l termine "Mistico", compare per la prima volta come aggettivo della parola Teologia. Con l'espressione Teologia Mistica si intendeva indicare una Teologia del "silenzio" (mistico deriva dal greco miein, tacere), esprimente limpossibilità di una conoscenza positiva, ovvero descrittiva di Dio in quanto Assoluto (Teologia Katafatica), pertanto non definibile e quindi trascendente ogni concetto.
Ecco quindi il manifestarsi di una Teologia "Negativa" (Apofatica) che, preso atto dell'impossibilità di conoscere Dio attraverso la via descrittiva, si rifugia nel silenzio, appunto, di ogni concetto, idea, parola.
Figura cardine di questa corrente di pensiero è Dionigi Pseudo Areopagita, che circa nel V secolo d.C. teorizza, in un suo trattato intitolato appunto Teologia Mistica, gli aspetti fondamentali della Teologia Negativa.
Nel 1300 Meister Eckhart e, successivamente, i suoi discepoli Taulero e Suso riprendono, sviluppano e approfondiscono tale corrente di pensiero. Gli aspetti fondamentali dei loro scritti sono l'insistere sulla impossibilità di un conoscenza positiva di Dio e sulla via del distacco. L'uomo, ovvero, si deve disappropriare del proprio Io psicologico (importante ricordare a tal proposito la tripartizione antropologica fornita da S. Paolo, secondo la quale l'uomo risulta costituito da: corpo, anima e sue facoltà, spirito) e di tutte le sue costruzioni ed esigenze, per ritrovare nel "Luogo Mistico" per eccellenza, ovvero quello che Eckhart chiama il "fondo dell'anima", nel silenzio di ogni facoltà mentale, la propria dimensione spirituale. E riunirsi quindi a Dio, che, come ricorda il Vangelo di Giovanni, è appunto Spirito.
Dio, quindi, non più come un ente da adorare come "altro" («Dio è un ente solo per i peccatori»), ma un Dio ritrovato in quella dimensione, anzi "cifra", cara al misticismo: ovvero l'Uno. Inconoscibile, al punto che l'uomo non si può nemmeno conoscere come conoscente Dio, perché sarebbe una contraddizione in termini.
La dimensione dell'Uno riveste unimportanza fondamentale. Uno proprio perché assoluto, onnicomprensivo, infinito quindi non de-finibile; cessazione di ogni alterità.
A tale riguardo risulta particolarmente interessante ricordare il significato profondo della metafora del Peccato Originale: l'uomo, nutrendosi dei frutti dell'albero della sapienza, accede alla comprensione consapevole («Ed essi si conobbero nudi...»), identificandosi col proprio Io psicologico; e si ritiene altro da Dio, che viene quindi trasformato in ente-altro, se non addirittura idolo da adorare.
Questa separazione trova un'importante conferma semantica e concettuale nella parola diavolo: dal greco dia-ballo, separare.
Statua del Buddha.
(Bagan, Myanmar)
Il diavolo: colui che separa e divide l'uomo dalla sua radice spirituale. Significativa la ricaduta linguistica: il suffisso dus, due, connota in senso peggiorativo: dis-prezzare, dis-mettere, dis-conoscere, ecc. La conversione: il percorso di ritorno dal molteplice all'Uno.
Ma quello che desidererei porre in evidenza sono le analogie culturali, profonde e importanti, con altri percorsi spirituali. Soprattutto con il Buddhismo.
In primo luogo ritengo opportuno ribadire un concetto: il personaggio storico indicato col termine di Buddha non solo non si è mai proposto con alcun tratto di divinità. Non solo non ha mai preteso di indicare un percorso religioso. Egli ribadì più volte, e con estrema chiarezza, che non intendeva assolutamente pronunciarsi sulla presenza e sulle eventuali caratteristiche del divino. A chi lo interrogava al riguardo, opponeva il Nobile Silenzio. Che non si discosta poi tanto dall'assunto della inconoscibilità positiva di Dio.
Buddha non ha fondato una religione o un credo, ma è altrettanto profondamente inesatto definire il Buddhismo ateo. Se proprio dovessimo andare a ricercare una definizione, con tutti i limiti che tale atteggiamento mentale comporta, credo si potrebbe parlare di unetica spirituale. Ma forse, di nuovo, risulta più appropriato prescindere da definizioni. In questo percorso, il momento chiave è il discorso sulla messa in moto della ruota del Dharma, dove vengono esposte le Quattro Nobili Verità, e il Nobile Ottuplice Sentiero:
La vita è dolore.
