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PER HELLA HAASSE NIENTE È CASUALE E I SUOI PERSONAGGI ESISTONO COME PORTATORI DI IDEE

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Contributi
Hella Haasse
Non esiste realtà oggettiva, se non perennemente trasformata da quella inesauribile ‘sorgente creativa’ insita in oguno di noi, più rivelatrice e reale della vita vissuta!
(di Valeria Consoli)
Hella Haasse
Hella Haasse
Foto © Chris van Houts, Amsterdam
Più che narrare, il compito dello scrittore è di svelare la verità, che si nasconde dietro ai fatti. Per Hella Haasse Nella vita niente è casuale e i suoi personaggi esistono come ‘portatori di idee’.
Nata nel 1918 a Batavia, l'attuale Jakarta, ha raggiunto i Paesi Bassi al termine della scuola secondaria e, nel 1945, ha debuttato con una raccolta di poesie.
Se nelle opere giovanili non è difficile scorgere, nell'ambientazione esotica dell'Indonesia sotto il dominio olandese, la decadenza e la crisi di una classe sociale, dalla ricerca che Hella Haasse persegue nei confronti di quella verità delle cose che soltanto un animo femminile riesce ad indagare con fermezza, emerge la denuncia di un sistema che, nella metà dell’Ottocento, vorrebbe la donna ‘succube’ dell’uomo, anche nella realtà nordeuropea.
Il suo interesse per la storia si esplicita nelle rievocazioni dell’ambiente coloniale ma si estende anche a tematiche e contesti lontani nello spazio e nel tempo: Roma nel tardo Impero e Alessandria, sospesa tra classicismo e cristianesimo. L’amore per il mito – rivisitato stavolta non più nella sua valenza di mediterranea solarità, bensì nella sua più cupa accezione nordica – ritorna nelle sue opere più recenti.
Oltre alla prosa, Hella Haasse ha pubblicato una vasta collezione di saggi.
Questo contributo fa parte di un'articolata analisi che, insieme a Fausta Cialente, Gertrud Kolmar, Helga Schneider Karin Boye, e Alki Zei Valeria Consoli allarga ad abbracciare alcune figure femminili significative della letteratura europea del Novecento.

e i romanzi di Fausta Cialente hanno avuto come referente ideale l’Egitto del tempo della borghesia coloniale levantina, apparentando - almeno per certi aspetti - l’opera della scrittrice di origini triestine a quella di Nadine Gordimer riguardo al Sudafrica (1) , ribadendone d’altro canto, l’atipicità, data la penuria della tradizione letteraria italiana nell’affrontare tematiche e soggetti non propriamente ‘autoctoni’, diversamente avviene in altre aree ed in altri contesti culturali e linguistici europei, come – ad esempio – in quello della letteratura nederlandese (2).

Hella Haasse
Indonesia. Raccolto del tè
Foto © Phillip W. Cohen
Fin dal secolo XVI infatti, I Paesi Bassi sono stati notoriamente un ‘centro d’accoglienza’ nel cuore dell’Europa, per gli Ugonotti – come venivano definiti i Protestanti in Francia, Brabante e Fiandre, nonché per gli Ebrei cacciati dal Portogallo e dalla Spagna, per tacere degli esiliati – anch’essi ebrei o protestanti – dell’Europa Orientale.

Inoltre già nella prima metà del Seicento, gli Olandesi avevano assunto il controllo sul piano commerciale dell’attuale Indonesia (3), creando un vero e proprio Impero coloniale, che tra alterne vicissitudini (4) conservarono fino alla Seconda Guerra Mondiale.

Era naturale pertanto che - accanto al più noto filone dell’ebraismo, che accanto ai nomi di Anne Frank e di Etty Hillesum annovera quelli di Harry Mulisch, di Gerhard Durlacher, di Jona Oberskj (5) - si venisse a creare tutta una generazione di autori, peraltro già operanti in lingua nederlandese, che sulla scìa di quella nuova ondata di immigrazione, di cui sono stati protagonisti tutti quanti i rimpatriati (soldati dell’esercito coloniale, quindi tutti gli abitanti delle ex –Impero, inizialmente dall’Indonesia, quindi a partire dagli Anni Settanta, anche dal Suriname (6) e dalle Antille (#)), continuano a serbare nel loro intimo una ricostruzione nostalgica della vita nel Paese asiatico, che assurge nel loro immaginario quasi a paesaggio dell’anima.

