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SERGIO ATZENI (CAPOTERRA, 1952 – ISOLA DI S.PIETRO, 1995)

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In ricordo di Sergio Atzeni, a dieci anni dalla scomparsa.
(di Giovanni Nuscis)


Sergio Atzeni
Capoterra, 1952 – Isola di S. Pietro, 1995
uscitò profonda commozione la sua tragica morte. Pure a chi, come me, lo conosceva solo attraverso le sue opere.

La sera del 6 settembre 1995, quando Sergio Atzeni perse la vita, avevo suggerito la lettura dei suoi libri ad alcuni amici; un po’ insistendo, convinto del suo valore quanto dell’ingiusto silenzio che mi sembrava ci fosse su di lui, da parte dei quotidiani sardi. «Dovrebbe darti una percentuale, Atzeni, per i libri che gli fai vendere…» mi disse scherzoso uno dei presenti che sapeva della pubblicità fattagli anche in altre occasioni. (Una frase che mi è rimasta dentro, negli anni, assieme all’immagine della libreria di Sergio Atzeni, a Torino – che ho trovato descritta da qualche parte - ricavata da cassette per la frutta).

Il giorno dopo, leggendo su «La Nuova Sardegna» della sua morte, trattenni a fatica le lacrime.

Sergio Atzeni, per me, non era solo uno dei bravi scrittori apprezzati negli anni, classici o moderni che fossero. Da appassionato di narrativa e di poesia, la sua vicenda letteraria, lui ancora in vita, ritenevo che avesse qualcosa di particolare, di mirabile.

La sua conoscenza, nel 1986, la dovevo a Goffredo Fofi che sulla rivista «Linea d’ombra» recensì il romanzo d’esordio Apologo del giudice bandito. Un giudizio entusiastico per un critico notoriamente severo e selettivo, che seppe accendere la mia curiosità di lettore. Trovandomi a Cagliari, in quel periodo, il piacere di leggere la splendida storia ambientata proprio lì, nel capoluogo sardo, si accrebbe per l’opportunità di poterne frequentare i luoghi descritti, e viceversa. La stima fu immediata e senza riserve, fondandosi sull’apprezzamento di un’eccellente scrittura quanto di una colta, ironica e persuasiva rilettura della nostra storia di sardi. Uno sguardo lucido sulla nostra nobiltà e sulle nostre miserie, sullo sfondo di un’invenzione fresca, originale.

Sergio Atzeni aveva dunque quarantatre anni quando morì nelle acque dell’isola di S. Pietro. Nato a Capoterra nel 1952, aveva vissuto a Orgosolo e a Cagliari dove si era formato umanamente e culturalmente. Nel 1986 decise di lasciare l’isola andando a vivere, cambiando più volte lavoro, all’estero e nella penisola, fino al trasferimento a Torino dove si era stabilito ormai da alcuni anni.

Impossibile, per chi ne conosceva le opere, non cogliere nella sua fine i chiari segni di una predestinazione: profeticamente intuita e poi, giocoforza, accolta in un istante fatidico, con la serenità (quel braccio che da ultimo salutava calmo, prima di scomparire tra le onde) di una fede forte. Osservava al riguardo Angelo Mundula: «Leggendo il romanzo di Sergio Atzeni (n.d.r. Il quinto passo è l’addio) con quel titolo che oggi appare quanto mai profetico, ebbi l’improvvisa intuizione che quell’ addio ne ripristinasse l’originario significato (ad Dio, a Dio), imprimendo al racconto una forte colorazione religiosa e, in qualche modo, escatologica. …Accade, in qualche modo, sempre, che i veri poeti (e un romanziere autentico, importante e forte come Atzeni certamente lo è) siano anche profeti, ma forse mai lo si è potuto verificare in modo così drammaticamente vero come nel caso di Atzeni. Ma c’è di più: se Il quinto passo è l’addio è il presagio lucido della morte, il romanzo appena uscito postumo (e consegnato all’editore poco prima della morte) – Passavamo sulla terra leggeri... – è di tale precisa, presaga esattezza sul modo stesso della propria morte per acqua da lasciare sgomenti e, insieme, ammirati. » («L’Unione sarda» del 10 aprile 1996).

Molti conoscevano già Sergio Atzeni, ma la sua fine precoce, accompagnata dall’emersione postuma di molte notizie sulla vita privata e artistica, che ne hanno confermato la statura, ha senz’altro contribuito a farne un autore di culto e di riferimento per le nuove e meno nuove generazioni di lettori e di scrittori.

