IL RAPPORTO TRA FEDE E LETTERATURA NEL NOVECENTO

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Letteratura e Fede
Spunti sulla presenza dell'Altissimo nella letteratura del secolo scorso
(A cura di Antonio Fiori)


appiamo tutti che l’ultimo secolo è stato quello in cui si è potuto affermare che «Dio è morto» (Nietzsche). Il dio absconditus, il dio silenzioso dinanzi all’Olocausto, il dio fuggitivo, il dio che attende… nondimeno il Novecento si è chiuso con una ripresa fiduciosa dell’analisi teologica e filosofica sul concetto e la realtà di Dio 1. In particolare, Petrocchi 2 ci ricorda che la stessa nascita della lingua volgare avviene nell’humus dell’esperienza religiosa ed assume la primigenia forma della lauda con Francesco d’Assisi e il grande Jacopone da Todi. Il laudario di quest’ultimo, in particolare, raggiunge toni alti anche di poesia evocativa e narrativa (come nell’indimenticabile Pianto della Madonna) e ci consente di dire che la nostra letteratura delle origini contiene già in embrione, dentro gli spigoli di una metrica povera, il respiro e le forme che prenderà la poesia a venire. Quanto alle motivazioni spirituali fondamentali — l’ansia di purezza e il bisogno di una continua comunicazione con Dio — le ritroviamo pienamente attuali (e semmai più intense) nel Novecento, a distanza di otto secoli.

Scrutando ora il Novecento, vorrei partire dall’esperienza letteraria e umana di Primo Levi, ricordare il suo magistero sul dovere della memoria e l’insondabilità delle scelte individuali. Anche Quasimodo è fortemente impegnato sul dovere di testimoniare e perplesso, come Levi, sul silenzio divino nella tragedia bellica. Sappiamo però quale fu la risposta a chi si chiedeva dove fosse Dio, guardando il corpo di un ragazzo penzolare da una corda in un lager: Dio è qui, Dio è quel ragazzo. E in questo significato simbolico si potrebbe anche condividere l’affermazione niciana sulla morte di Dio. Su quel ‘secondo delitto’ dell’uomo del Novecento è ancora aperta l’inchiesta, vivo il dibattito culturale.

Una grande ricchezza di temi e di spunti la troviamo nel ‘filone’ di quei poeti atei o dubbiosi che si sono confrontati con Dio e la fede: tra tutti Jorge Luis Borges e Giorgio Caproni. Nei loro ‘incontri’ con la divinità danno prova di grande onestà intellettuale e della qualità della parola poetica anche nel suo uso speculativo. In particolare, il coraggioso confronto di Caproni con Dio produce quasi una contro-preghiera. D’altronde il poeta, pur definendo una ‘ateologia’ il proprio pensiero su Dio, non abbandonerà mai la lettura del Purgatorio dantesco, lasciandoci chiara testimonianza della continuità della sua ricerca. Borges rivendica invece l’umanità di Cristo e crede con forza nell’eternità (che predisse in un volto perennemente di fronte all’uomo).

Il ‘filone’ più propriamente religioso della poesia italiana del Novecento vede la presenza di molti autori, alcuni assolutamente imprescindibili: Pascoli, Corazzini, Rebora, Ungaretti, Luzi, Betocchi, Turoldo, Guidacci, Cattafi, Campo e Mundula 3. Ma anche Alda Merini, Patrizia Valduga e Davide Rondoni sono entrati prepotentemente in rapporto con Dio nella loro produzione poetica.

Mentre nell’Ottocento si riscontra una scarsa presenza di Dio in letteratura — in un’epoca che ha visto il massimo dispiegamento del Realismo e l’infatuazione positivista ma che pure ci consegna le lacerazioni di Dostoevskij — nel Novecento si rinnovano le attenzioni al problema di Dio anche, come già detto, a causa delle due ravvicinate tragedie della prima e seconda guerra mondiale, che hanno costretto tutte le culture coinvolte ad una riflessione epocale. L’orizzonte letterario si riapre, prevalentemente, sul dio cristiano e si rivedono, sullo sfondo, anche tematiche e problemi collaterali, tipicamente ‘occidentali’ (la tolleranza, il rapporto tra fede e conoscenza, l’impegno sociale). Solo qualche nome dalle altre letterature: gli inglesi Graham Greene e Gilbert K. Chesterton, Charles Peguy e gli altri poeti francesi del primo Novecento convertitisi numerosi al Cattolicesimo, lo spagnolo Juan Ramon Jimenez, l’americano Thomas Merton, convertitosi nel 1941 alla fede cattolica ed entrato in un monastero trappista del Vermont (del quale dovrebbe leggersi almeno l’opera fondamentale, La montagna dalle sette balze).

Ma come abbiamo visto, spesso Dio entra nella letteratura contemporanea da porte lasciate socchiuse, come problema o come ricerca sotterranea di autori che potremo definire ‘non praticanti’ e comunque senza alcuna storia religiosa particolare. Basti solo pensare all’incombenza di un giudizio soprannaturale in Kafka, alle attese e ai presagi di Buzzati, al male oscuro di Berto, alla grottesca umanità di Landolfi. Essi registrano ansie e domande diffuse, vedono (o lasciano che noi vediamo) in questo Dio introvabile una possibile spiegazione dei timori e delle insicurezze del nostro tempo.


1 Tra filosofia e teologia è appunto il sottotitolo di un bel saggio di Bruno Forte, Dio nel Novecento, Morcelliana, 1998.

2 Giorgio Petrocchi, Il sentimento religioso all’origine della letteratura italiana, San Paolo, 1996. Da segnalare anche Luigi Pozzoli, Immagini di Dio nel Novecento: Gesù, lo Spririto e il Padre nella letteratura contemporanea, ed. Paoline, 1999.

3 Ferruccio Ulivi e Marta Savini, Poesia religiosa italiana, Piemme, 1994.

Milano, 28 ottobre 2004
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«La fanciulla, chiaramente regina di cuori e fortune, avanzava però, in quello tetro luogo, con quel tanto di convenzionale allarme, e un minimo di autentica attenzione, atti a significare che il suo animo sportivo non era del tutto indifferente ai fascini dell’orrido e di una naturale (alla estrema indigenza) depravazione.»

(Anna Maria Ortese, L’iguana)



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http://www.italialibri.net - email: - Ultima revisione Gio, 17 gen 2008

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