Già nel 1860, Eduard Douwes Dekker - più noto con lo pseudonimo di Multatuli (8) - nel suo romanzo Max Havelaar (9), uno dei capolavori della letteratura nederlandese insieme al Diario di Anna Frank – al di là delle implicazioni di carattere politico e sociale, di cui si fa portavoce nel denunciare i soprusi perpetrati dalle autorità coloniali nei confronti degli indigeni, esprime nella sua scrittura quello che sarà per tutto il Novecento, il forte appeal esercitato dalla terra e dal popolo d’Indonesia su molti degli esponenti del panorama narrativo della nazione.

E’ proprio da questo forte legame che scaturisce quasi l’intera opera di Hella Haasse (10),‘la Youcenar dei Paesi Bassi’, come viene definita da una critica, che però solo nella seconda parte della sua carriera ha mostrato di apprezzarla degnamente.

Con la sua vastissima produzione di romanzi storici, fiction, poesia, teatro e saggi, è convinta che il compito dello scrittore, più che narrare, sia quello di svelare – dopo averla elaborata – la ‘verità, nascosta dietro i fatti, pervenendo in modo tale all’assunto che nella vita niente sia casuale e che di conseguenza anche i suoi personaggi non esistono come tali, bensì come semplici ‘portatori di idee’.

on Oeroeg (11), il romanzo con cui nel 1948 ha luogo il suo debutto letterario, i ricordi dell’infanzia e dell’adolescenza trascorse nelle Indie e connesse alle problematiche della dominazione coloniale, rivivono attraverso la vicenda dell’amicizia tra un giovane olandese ed il figlio di un sorvegliante giavanese. In un finale, che ricorda un po’ quello di Passaggio in India di E.M.Forster, i destini dei due amici si divideranno, come a testimoniare che i loro due mondi non saranno mai sullo stesso piano.

Hella Haasse
Kota, Indonesia. Casa coloniale
Ne I Signori del tè (12), un ampio affresco coloniale del 1992, l’autrice giunta ormai alla sua tarda maturità delinea la vicenda, nel contempo affascinante e tragica, di una famiglia di coltivatori di tè nell’isola di Giava.

Se l’accostamento al Forster di Passaggio in India può in qualche modo proporsi riguardo al primo romanzo della Haasse, il referente forse più immediato de I signori del tè può senza alcun dubbio ricondursi al capolavoro di Thomas Mann, quei Buddenbrook, nelle cui fallimentari vicende individuali non è difficile scorgere, almeno nelle intenzioni dell’autore, la decadenza e la crisi di una classe, la borghesìa, rivisitata attraverso le vicende di tre generazioni di commercianti di coloniali nel Nord della Germania.

«I signori del tè sono un romanzo ma non una finzione – commenta l’autrice stessa in una sorta di Prefazione . I personaggi e gli avvenimenti si basano su lettere e altri documenti che mi sono stati messi a disposizione dalla fondazione “Het Indisch thee – en familie – archief”: discendenti e parenti dei personaggi del mio libro.» (13)