Il dolore deriva dall'attaccamento.
La liberazione dal dolore è possibile con un percorso di distacco.
Tale percorso è indicato dall'Ottuplice Sentiero: retta visione; retta intenzione; retta parola; retta azione; retto sostentamento; retto sforzo mirato; retta presenza mentale; retta concentrazione.
Vi è un fondamento teorico che vale la pena essere posto nel giusto risalto, in quanto alla base di ogni successiva considerazione. La Coproduzione Condizionata.
Secondo il Buddhismo, ogni fenomeno deve essere considerato privo di realtà autonoma (Anatta) e impermanente (Anicca). Da tale visione deriva il concetto di Vuoto, da non intendersi assolutamente nella accezione nichilistica che gli viene attribuita in Occidente.
Il Vuoto (cfr. il saggio di G. Pasqualotto, Estetica del vuoto) deve essere bensì inteso come espressione dell'impossibilità del singolo fenomeno, tale o strutturato in "aggregati" più complessi (Skandha), quale ad esempio viene considerato l'individuo, di qualificarsi per una esistenza sostanziale e/o temporale propria, autonoma. Ogni fenomeno, bensì, risulta, interagisce e causa. È condizionato e condizionante. Niente esiste come separato dal resto. La realtà può essere rappresentata da un modello a "rete" tridimensionale, in cui ogni fenomeno contenente e contenuto è in continua e costante relazione con la totalità degli altri fenomeni.
Ecco perché «la forma è vacuità, e la vacuità è forma»: perché ogni forma è vuota in quanto definibile e verificantesi solo in relazione ad altre forme. Risulta ovvero determinata da ciò che essa non è.
La Vacuità, quindi, come elemento dinamico della realtà, addirittura come suo motore: vuoto-pieno (Sunyata), che poi è una delle caratteristiche formali e sostanziali di tanta produzione artistica orientale: pittura, teatro, poesia (cfr. sempre il saggio di Pasqualotto).
Mi pare quasi superfluo commentare l'analogia di tale impianto con la concezione dellUno mistico.
Ma ancora più interessante ritengo sia lanalisi delle conseguenze derivanti dalla mancata comprensione della realtà come Uno.
Abbiamo già analizzato il significato della metafora del Peccato Originale.
Tornando alle Quattro Nobili Verità, il dolore che segna lesistenza deriva da una non-retta visione della Realtà, che innesca a catena (di nuovo in un meccanismo di inter-essere) gli altri sette comportamenti non-retti, tutti derivanti dalla disconoscenza della realtà come Uno, e dalla conseguente illusoria, frustrante e generatrice di dolore ricerca di simulacri di sostanzialità e permanenza del e per il nostro Io. Di nuovo: un peccato originale. Un errore iniziale di interpretazione, continuamente rinnovato, e causa di dolore.
E ancora: la via indicata per la liberazione dal dolore, anche nel Buddhismo, è la via del distacco e della disappropriazione. Quel rifuggire «dal furore dellincostanza delle cose transitorie», che, pronunciato da Eckhart, assume però un significato ben più universale.
Quel porre in discussione un Io che secoli di cultura ci hanno abituato a considerare come la nostra essenza qualificante, ma che invece non può essere considerato tale. Anzi: proprio il distacco dai vincoli dellIo definisce e prospetta il cammino di liberazione. Lo scioglierlo nellinfinito oceano dellEssere-Uno, così come londa, una volta formatasi, ritorna nellindistinto del mare, senza perché e senza tentare in alcun modo di perpetuare la propria transitorietà, che ne definisce lessenza.
Al di là di ogni pronunciamento teoretico e dottrinale (si ricordi, dopo tutto, che «la scrittura è vana», S. Agostino; «La lettera uccide, lo Spirito vivifica», S. Paolo; «La dottrina è il dito che indica la luna, ma non è la luna», Buddha) mi pare indubbio che si possa parlare di una intuizione etica e spirituale in comune tra culture cronologicamente e contestualmente lontane e differenti, che vengono però a incontrarsi, se non addirittura a completarsi e potenzialmente fondersi, sul piano dellintuizione.
«I libri sono per loro natura strumenti democratici e critici: sono molti, spesso si contraddicono, consentono di scegliere e di ragionare. Anche per questo sono sempre stati avversati dal pensiero teocratico, censurati, proibiti, non di rado bruciati sul rogo insieme ai loro autori»
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