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HELGA SCHNEIDER RACCONTA L'AVVENTO DEL NAZISMO IN GERMANIA, VISSUTO ALL'INTERNO DI GRUPPI SOCIALI E DI COMUNI NUCLEI FAMILIARI
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Motivo dominante della sua scrittura è l'avvento del nazismo in Germania, vissuto non tanto nelle sue dinamiche storico politiche, quanto nelle implicazioni che ciò avrebbe costituito sul piano umano, vale a dire non soltanto nello scontro fra la popolazione tedesca comunemente definita ariana e quella di razza ebraica, ma anche e soprattutto all'interno degli svariati gruppi sociali quando non all'interno di interi nuclei familiari.Questo contributo fa parte di un'articolata analisi che, insieme a Fausta Cialente, Hella Haasse, Gertrud Kolmar, Karin Boye e Alki Zei, Valeria Consoli allarga ad abbracciare alcune figure femminili significative della letteratura europea del Novecento.«Credo che il racconto, la parola, la testimonianza possano favorire un maggiore approfondimento delle realtà, possano eliminare i luoghi comuni stabiliti dalla ricerca storica della quale a volte mancano le autentiche fonti, possono umanizzare la storia, quella con la S maiuscola.»(1)
Vive da piccola l'esperienza, per lei sconvolgente, di essere condotta insieme ad altri bambini, fra i quali anche il fratellino Peter, nel bunker di Adolf Hitler di cui fa la conoscenza. (2) Ha legato la sua fama in modo particolare a due libri, Il rogo di Berlino (1998) e Lasciami andare, madre (2001), entrambi pubblicati da Adelphi.
Leggendo un suo libro, ci si sente pertanto indotti ad essere trascinati, o quasi, dentro un film, in cui siano solo le immagini a parlare e a dialogare con il pubblico, in questo caso con il lettore (11). Leit motiv dell'intera sua opera narrativa è l'avvento del nazismo in Germania, vissuto non tanto nelle sue dinamiche storico politiche, quanto nelle implicazioni che ciò avrebbe costituito sul piano umano, vale a dire non soltanto nello scontro fra la popolazione tedesca comunemente definita ariana e quella di razza ebraica, ma anche e soprattutto all'interno degli svariati gruppi sociali quando non all'interno di interi nuclei familiari. Così in Stelle di cannella (12) , un lungo racconto ambientato in una cittadina nei pressi di Berlino all'incombere della presa del potere da parte di Adolf Hitler, tutti sembrerebbe quasi dire l'autrice vanno d'accordo con tutti non soltanto gli umani ma perfino gli animali David, il figlio del giornalista ebreo Jakob Korsakov e Fritz, figlio del poliziotto Rauch, oltre ad essere compagni di scuola sono amici per la pelle, la sorellastra di David è la fidanzata del figlio del noto architetto Winterloh, e il gatto di Fritz ha un debole per Muschi, la bella gattina di David In modo dapprima subdolo, poi sempre più immediato e virulento, senza infingimenti, il potere nazista finisce per sconvolgere il tranquillo andamento della vita, pubblica e privata, del benestante quartiere di Wilmersdorf, mentre il Natale si fa annunciare da copiose nevicate e dalla dedizione riservata dalle massaie alla preparazione di dolci tipici, come le succitate stelle di cannella, che danno il titolo alla narrazione (13). «Si battono i bianchi, Sulla tavola cosparsa A differenza dello storico Ernst Nolte (14), autore di famosi testi sulle guerre mondiali, civili ed ideologiche del XX secolo, che nel suo I presupposti storici del Nazionalsocialismo(15), capovolgendo le analisi dei suoi predecessori, dirige il suo sguardo alle radici di, quelle tematiche, politiche o ideologiche, che ritiene alimento e retroterra delle circostanze, per cui il nazismo sale al potere, la Schneider non si pone questi interrogativi: non se li può porre, infatti, in quanto allo scoppio della Guerra Mondiale è una bimba in tenera età, ha soltanto cinque anni (!) ed un fratellino Peter è ancora più piccolo. Un dramma privato, pertanto, l'ascesa del nazionalsocialismo in Germania ha portato nella vita della piccola Helga: la madre, mossa da fanatismo politico e da ammirazione per il Fuehrer, non esita ad abbandonare il marito e i figli per darsi anima e corpo alla militanza all'interno delle SS, contravvenendo (paradossalmente!) in questo modo all'assunto nazista delle tre K Kirche, Küche, Kinder (16) che aveva la pretesa di circoscrivere e relegare il ruolo della donna nell'ambito prettamente familiare e domestico, ribadendone per di più l'obbligo di assoluta fedeltà al coniuge.