Partendo dunque dalla dichiarazione di Philippe Labro (14) secondo cui «un’opera di fantasìa mescola come le pare il vero e il falso, il vissuto, il trascritto, l’immaginario, la biografia» ecco che Hella Haasse rievoca le vicende di una dinasty originaria dei Paesi Bassi – quella della famiglia Kerkhoven e degli altri ceppi fra loro imparentati – che, immigrata a Giava a metà dell’Ottocento, dalle rigogliose piantagioni di tè, di cui l’isola era ricchissima traeva il proprio sostentamento, dando origine, in questo modo, ad una delle rotte più significative del colonialismo internazionale. Ivi stanziatisi, come si è detto, già nella prima metà del Seicento (15), un periodo in cui l’economia olandese conosce un momento di sviluppo vertiginoso grazie alla rapidissima espansione del settore mercantile, solo a partire dal 1830 ha tuttavia inizio lo sfruttamento sistematico delle risorse locali: per riprendersi dalle perdite economiche subìte per la Secessione del Belgio, per le guerre sostenute contro gli Inglesi nel Sudafrica (16) e – last but not least - per la concorrenza statunitense e brasiliana, i Paesi Bassi - presenti su tutto il territorio attraverso propri governatori ed un proprio apparato amministrativo– istituiscono il ‘sistema della coltura’ o della piantagione forzata, in base a cui la pianificazione agricola è decisa dal colonizzatore, dando luogo in questo modo ad un sistema facilmente soggettto a corruzione, sia da parte di quella nobiltà indigena, che attraverso il controllo dei territori esercitava in questo modo tremendi soprusi nei confronti delle popolazioni contadine, sia da parte dei funzionari olandesi, che così facendo salvavano la madrepatria dalla bancarotta.

Indonesia. Raccolto del tè
Foto © Bob Witkowski
E’ questo lo scenario, in cui il già citato Multatuli (17) non solo ambienta il suo Max Havelaar (il quale non è altro che il suo alter ego) ma è presente lui stesso all’inizio del romanzo della Haasse:

«Sono liberali di tendenza radicale, che non peccano certo per buona comprensione della situazione e si riallacciano alle idee di Douwes Dekker, un nostro cugino acquisito che ora si fa chiamare Multatuli. Ed è il caso di dire che quello ha idee tutt’altro che liberali.»

«I suoi scritti sono pieni di passione. Ho letto il suo libro, Max Havelaar

«Devi saper una cosa. Dekker ha fregato – excuse le mot – il tema, l’oggetto del suo racconto, al pastore Hoevell, che vent’anni or sono aveva messo tutt’e dieci le dita sulla piaga. Era stato un vero martire per la buona causa – all’epoca lo avevano cacciato dalle Indie – ma non aveva mai fatto chiasso quanto Dekker. Conosci Dekker? Quando si trovava in Olanda con la moglie ha fatto spesso visita alla famiglia.»

«Non ricordo, ero ancora un bambino. Però, l’anno scorso, ho assistito a una sua conferenza All’Aja. Lo trovo un oratore entusiasmante. Mi sembrava che avesse ragione in molte cose.»

Se l’influsso del Dekker e del suo Max Havelaar (18) risulta palese nella veste ‘diaristica’ della vicenda, non si può negare d’altro canto come una sorta di sindrome di straniamento faccia capolino, sia pure a tratti, nella narrazione; specie quando a rievocare i ‘fatti di Indonesia’ sono le donne della famiglia: questo è una delle considerazioni di Jenny Roosegaarde, la giovane moglie del protagonista, Rudolf Kerkhoven

«La mamma è nata nelle Indie, a Semarang, e anch’io.
Siamo tutti nati nelle Indie a parte la povera piccola Betsy.
Quando stavamo in Olanda mi sono accorta che eravamo diversi.
Siamo bianchi e biondi, ma non siamo europei.(…) Il babbo non lo nota.
E’ nato a Zutphen ed è venuto nelle Indie solo a ventisei anni.
Crede che possiamo essere olandesi veri proprio come lui e di potersi aspettare che diventiamo altrettanto fermi e ragionevoli. Ma questo dipende proprio dalla volontà di qualcuno?»
(19)

Indonesia.
Maschera madura
ien fatto di pensare a come il tema dello straniero, accanto alle figure dell’inetto piuttosto che del reietto (20) possa essere, a questo riguardo, inserito a pieno titolo fra i topoi della letteratura europea del Novecento, come dimostra questo brano tratto da Il vento sulla sabbia (21) della scrittrice – triestina di origine (e non a caso!) ma vissuta per molti anni in Egitto – Fausta Cialente

«Il fatto di vivere da straniero in un paese che non sarebbe mai stata la sua vera patria, l’avrebbe reso quel che non voleva essere a nessun costo, uno sradicato, non un orientale, né un occidentale.
La fratellanza con un popolo tanto diverso era impossibile, diceva, troppo romantica per essere reale, e del resto sarebbe venuto il momento in cui tutti gli europei avrebbero dovuto sgomberare.»
(22)

