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Contributi
Produzione e fruizione, comunità e mercato della poesia
(di Pasquale Vitagliano)


Non è forse un segno dei tempi? Poeti bravi pubblicati da piccole case editrici, e autori scarsi dai colossi del mercato! La verità confortante è che la poesia resiste e prospera creativamente nonostante qualsiasi difficoltà. Anzi, sembra guadagnarci.
Dopo l'articolo di Giuseppe Fiori (L'onda), prosegue il dibattito innescato dalla recente pubblicazione di alcune antologie che fanno il punto sulllo produzione poetica italiana nel secolo appena concluso. Partendo da un assunto a prima vista tutt'altro che paradossale – la poesia non ha più un pubblico – attraverso una articolata argomentazione, Pasquale Vitagliano ribalta i termini della questione. Si profila così l'ipotesi che, se non di un "pubblico", si possa però parlare di una "comunità" , quanto mai cospicua, vegeta e vitale, capace di provvedere a se stessa, a dispetto del mercato.

a poesia oggi non ha pubblico. E un arte senza pubblico è destinata ad estinguersi, in quanto non c’è più comunicazione, non c’è più feconda reazione. Questo è il triste destino che incomberebbe sullo scrivere in versi secondo quanto affermato in una recente intervista da Alfonso Berardinelli, discutendo della nuova edizione de Il pubblico della poesia, libro curato insieme con Franco Cordelli, circa trent’anni dopo la prima edizione del 1975.

«La poesia in Italia è letta solo dai poeti o dagli aspiranti tali», afferma Berardinelli. «Si tratta di un pubblico viziato all’origine, perché autoreferenziale, un pubblico in cui prevalgono gli interessi personali. La poesia dovrebbe invece avere un pubblico competente, come quello della narrativa».

«Sono più orgoglioso delle cose che ho letto che di quelle che ho scritto». L’affermazione drastica di Berardinelli contiene in sé l’origine del suo ribaltamento. E la chiave di volta ce la fornisce la citazione del lettore Borges.

C.E. Perugini
E se il migliore lettore di poesia fosse proprio colui che scrive poesia? Se la scrittura, infatti, non fosse – come non lo è per molti poeti o aspiranti tali – uno strumento, peraltro spuntato, per ambire ad un qualche successo, a qualche più o meno brillante ribalta, bensì una condizione dell’essere ed una protesi della lettura? Allora sì, chi scrive sarebbe anche il miglior lettore.

La poesia ha, dunque, un pubblico. Meno competente di quello della narrativa? Non si intende in virtù di quale metro di giudizio. Certo, i lettori di poesia sono meno visibili di quelli della narrativa. Forse, però, proprio per questo – ed anche in quanto scrittori di poesia – costituiscono una comunità, mentre gli altri rappresentano un mercato. Anzi, il mercato dell’editoria. E questo è un merito, non è solo un possibile limite.

E la critica? Quest’altro tema viene toccato dalla pubblicazione dell’antologia, La poesia italiana oggi, di Giorgio Manacorda. A leggere insieme questi due libri, verrebbe fuori un panorama desolato e contraddittorio, senza lettori e senza critica: ostili i primi, disinteressata la seconda. E con l’editoria a farla da padrona, a selezionare i valori intellettuali, con il risultato paradossale – lo fanno emergere gli stessi autori in discorso – di poeti bravi pubblicati da piccole case editrici e di autori di scarso interesse che escono per le grandi case editrici.

Lello Voce
Ma questo risultato non smentisce proprio l’assunto che sia l’editoria ad aver sostituito la critica? Non dimostra proprio la vitalità della poesia.

Forse è che la poesia in questi anni di crisi ha riacquistato il suo statuto più genuinamente esistenziale. Esisto per scrivere: si riparte da questa condizione, dopo che tutto è stato già scritto, alla ricerca, dunque, di nuove cose da dire, di nuovi linguaggi. La poesia ridiventa l’identità di una nuova comunità linguistica, originaria e reticolare, nella quale lettura e scrittura si incrociano, pubblico e critica si sovrappongono, piccole voci e dimensioni globali si intersecano.

Internet, le riviste on line, i forum costituiscono la geografia di questa nuova comunità, di questo virtuale, post-moderno, eppure antichissimo, “quartiere” degli artisti, dove è possibile che passi di tutto (come in ogni quartiere), ma per il quale può anche transitare una vera anima poetica. E questa resta… Oltre la rete.

E non c’è solo questa, a tracciare i confini dei nuovi lettori della poesia. Può anche esserci un luogo fisico della poesia. E il caso dell’esperienza della Slam Poetry – con poeti che in gara leggono su un palco i propri versi – sperimetati a New York negli anni ’90 e importati in Italia da Lello Voce.

Anche questa esperienza – «Faccio Slam, dunque sono», dice Lello Voce. «Con la recitazione il poeta mette la propria identità nelle mani della comunità degli uditori-lettori-scrittori» – conferma la natura di questa nuova poesia, circolare, multiforme, con una parola, borgesiana. Una poesia che tenta anche di scendere dalla propria isolata torre d’avorio, che prende definitivamente consapevolezza di non essere più la sola genitrice di Parola; che sa ormai di dover competere con gli slogan pubblicitari, con i versi delle canzonette, con i titoli della scrittura creativa.

Da questo azzeramento (lo zero non è forse circolare?) può nascere una poesia nuova per un nuovo universo di lettori.

Milano, 04 agosto 2005
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