All’ Apologo del giudice bandito (1986) sono seguiti gli altri romanzi: Il figlio di Bakunìn (1991), anch’esso edito da Sellerio, e Il quinto passo è l’addio (1995), per Mondadori. Una settimana prima di morire aveva consegnato a Mondadori il manoscritto del suo quarto romanzo uscito postumo Passavamo sulla terra leggeri (1996). Postumi usciranno anche i racconti sotto i titoli: Sì…otto (Condaghes 1996), Bellas Mariposas (Sellerio 1996)(comprendente Il demonio è cane bianco - il suo primo racconto pubblicato la prima volta a Cagliari nel 1984 con Le Volpi Editrice, e il titolo Araj dimoniu, antica leggenda sarda – e Bellas Mariposas, l’ultimo, finito di scrivere nell’estate del 1995), Racconti con colonna sonora e altri in “giallo” (Il Maestrale 2002), Gli anni della grande peste (Sellerio 2003); la raccolta poetica Due colori esistono al mondo. Il verde è il secondo (Il Maestrale 1997); una raccolta di fiabe con Rossana Copez Fiabe sarde (Condaghes 2002); dei documenti-racconti col titolo Del raccontar fole (Sellerio 1999). Avendo collaborato con quotidiani e riviste (in particolare, con «l’Unità», «La Nuova Sardegna» e «Rinascita sarda») e con case editrici, è anche autore di articoli e di traduzioni dal francese: saggi (come quelli di Jean Paul Sartre, Claude Lévi-Strauss e di Francoise Dolto) e opere letterarie (tra le quali, il romanzo Texaco del martinicano Patrick Chamoiseau).

Sulla vita e l’opera di Sergio Atzeni sono stati scritti due volumi: Trovare racconti mai narrati, dirli con gioia a cura di Giuseppe Marci e Gigliola Sulis (Cuec, 186 pagine, euro 12,91), che raccoglie gli atti del convegno a lui dedicato svoltosi a Cagliari nel novembre del 1996, e il saggio di Giuseppe Marci Sergio Atzeni: A lonely man (Cuec 1999, euro 15,49).

Dei romanzi – di cui si richiama in calce l’indimenticabile primo capitolo de Il quinto passo è l’addio – si riassumono qui in breve le storie, a cominciare dall’ Apologo del giudice bandito incentrato su un fatto storico documentato: il processo alle locuste che infestarono la Sardegna, nel 1492, a Cagliari, da parte dell’Inquisizione. Storia di vincitori e vinti, impietosamente radiografati, tra chiaroscuri di dignità e di coraggio, di grandezza e di squallori e bassezze sub umane.

Nel successivo romanzo, Il figlio di Bakunin, sotto forma di inchiesta, si va a delineare poco per volta la fisionomia del protagonista Tullio Saba, anarchico e capopopolo, e il contesto storico e sociale durante il periodo fascista e nella realtà mineraria sarda, mettendone in luce la natura multiforme e complessa attraverso una miriade di testimonianze, che si fanno così tasselli di un’unica, ampia verità.

Il distacco da una città (Cagliari), ma soprattutto da sé stesso, dal proprio passato e dalle proprie esperienze (di giornalismo in una radio locale, di musica, di sesso, di droga) racconta invece il terzo romanzo Il quinto passo è l’addio, attraverso il protagonista Ruggero Gunale (giovane che vive le utopie e le disillusioni di una generazione; alter ego, almeno per alcuni tratti, dello scrittore). Distacco che avviene attraverso una lenta, lucida e impietosa rivisitazione della propria vita, resa con l’immagine iniziale di una città che quanto più si allontana dal protagonista, a bordo del traghetto, tanto più le si abbarbica dentro evocandogli dolori e ferite, inducendolo a tracciare bilanci.

Il quarto e ultimo romanzo, Passavamo sulla terra leggeri, è la storia di un’epopea grandiosa sospesa tra verità e sogno: quella della civiltà sarda; essa viene raccontata dall’anziano narratore Antonio Setzu a un bambino di otto anni perché ne divenga custode (custode del tempo) e, a sua volta, in punto di morte, la trasmetta a un altro. La memoria, dunque, di un’epopea mitica che attraversa i millenni e che inizia coi leggendari abitatori dell’isola, fino alla caduta, con la battaglia di Sanluri, nel 1409, del giudicato di Arborea (regno a tutti gli effetti) per mano aragonese. Delimitazione cronologica per nulla casuale, che trova spiegazione al termine del libro: Noi custodi del tempo, dal giorno della perdita della libertà sulla nostra terra, abbiamo preferito finire la storia a questo punto.