Una certa analogìa con la Cialente può venire confermata dalla ricerca, che Hella Haasse persegue nei confronti di quella verità delle cose, che soltanto un animo femminile riesce in genere ad indagare con fermezza, avallando in modo implicito il carattere della denuncia di un certo sistema, che vorrebbe la donna ‘succube’ dell’uomo, anche in quelle società apparentemente ‘civili’, come la realtà nordeuropea vorrebbe farci credere, in un tempo - la metà dell’Ottocento – in cui anche Henrik Ibsen ed il suo Casa di bambola – sembrano essere lontani anni - luce!

«La mamma aveva appena quindici anni quando ha incontrato il babbo. (…) A diciotto anni è ritornata nelle Indie con alcuni conoscenti e a Surabaya si sono sposati. Il babbo è tutto per lei, è lui che prende le decisioni, lei vede attraverso i suoi occhi. Non credo che riuscirebbe a vivere senza di lui. Il babbo l’adora, ma la ritiene una sua proprietà, gli sta bene che senza di lui non possa fare nulla, non sia nulla. E’ profondamente buono e comprensivo, ma è lui il padrone.
Una volta la mamma ci ha letto parte delle lettere che le aveva scritto durante il fidanzamento: parlava in continuazione della “gabbietta” che stava sistemando per lei. Come se dovesse tenarla prigioniera! Come se questo fosse il suo destino! So bene che non è il caso che faccia domande sulla vita coniugale dei miei genitori, ma percepisco la presenza di qualcosa che non sale mai in superficie. Che cosa sarà?»

Il perseguire una ricerca sistematica sullo studio dei caratteri non ha impedito all’autrice de I signori del tè di trasferire sulle pagine dei suoi romanzi ambientati in Indonesia la fascinazione di una terra tanto lontana quanto diversa dalla ‘madrepatria’: i suoni, i colori, i profumi di quelle contrade lussureggianti rappresentano il contesto naturale di tutta quanta la vicenda, che finisce per assumere i toni apocalittici di una tragedia che sa quasi di ‘profezia’ - se la si rapporta al recente, catastrofico tsunami, che il 26 dicembre 2004 ha sconvolto il Sud Est asiatico – allorchè la scrittrice rievoca la drammatica esplosione del vulcano Krakatoa del 27 agosto 1883, seguita da un imponente maremoto, così come le cronache dell’epoca lo descrivono:

Anak Krakatoa
Foto © Robert Decker
«…I giornali hanno riportato tutti i dettagli. Ne siamo proprio scossi: quando scrissi, il 27 (era il compleanno di Ruutje!) (23), non pensavo che il cataclisma fosse tanto drammatico.»

11 settembre

«…Continuiamo a investire qualche fiorino in più per mandare un messaggero a Bandung in cerca di giornali, perché ci sentiamo ancora nervosi e attendiamo le notizie con ansia. Il maremoto ha danneggiato seriamente la costa di Bantam: l’acqua è penetrata nell’entroterra per chilometri, distruggendo ogni cosa, trascinando in mare persone ed edifici. Poi si è messo a piovere cenere. Telok Bendung è rovinato e la baia è diventata inaccessibile per la massa sterminata di pomice che impedisce il passaggio delle imbarcazioni. All’ingresso dello Stretto di Sunda si vedono decine di migliaia di cadaveri…»

interesse di Hella Haasse per la storia non si esplicita tuttavia solo nelle suggestive rievocazioni dell’ambiente coloniale olandese in territorio asiatico; si estende anche a delle tematiche e a dei contesti a lei lontani nello spazio e nel tempo, quali la Roma del tardo Impero ed una Alessandria sospesa tra classicismo e cristianesimo, così come forse si può ritrovare soltanto in alcuni versi di Costantino Kavafis - il grande poeta cantore della grecità nato nella metropoli sul delta del Nilo – oppure in certi romanzi di Marguerite Yourcenar – a cui non a caso è stata paragonata – quali Memorie di Adriano.

