Si è spento giovedì 16 settembre a causa di un attacco cardiaco il poeta milanese Giovanni Raboni. Era nato a Milano nel 1932, conseguita la laurea in Giurisprudenza, abbandonò presto l'avvocatura per dedicarsi alla letteratura. Poeta, traduttore e critico letterario, collaborò con diverse riviste, fra le quali «Quaderni piacentini», «Paragone» e «Corriere della Sera». Tradusse Flaubert, Baudelaire, Apollinaire e l'intera Recherche di Proust. Negli anni Settanta fu anche direttore editoriale per la casa editrice Guanda, e fine scopritore di nuovi giovani talenti. La sua fu una poesia legata a diversi registri linguistici, tipici della "linea lombarda" (che affonda le proprie radici in Parini e Manzoni), specchio di una poetica dai toni attenuati, discreti, molto attenta al quotidiano, ma anche ai grandi temi morali, sia politici che civili. In un secondo momento, dalla raccolta Canzonette mortali (1985), il tono di Raboni si fa più formale e le sue liriche raggiungono livelli di notevole perfezione stilistica. Vincitore di numerosi premi letterari, nel 2002 ricevette il premio Moravia per l'insieme della sua opera. Appartenne alla giuria dei premi Mondello e Viareggio e, da due anni, presiedeva il premio Bagutta.
Tra le sue opere ricordiamo: Le case della Vetra (1966), Cadenza d'inganno (1975), La fossa del Cherubino (1980), A tanto caro sangue: poesie 1953-1987 (1988) vincitore del premio Bagutta nel 1997, Versi guerrieri e amorosi (1990), Ogni terzo pensiero vincitore del premio Viareggio nel 1993, Barlumi di storia vincitore del premio Librex Montale e del premio Vitaliano Brancati nel 2003. Fra i saggi di critica letteraria: Poesia degli anni Sessanta (1976) e Quaderno in prosa (1982).
e chiudo gli occhi, per un attimo la rivedo la barba bianchissima di Giovanni Raboni, come in un mattino romano, qualche anno fa, alla Casa delle Letterature. E rivedo lui, gentile e distante, adesso, seduto a un tavolo. Con lui, lassù, ecco anche i profili di alcuni amici che forse lo stavano aspettando, che l'hanno preceduto, di poco, nel viaggio: Luigi Baldacci, Giuseppe Pontiggia, Cesare Garboli. Adesso nell'ipertempo ci sarà l'eternità per discutere di questa vita abbandonata, e delle parole spese per tentare di afferrarla, anche quando scappava, scivolava sul foglio, anche quando stava per andare via. Se penso a questi quattro uomini nati un decennio prima dell'ultima guerra, penso alla bellezza, alla ricchezza che un'intelligenza, quando è vera e non di fumo, spande attorno a sé dallo sguardo, dai gesti, dalle parole scritte e parlate.
Pontiggia trovava divertente che alcuni suoi coetanei considerassero la propria epoca quella degli ultimi maestri, "degli ultimi interlocutori possibili", sentendosene disperatamente orfani. «Io stesso aggiungeva avrei argomenti per lamentare scadimenti di tono, cali di livello, cadute di gusto, scomparse di amici. Penso comunque che i giovani avranno a chi telefonare. O forse, che è anche meglio, a chi non telefonare». Ho ventuno anni ma non ho mai telefonato a Baldacci, a Pontiggia, a Garboli, o a Raboni. Adesso che ci penso, però, penso che mi sarebbe piaciuto. Eppure mi accorgo che, a loro insaputa, li ho avuti come interlocutori, e sebbene il loro numero sia troppo presto scomparso dall'elenco telefonico, il dialogo non è certo finito qui. Scegliersi il proprio presente è la cosa più difficile, sostiene ancora Pontiggia. Scegliersi il proprio presente vuol dire anche scegliersi qualche fratello maggiore, e qualche padre, e qualche nonno: che ci faciliti un poco questo strano percorso senza mèta.
Nella folla dei contemporanei ci sono vegliardi che sanno meno dei ventenni, anche se credono di saperne molto di più. E poi ci sono quelli che davvero sanno di più, in assoluto i piccoli e grandi maestri. Nella folla dei contemporanei c'erano fino all'altroieri anche Baldacci, Pontiggia, Garboli e Raboni. Forse ce ne siamo accorti troppo poco accade spesso così, distratti come siamo, anche comprensibilmente, dalla vita; ed è un po' infantile esagerare adesso coi rimpianti da coccodrilli.
Mi permetto la certezza che, da "contemporanei del futuro", avranno parecchio da dire ancora, da raccontare, da essere ascoltati e cercati. Va bene anche così, per chi traffica in letteratura.
«L'inflazione fa sparire le monete d'oro, ma il loro valore nell'ombra si moltiplica. E anche se al presente il piombo sembra prevalere, il futuro si fonderà sulle risorse invisibili.»
Così mi piace immaginare un uomo di un'altra epoca, che guardando con delusione alla sua, si volterà indietro per andare in cerca di risorse invisibili. Aprirà per caso un libro impolverato, e scoprirà parole che sorprendentemente gli racconteranno qualcosa anche di sé, e penserà come sarebbe stato bello nascere dentro quel tempo.
O forse la felicità
è solo degli altri, d'un altro tempo,
d'un'altra vita e a noi non è possibile
che recitarla come viene viene,
a soggetto, ostinandoci a inseguire
la parte di noi stessi
in un vecchio bizzarro canovaccio
senza capo né coda
scrive Giovanni Raboni, morto a Parma nel 2004 mentre cominciava l'autunno.
«E le difficoltà con cui sono talvolta alle prese, nell'esprimermi, non provengono certo dall'inosservanza delle famose regole del bello scrivere, ma da una coscienza che stenta a rimarginare alcune nascoste ferite, forse inguaribili, e che tuttavia, ostinatamente, esige la propria integrità. Poiché per essere veri non basta evidentemente essere sinceri. Non è dunque senza sforzo che, rinunciando alle parabole, mi sono accinto anche a questo racconto.»
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