Dei racconti, non si può qui non accennare a Bellas mariposas (1995), lavoro significativo nell’evoluzione della ricerca e della scrittura di Sergio Atzeni. E’ la storia di due ragazzine adolescenti ambientata in un quartiere popolare di Cagliari. I sogni (quello di diventare rock star) in un contesto di degrado ambientale (le violenze fisiche e psicologiche, anche familiari, e la deprivazione, l’emarginazione), ci disvela lo scrittore delle due belle farfalle, e lo spaccato inedito (per la tradizione letteraria sarda) della realtà urbana dell’isola, con una lingua che ne riproduce caratteristiche ed espressioni: con autenticità e, allo stesso tempo, con una leggerezza giocosa nuova per lui, rispetto alle prove precedenti.

L’Enciclopedia della letteratura Garzanti dedica a Sergio Atzeni una voce che così ne riassume in poche righe, l’opera: scrittore e traduttore italiano. Ha reinventato le storie arcaiche della sua Sardegna, con linguaggio petroso, ricco di accensioni liriche e di afflato epico, da autentico “artista artigiano della parola”. E ne cita i quattro romanzi.

Il lettore che per la prima volta entra in una storia di Sergio Atzeni, a iniziare dal lavoro d’esordio, resta in effetti subito colpito dalle immagini vivide, ad alta definizione. Dunque, una scrittura fortemente icastica che oscilla tra realismo crudo e abbandono lirico e visionario. Scrittura sapiente e rigorosa nel cercare rispondenza tra mondo fantastico, weltanschauung dell’autore ed espressione formale. Una scrittura che si avvale di periodi brevi, modellati e scarnificati con accurato lavoro di sottrazione, con una tendenza alla concentrazione e all’ellissi proprie dell’espressione poetica: Sergio Atzeni era infatti anche poeta (le sue poesie sono state raccolte e pubblicate nel 1997 da Il Maestrale).

Ciò che non di meno si può cogliere, nei suoi lavori, è il substrato di informazioni che ci rivela l’estensione della sua cultura e dei suoi interessi, la dimensione etica e la consapevolezza storica. E un punto di vista mai convenzionale, che se anche non lo si condivide non lo si può non rispettare. «La nostra generazione ha cercato di capire.» scrisse Giuseppe Marci che gli fu anche amico «Alcuni si sono adeguati e li abbiamo veduti diventare dirigenti e assessori, parlamentari e ministri della Repubblica, opinionisti famosi e comparse nei talk show. Altri hanno preso strade diverse, quasi celando pudicamente gli ideali che continuavano a nutrire. Sergio fra questi.» («La Nuova Sardegna», 8 settembre 1995).

Nessuno come lui, più di lui, tra i narratori sardi, ha saputo trasfondere così bene nella materia del romanzo valori universali e civili, e sentimento di appartenenza etnica: che, sebbene soffonda di aura mitica alcuni periodi della storia sarda, non impedisce però l’ironia, quanto meno la tensione critica. Rievocando vicende del passato, Sergio Atzeni ci richiama in realtà il suo e il nostro tempo. «Come se, insomma, avesse trovato nella scrittura» osservò Mario De Murtas riferendosi alle vicende in parte autobiografiche e generazionali raccontate ne Il quinto passo è l’addio «la chiave che gli consentiva di fare finalmente i conti con una storia collettiva che era stata anche la sua.» («La Nuova Sardegna», 7 settembre 1995). Sempre, però, con quella chiarezza e concisione che si conviene a un custode del tempo. E con l’acutezza di un poeta autentico: «Nessuno storico è tanto bravo quanto un bravo poeta, a raccontarla (la storia - n.d.r.)» sosteneva Angelo Mundula nell’intervento sopra citato.