E’ il caso di Profumo di mandole amare (24): in esso l’autrice rievoca la vicenda, conclusasi con una condanna a morte, di Claudio Claudiano, l’ultimo poeta classico di Roma,di probabile origine egizia, come attesta il suo pseudonimo di Niliaco, che scrisse e pubblicò in latino tra la fine del IV e l’inizio del V secolo della nostra (25) era e di cui si ignorano le date di nascita e di morte.

L’azione, che si svolge a Roma nell’arco di due giorni – il 5 ed il 6 luglio del 417 d.C – rievoca il processo e la condanna dell’uomo, che all’avvento del Cristianesimo si era rifiutato di aderire alla nuova religione, continuando la pratica dei culti pagani, e che aveva ‘osato’ far rappresentare durante un banchetto nella propria casa– con l’ausilio di due mimi di nome Urbanilla e Pilade - una rivisitazione del mito di Bacco e di Arianna, giudicato troppo erotico da alcuni degli astanti.

Indonesia.
Orchidea della specie delle coelogyne
Foto © David Morris
L’amore ed il gusto per la mitologìa dell’antichità ritorna in uno dei suoi ultimi romanzi – a dire il vero di sapore vagamente ibseniano- e che si intitola La fonte nascosta (26).

«Non venderei mai, come Faust, l’anima al diavolo in cambio dell’eterna giovinezza, però la venderei per una scintilla di genialità (…) Nel profondo del cuore provo il desiderio di poter spezzare le catene che mi ostacola nella crescita verso quel vertice supremo.» (27)

Così Jurien Siebeling, l’ ‘io narrante’ di questo breve romanzo filosofico, esprime tutta la tensione dell’artista, proteso fra lo sforzo di riprodurre la natura, ricreandola in tutto il suo magico splendore, e l’angoscia derivante dall’impossibilità di realizzare il suo sogno.

Nel periodo, in cui si sta formando in Europa la corrente filosofica dell’esistenzialismo, mirante a scorgere nell’individuo un essere paradossalmente ‘condannato alla libertà’ e costretto quindi ogni volta a trovarsi, quasi suo malgrado, davanti ad una scelta, diventando in questo modo un tragico antieroe, sempre responsabile delle proprie azioni, ecco che l’uomo diventa prigioniero della quotidianità, nonché di quegli ‘obblighi morali’ impostigli dalla società: proprio perché sa di essere condannato a morire, l’uomo è pertanto libero di scegliersi una strada, rifiutando solo in questo modo l’assurdità della propria esistenza.

Ripercorrendo la vita dell’autrice, specie attraverso alcuni saggi autobiografici, alla ricerca di elementi, che possano esserle serviti da ispirazione per questa vicenda, si incontrano descrizioni di ambienti e situazioni di sicuro presenti all’autrice nel corso della stesura del romanzo. In particolare gli anni nei quali, essendo la madre in cura a Davos, in Svizzera (28), la piccola Hella viveva in un pensionato a Baarn, presso Utrecht, dove trascorreva le domeniche dalla nonna paterna, una teosofa, che spingeva la nipotina a questo genere di argomentazioni, parlandole spesso delle creature invisibili, che animerebbero gli alberi e tutte le altre forme della natura.

Amsterdam, canale
La protagonista, la bella ed infelice Elin (nel nome forse un pallido riferimento a Ellida, la ibseniana Donna del mare?) - paragonata dall’autrice alla ninfa Aretusa, che per sottrarsi alle insistenti attenzioni del dio fluviale Alfeo viene trasformata da Artemide in una sorgente, scavandosi un lungo percorso sotterraneo e dando luogo alla fonte omonima, che ancora oggi si può ammirare nei pressi di Siracusa, in Sicilia - similmente al personaggio della mitologìa greca, farà perdere misteriosamente le sue tracce scomparendo in mare, alla ricerca di quella legittima aspirazione alla libertà, da lei – che da sempre nutre la vocazione per la pittura – giustamente perseguita e anelata.

