini (chi lo ricorda, Padre della Patria confuso fra Silvio Pellico, Amatore Sciesa e i Fratelli Bandiera?). Questo ad onta del fatto che I Neoplatonici siano opera clandestina e claustrofila, destinata dallo stesso autore non già al puro nascondimento sotto le spoglie d’una pseudo-traduzione dal greco antico, ma alla tortuosa scoperta, operina desiderosa d’essere portata alla luce, vero oggetto di caccia al tesoro. E il gustoso antefatto del nascondimento e ritrovamento del manoscritto, con tutti gl’imbarazzi, i pudori, le mezze verità, si inscrive nella lettera del testo come il ricorso al manoscritto secentesco di manzoniana memoria. E leggeremmo meglio I Neoplatonici interpolando mentalmente qualcuno dei verosimili commenti sfuggiti ai discopritori e primi lettori del pruriginoso brogliaccio settembriniano.

In conclusione: avrei assunto questo libro come un utile vademecum, buono per esercitarmi a fare il critico, visto che, pur spaziando dalla narrativa ottocentesca al reportage medioevale, dall’apocrifo falso-antico alla trattatistica rinascimentale alle favole esopiane, sembra presupporre un orizzonte in ultima analisi abbastanza concluso da poterci fare i quattro giri di campo utili a recuperare un po’ di tono e di fiato. Incidentalmente, e fatti salvi i fuggevoli cenni contenuti negli scritti su Della Casa e Poe, il periclitante scaffale “poesia” è del tutto assente. Non chiedetemi, non chiedete a Manganelli, che pur la sa così lunga, una ricetta per scrivere prefazioni a un libro di poesia. Troppo lucido, troppo poco incline a rischi non calcolati, il nostro Manganelli, e, almeno in questo caso, anch’io con lui. Che la prefazione a un libro di versi sia di per sé imbarazzante e imbarazzata è un dato di fatto, considerata la disparità ontologica che separa versi e prefazione, e non solo nel caso estremo, ma illuminante per la sua tendenziale afasia, di quella “premessa” al Porto Sepolto di Ungaretti, edizione 19231, uscita dalla penna di Benito Mussolini. Per fungere da maestro di cerimonie alla poesia nessun vestito buono è abbastanza decoroso, nessun titolo, neppure quello di poeta, basta alla bisogna: perfino un poeta del calibro di Zanzotto flette fatalmente al tono minore, e dà in una lettura a maglie inutilmente strette introducendo le rime volgari di Petrarca2, forse ritagliando una giustificazione per il proprio Galateo in Bosco.

Al dunque: misurarsi con un libro che contiene brani che trattano d’altri libri non è un gioco ad elevazione di potenza come quello condotto da Manganelli in Centuria, né implica la pretesa del pezzo di bravura. Implica, semmai, il desiderio di comprendere le origini profonde della critica stessa, i meccanismi, se di meccanismi si tratta. Così questa recensione inattuale non fa solo da schermo alla modesta proposta di ricercare in qualche polverosa libreria, o in qualche biblioteca di provincia, un libro che contiene la chiave per altri libri. Né quella (ma la potremmo chiamare un abbozzo di petizione) che induca un editore illuminato a ristampare un libro necessario, che rende la misura del gusto profondo e diamantino di Manganelli, capace d’aggrumarsi tra le pieghe di opere diversissime per metterne a giorno i risalti e anche per indicare un indispensabile campionario, utile a chi si dedichi alla critica pubblica, come quella del recensore, o privata, ma non per questo d’importanza secondaria, come quella del lettore intelligente.


Note:

1 Si legge in Giuseppe Ungaretti, Vita di un uomo, Tutte le poesie, Mondadori, 1969 e ss.
2 Petrarca fra il palazzo e la cameretta. Introduzione a Francesco Petrarca, Rime, Rizzoli, 1976, ora riportato in Scritti sulla letteratura, I Vol. Fantasie di avvicinamento, Mondadori, 2001

Milano, 28 maggio 2004
© Copyright 2004 italialibri.net, Milano - Vietata la riproduzione, anche parziale, senza consenso di italialibri.net





Novità in libreria...








Per consultare i più recenti commenti inviati dai lettori o inviarne di nuovi
sulla figura e sull'opera d
Giorgio Manganelli

|
|
|
|
|
|
|
I quesiti
dei lettori



AUTORI A-Z
A
B
C
D
E
F
G
H
I
J
K
L
M
N
O
P
Q
R
S
T
U
V
W
X
Y
Z
OPERE A-Z
A
B
C
D
E
F
G
H
I
J
K
L
M
N
O
P
Q
R
S
T
U
V
W
X
Y
Z
PAROLE NUOVE




ALTROVE








http://www.italialibri.net - email: - Ultima revisione Ven, 4 ago 2006

Autori | Opere | Narrativa | Poesia | Saggi | Arte | Interviste | Rivista | Dossier | Contributi | Pubblicità | Legale-©-Privacy