Una personalità forte quella di Sergio Atzeni – in perenne lotta contro le difficoltà e le fragilità dell’umana condizione - autorevole, dirompente, destinata a fare scuola. Una personalità subito fiutata e apprezzata dal suo primo, autorevole editore: Elvira Sellerio, a cui lo scrittore doveva il suo ingresso nel mondo letterario dalla porta principale. Un’opportunità insperata, parrebbe, creatasi a seguito del rifiuto di alcuni editori locali di pubblicare i suoi lavori, come egli invece, in origine, avrebbe desiderato. Dopo due romanzi con Sellerio, egli approdò, col terzo romanzo, alla Mondadori, che gli pubblicò postumo anche il quarto.

Osserva Leandro Muoni, recensendo Racconti con colonna sonora e altri in “giallo”: «A questo proposito può essere opportuno notare come il caso Atzeni segni un momento di svolta nell'evoluzione della narrativa sarda del secondo Novecento: Prima di lui infatti scorgiamo soprattutto figure tutto sommato abbastanza isolate, grandi massi erratici, monumenti più o meno augusti: come la Deledda, Dessì, Cambosu, Lussu, Fiori, Satta, lo stesso Ledda in qualche modo. Dopo di lui invece è dato di vedere, rispetto all'erraticità della condizione precedente, la presenza progressiva di un vero e proprio 'sciame' letterario: vale a dire, una nuova stagione della letteratura isolana, la quale si colloca appieno questa volta con continuità, pur nella sua specificità, dentro il discorso letterario nazionale.»

Una traccia profonda ci ha lasciato dunque Sergio Atzeni del suo passaggio, riteniamo convinti avviandoci alla conclusione; e non potrebbe essere altrimenti se a distanza di dieci anni, rileggendo i suoi libri, proviamo ancora tanta ammirazione, ritrovandoci nelle belle pagine quanto nei sentimenti e nei valori ivi espressi, e nell’esempio della sua vita. Una vita ricca e intensa che amici, conoscenti, estimatori, a più mani, hanno ricostruito. Non solo per la nostra naturale curiosità di lettori, ma per farci meglio comprendere il valore e l’unicità dell’uomo e dell’artista; di uno - sostiene Ernesto Ferrero nel bel ricordo personale che ne ha tracciato in più occasioni, compresa l’ultima Fiera del libro di Torino – che «Correva da solo, fuori dal branco, ruvido e schietto, ancora capace di stupirsi, indignarsi, ridere. Perché era un uomo vero, in un ambiente in cui crescono a vista d’occhio gli individui virtuali. Perché era un uomo antico che anticipava il futuro. Uno per cui …contava l’essere, non l’apparire. Per questo non l’avete mai visto e non l’avreste mai visto ad un talk show. …Privilegio degli scrittori è proprio quello di continuare a parlare anche dopo la loro scomparsa fisica. Se sono autentici, come Sergio era, il seme che hanno gettato non va perduto.» («Diario», 5 agosto 2005). E noi non possiamo che concordare con lui.

(L’intervento di Giovanni Nuscis esce sul numero di settembre 2005 della rivista «Gemellae» in occasione del decennale dalla morte di Sergio Atzeni. Sono previste, il 6 settembre, nelle librerie della Sardegna, delle iniziative per ricordare lo scrittore scomparso.)

Dal romanzo Il quinto passo è l’addio, proponiamo la lettura del primo capitolo:

Trasparenze. Isola di San Pietro, Sardegna, 28/8/2001.
foto © Ugo Mellone
Ruggero Gunale esiliandosi dalla città
e discutendo con se stesso di principi morali
ha una visione mistica

Bocca aperta alle mosche, Ruggero Gunale guarda con occhi umidi e impietriti la città che si allontana: la croce d’oro sulla cupola della cattedrale e attorno a corona digradando i palazzi color catarro dei nobili ispanici decaduti, circondati da bastioni pietrosi invalicabili a piede d’uomo, dove pendono chiome di capperi al vento, di un verde che ride.

Guarda i quartieri moderni fuori le mura scendere dai colli al mare oleoso e verde cupo, i bei palazzi e portici dei tempi di Baccaredda (scrittore e sindaco, amato e carogna) e il lascito architettonico di quest’epoca ai futuri: il cubo luttuoso e vitreo che nasconde i vicoli del porto e offende il municipio bianco e danzante cui si è affiancato con protervia da funzionario viceregio d’altri tempi (non è escluso che i futuri decidano di amarlo e cantarlo… o lo smonteranno vetrata per vetrata e lo sposteranno in campagna oltre Palli e invece delle nere geometrie che spengono la luce e l’allegria vedranno panchine, fontane, palme e jacarandas?).