L’amore per il mito – rivisitato stavolta non più nella sua valenza di mediterranea solarità, bensì nella sua più cupa accezione nordica – ritorna nel recente La pianista e i lupi (29), interamente ambientato in un’antica villa delle Ardenne a cavallo fra gli Anni Trenta e Quaranta, allorchè sull’Europa incombe lo spettro del nazismo, cui l’autrice pare assimili il motivo conduttore del lupo, che qui – come nelle cupe leggende nordiche – assumerebbe svariate sembianze: è Fenrir, la bestia sovrana della mitologìa germanica, che inghiottirà Odino alla fine dei tempi, ma è anche l’animale domestico con cui giocare, una sorta di lupo travestito da agnello.

Al mistero della creazione artistica e al suo ‘gioco di specchi’ con la vita, si ispira anche il più recente romanzo di Hella Haasse, non a caso intitolato Le vie dell’ immaginazione (30), il cui protagonista, Klaas – che redige una rivista dal significativo nome di «Enigma» – si imbatte casualmente nei versi di un poeta sconosciuto, certo B.Mork: ritrovare altre sue opere e ricostruirne la biografia diviene per l’uomo una vera ossessione… Anche qui, il continuo rimando ai miti – nella fattispecie a quello di Filemone e Bauci (31) – nonché l’infinito riflettersi tra esperienza e invenzione ricordano – sembra dire l’autrice – che non esiste una realtà oggettiva, che non sia perennemente trasformata da quella inesauribile ‘sorgente creativa’ (palese il riferimento al romanzo La fonte nascosta in precedenza citato), che oguno di noi si porta dentro, più rivelatrice e reale della vita vissuta!

lla luce di questo excursus – non certo esauriente - dell’opera di Hella Haasse, data la vastità e la complessità delle tematiche trattate da questa scrittrice, ancora pressocché sconosciuta in Italia – viene fatto, tuttavia, di evidenziare almeno i più salienti tracciati narrativi. Da una parte, il filone, che si riallaccia all’Indonesia, in cui la componente dell’immaginario tende a prevalere sul carattere di esplicita denuncia, che di contro si nota nei romanzi di Fausta Cialente ambientati nell’Egitto della borghesìa levantina e che rinvierebbe quest’ultima piuttosto alla scrittura di Enrico Emanuelli (32). Dall'altra, l’amore per il romanzo storico e l’interesse per il mito – come abbiamo già visto, nella sua duplice declinazione, classica e nordica – quest’ultima non disgiunta da quelle sollecitazioni di matrice teosofica, cui si è in precedenza accennato.

Hella Haasse
Hella Haasse
Foto © Bibliotheek Vlissingen
Riguardo poi agli autori europei, che maggiormante potrebbero avere influenzato l’opera narrativa di Hella Haasse, accanto – e non poteva essere diversamente (!) – al suo compatriota Multatuli ed al suo Max Havelaar, sicuramente E.M.Forster di Passaggio in India, insieme con Thomas Mann - riguardo al modo in cui l’autore dei Buddenbrook riesce a rappresentare la ‘storia di una famiglia’ con i suoi vizi e le sue virtù. Indiscussa è l’influenza di Henrik Ibsen, per via di quelle già accennate sollecitazioni di matrice esistenzialista, che il grande drammaturgo norvegese ha ampiamente evidenziato nei suoi scritti.

Bibliografia

Vagando per una selva oscura, Rizzoli, 1991.
Il lago degli spiriti, Ed. Lindau, 1992
Il profumo di mandorle amare, Rizzoli, 1993
I signori del tè, Rizzoli, 1994
Di passaggio, Iperborea, 1996
La signora Bentick, Rizzoli, 1997
La fonte nascosta, Iperborea, 1997
Le vie dell’immaginazione, Iperborea, 1991
La pianista e i lupi, Iperborea, 2003.


Note

1 - v. Valeria Consoli, Fausta Cialente, la ‘Nadine Gordimer’ italiana e ilsuo stretto rapporto con Trieste, crocevia di culture, in «LA MOSCA di Milano», intrecci di poesia, arte e filosofia, (Confini, ) n. 11, novembre 2004, p.22.
2 - v. DALL’AUTUNNO DEL MEDIOEVO ALLE MONTAGNE DEI PAESI BASSI, La letteratura nederlandese in traduzione italiana, a cura di Michael Dingenouts, Fulvio Ferrari, Laura Pignatti, Elisabetta Svaluto Moreolo, Iperborea, Milano, 2001.
3 - la cui capitale Giacarta aveva assunto il nome di Batavia dai Batavi, antico popolo germanico, che abitava l’Olanda.
4 - v. op. cit. in nota n.2 , pp.30/31.
5 - Dal romanzo Kinderjaren, tradotto in molte lingue e che ha conosciuto un notevole successo sia in patria che all’estero, il regista italiano Roberto Faenza nel 1993 ha tratto il film Jona che visse nella balena.
6 - Nota in passato come Guyana Olandese.
7 - Tra questi l’antillano Cola Debrot, fondatore della letteratura antillano - nederlandese, con un’operazione paritetica a quella del Premio Nobel Derek Walcott (1992) nei confronti della letteratura anglo – caraibica.
8 - dal latino multa tuli (molto ho sopportato)
9 - Max Havelaar, of de koffieveilingen van de Nederlandische Handelsmatschappij (Max Havelaar ovvero le aste del caffè della Società di Commercio Olandese)
10 - Nata a Giacarta nel 1818.
11 - trad. Il lago degli spiriti
12 - trad. Heren van de thee.
13 I signori del tè, (trad. dal nederlandese di Cristina Hess), Rizzoli, Milano, 1992, v. Ringraziamento.
14 - Regista e critico cinematografico francese. Suo il film Lo sparviero del 1976 con Jean Paul Belmondo.
15 - Con la fondazione della Compagnìa delle Indie Orientali (1602) e della Compagnìa delle Indie Occidentali (1621)
16 - le guerre cosiddette anglo – boere, dalla parola olandese boer (contadino), l’ultima delle quali fu combattuta nel 1901
17 - v.nota n. 9
18 - Il romanzo narra le vicende di Dekker nelle Indie: Max Havelaar è il suo alter ego. E’ inizialmente ambientata ad Amsterdam, dove il sensale Batavus Droogstoppel incontra un vecchio compagno di scuola, tornato povero dalle colonie, che il giorno dopo gli manda un plico di documenti. D. trova nelle carte molte notizie interessanti e fra queste un resoconto sulla coltivazione del caffè a Manado, decidendo di usare quelle informazioni per un libro che intende scrivere. Per la stesura del testo chiede la collaborazione di Ernst Stern, un giovane impiegato tedesco. L’opera, che dovrà intitolarsi “ Le aste del caffè nella Società del Commercio Olandese” descrive la bellezza di Giava, ma anche lo sfruttamento dei Giavanesi, nonché le vicende di Max Havelaar, assurto a eroe che lotta contro il sistema.
Al di là del valore politico e sociale, Max Havelaar è un capolavoro della letteratura nederlandese e comunque il più noto nel mondo, insieme al Diario di Anna Frank. Tradotto subito in Inglese, in Francese ed in Tedesco, può essere letto oggi in ben 39 lingue.
19 - v. I signori del tè, p. 157.
20 - v. Il romanzo di Fausta Cialente di Valeria Consoli, G.Miano Editore, Milano, 1985.
21 - v. op.cit. p..46.
22 – F.Cialente, Il vento sulla sabia, Mondadori, Milano, 1972, p. 122.
23 - Diminutivo di Rudolf in nederlandese.
24 - H.Haasse, Een nieuwer testament, (trad. di Cristina Hess), Rizzoli, Milano, 1993.
25 - All’incirca tra il 394 e il 404 d.C.
26 - H.Haasse, De verborgen bron (trad. di Laura Pignatti), Iperborea, Milano, 1997.
27 - Op. cit. p….
28 - Dal 1925 al 1928.
29 - H.Haasse, Fenrir (trad. di Lisetta Figurelli), Iperborea, Milano, 2003.
30 - H.Haasse, De wegen der verbeelding, (trad. di Laura Pignatti), Iperborea, Milano, 2001.
31 - un’anziana coppia di sposi, assurti a simbolo dell’amore coniugale, protagonisti di un episodio delle Metamorfosi ovidiane.
32 - V.Consoli, Il romanzo di Fausta Cialente, Miano Editore, Milano, 1985, p. 46.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 5 aprile 2005
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