Ruggero Gunale guarda la città che si allontana. Saluta torri pisane e campanili. Sillaba a se stesso: “La mitezza non incute rispetto né suscita vero compatimento. Anzi: godono a schiacciarti.”

Con gli occhi della memoria vola per i vicoli del paese dove ha vissuto gli ultimi tre anni, gli pare di udire il ronzio di un calabrone in un pomeriggio silenzioso e di vedere i muri bianchi di calce ogni tanto incavati in portali neri o marroni, muri senza finestre, per proteggere gli abitanti dall’occhio sbavante dell’invidioso e da quello maligno della strega che passano per strada.

Nelle ultime novanta notti ha sognato di alzarsi, uscire sul tetto e tuffarsi nel vuoto. Nel sogno era mattina e Ruggero volava sopra i vicoli e i giardini murati, attorno alle campane, guardando auto e passanti, carretti e limoni, ma nessuno vedeva l’uomo planare portato dai venti. Arrivava in riva, guardava il mare, si chiedeva: “Lo attraverso?” e rispondeva: “No. E’ troppo largo.” Tornava indietro, rientrava dal tetto e si svegliava.

Pensa: “Sei figlio di puttana e intrighi, spingi e sgambetti, ti fai largo con la forza e l’astuzia e ti rispettano servili, vogliono farti fesso e se li fai fessi ti ammirano, ti imitano. Devi essere veloce nel colpire, regalare cicatrici. Se ti fermi a pensare, perdi il tempo e ti saltano addosso. Resta alla superficie delle cose e sali nella stima altrui”.

La calce dei paesi e l’acqua del mare e degli stagni riflettono la luce come aureola sulla cupola della cattedrale, attorno alla croce d’oro. Il sole del pomeriggio suscita dall’acqua vapori che imbiancano aria e mura. Luce e vapori avvolgono la città, pare staccarsi dai colli, nube guidata al cielo dalla croce. Visione da monaco medievale. Sciocchi e astuti nella Gerusalemme che sale al Signore. Così vede la città Ruggero Gunale e pensa: “E’ pulita e secca. Il sole la asciuga e il vento spazza via i fetori.”.

Ruggero parla a se stesso: “Fuggi. Dopo trentaquattro anni ti strappi alla terra dove hai amato, sofferto e fatto il buffone. Ogni angolo di strada testimonia una tua gioia, un dolore, una paura.

“In cambio sarò libero. La maschera che mi cuciranno addosso, lo straniero, l’isolano, il mendicante, mi nasconderà, occulterà il nome, sarò uomo fra uomini… Chi è mite compatisce i persecutori, ne vede la fragilità, le ferite nascoste e non si lamenta del male che subisce

.“Tu non sei mite. Ora soltanto hai percepito l’esistenza della mitezza. Perché vinto. Sei stato bestia, avida e feroce, finché avevi forza e te l’hanno permesso. Ora ti mascheri da esiliato, nascondendo il nome che per anni hai sventolato quasi fosse un merito.

“Non hai mai colpito per cattiveria. Per noncuranza, magari, o per cecità.

“Il nome sparisce, salva per un po’ la lapide in camposanto. E la vicenda presto è dimenticata, cancellata da nuove imprese di tonti e di campioni.”

Ruggero sente voci di madri che da altre finestre del porto chiamano i figli sapendo che non torneranno prima di cena, voci che modulano nomi al vento per avere un “eh!?” di risposta, prova che i figli non si sono spaccati la testa tuffandosi nella fontana vuota, non sono annegati in mare e non sono ai cessi pubblici fra le mani di un trucchista.

Carcerati cantano dietro le bocche di lupo alte sul colle: “Voglio la libertà, il mio avvocato al corno della forca e Marianna questa notte stessa”.

Coro di madri e galeotti offerto al Signore quando cala il sole.

“La spada è fatta per colpire, qualunque motivo santifichi la mano che la impugna. Fingi l’anima del monaco ma sei armato.

“Stare in basso a capo chino è penoso, anche se detto segno di saggezza.”

“La nave puzza di piscio e ammoniaca” pensa Ruggero Gunale immobile, uscendo dal dialogo interiore e guardando la città bianca di luce in volo dietro la croce d’oro, con madri e carcerati in canto sacro, profumata di salso.§

*****

Milano, 04 settembre 2005
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