La loro costanza verrà premiata proprio perché si fa in questo modo simbolo di quella fedeltà indiscussa nei riguardi del proprio coniuge, tanto millantata dal credo nazionalsocialista, anche al di là come le donne della Rosenstrasse testimoniano del fatto di amare un non ariano (!) A colmare il vuoto lasciato dalla partenza della madre provvede, almeno per qualche tempo, la nonna paterna della piccola, giunta apposta a Berlino dalla Polonia, per la quale Helga prova un sincero affetto, peraltro ricambiato dall'anziana donna. Il padre nel frattempo, ottenuto il divorzio dalla moglie, ha sposato una giovane berlinese, Ursula, che fin dall'inizio mostra di non nutrire alcuna simpatìa per Helga, che all'epoca ha cinque anni, mentre tutto il suo affetto va al piccolo Peter, che non esita di lì a poco a chiamarla con l'affettuoso diminutivo di Mutti (19). Il padre Stephan viene però chiamato presto in guerra e per la famigliola comincia così il periodo più doloroso e difficile. Così ne Il rogo di Berlino la scrittrice rievoca quei drammatici giorni, da lei vissuti come il periodo più difficile della sua vita: il rapporto fra lei e Ursula si fa sempre più insostenibile e la matrigna la fa rinchiudere prima in un istituto di correzione, insieme ai cosiddetti indesiderati dal regime non solo gli ebrei, ma anche i disabili ed i malati di mente quindi in un collegio, alle porte di Berlino, la cui direttrice, una donna colta e sensibile, la mette per la prima volta in guardia nei confronti dell'intolleranza contro gli Ebrei: intolleranza, che a suo dire rischia di far precipitare nell'abisso il nazismo. «A Eden ho sentito dire cose orrende del Fuhrer; la direttrice non aveva peli sulla lingua. I suoi discorsi sembrano riecheggiare le parole che ne Il vento sulla sabbia di Fausta Cialente la giovane Lisa, sembra pronunciare quasi a mo' di vaticinio a proposito dell'ascesa del Fuehrer e dei destini della Germania, quasi di rincalzo ai discorsi farneticanti di Lottie, stravagante pittrice di origine tedesca, stanziatasi da tempo sulle rive del Nilo: «Capisco! In Germania, da noi, voglio dire, è un'altra cosa!» Spalancò i grandi occhi cerulei e iniziò lentamente uno dei suoi lunghi discorsi nebbiosi, pieni di reticenze, di andate e ritorni, ma dal quale potevo districare via via che secondo lei quell'uomo (non lo nominò mai) portava un messaggio al popolo tedesco, lei lo sapeva e lo sentiva, oh sì! Nel suo cuore e nel suo cervello; e anche il popolo lo sentiva. «Una bella scalogna gli porterà» pensai indignata, ma tacevo senza batter ciglio: Volevo vedere fin dove si sarebbe spinta. (21)
Ma ecco, sentiamo dei rumori e da una porta sulla sinistra entra un gruppo di giovani SS che si dispone lungo la parete di fronte a noi. Li segue una donna in uniforme che regge un cesto. Nella sala c'è un silenzio assoluto, mentre il mio stomaco si contrae in uno spasmo nervoso. E finalmente arriva lui, Adolf Hitler, il Fuehrer del Terzo Reich! Avverto un certo ondeggiamento tra le file mentre il Fuehrer avanza lentamente. Tutti scattiamo sull'attenti, alziamo la mano e gridiamo «Heil Hitler» Abbiamo urlato troppo forte e il viso del Fuehrer tradisce un guizzo di fastidio. Mentre Hitler avanza verso di noi, io lo fisso senza fiatare. Quante cose ho sentito dire su di lui, dalle più entusiastiche alle più spregevoli. (22) Ma qual era il volto di Berlino, al di fuori dal Bunker? «Ricomincio a sbirciare fuori dal finestrino. Dopo la vista dei cadaveri non vorrei più guardare, ma quel funesto spettacolo mi attira come una calamita. [...] Ovunque giri lo sguardo, mi imbatto in tetri ruderi e cumuli di macerie senza fine. Poco dopo percorriamo un'intera strada in fiamme, mentre il cielo si è tinto di viola.[...] Il bus si sposta bruscamente sulla sinistra e striscia lungo le traversine del tram per evitare che ci cadano addosso le facciate roventi delle case. La vettura si riempie di fumo e di un odore di incendio, che secca la gola; fuori pioviggina cenere. [...] Dappertutto si vedono rottami, tram rovesciati e crivellati come colabrodo; un magro cavallo tira un carretto carico di cadaveri.»(23) A quest'ultima immagine, che ci riporta quasi ad un'atmosfera manzoniano, allorché ne I promessi sposi l'autore descrive la Milano del '600 falcidiata dalla peste, fa da contrappunto nella mente della piccola protagonista il ricordo di quella, che fino a qualche tempo prima era stata la vivace capitale della Germania: «In che mondo vivo? E che fine ha fatto quella città di cui Opa (24) ogni tanto si compiace di decantare le passate meraviglie? Era una città splendida, viva, con milioni di abitanti che lavoravano, producevano e si organizzavano la vita con quella perfezione di cui sono capaci i tedeschi. Una città ricca con strade sempre illuminate a giorno, vetrine fastose e gente elegante che passeggiava per il Kurfuersterdamm o Unter den Linden. Gente che affollava i ristoranti, i caffè, i cinematografi, i teatri e le sale da concerto. [...] Gente che amava, che si sposava, aveva dei figli e li cresceva con sani principi. Una città moderna, dotata di un'efficiente sotterranea e di un'altrettanto funzionale sopraelevata. Che cosa è successo per trasformare tutto in un immenso cimitero a cielo aperto?» (25)
Certo non sono mancati i casi di vera e propria Resistenza antinazista,come testimonia il sacrificio di Hans e Sophia Scholl e degli altri componenti il Circolo della Rosa Bianca: ma la gente comune, come reagiva alle provocazioni del regime? Sempre ne Il rogo di Berlino Helga Schneider scrive a questo proposito: «La nostra infanzia è stata infestata da una feroce propaganda antiebraica e quotidianamente abbiamo assistito al manifestarsi dell'antisemitismo. Fin da piccoli abbiamo visto le saracinesche imbrattate con la parola Jude. La gente la pronuncia con prudenza, con diffidenza, con imbarazzo o con timore, come se si riferisse ad una malattia contagiosa; talvolta con un cieco disprezzo, frutto naturale di una propaganda secondo la quale l'avvelenatore di tutti i popoli è il giudaismo internazionale .Tutti sappiamo che gli ebrei devono portare la stella giudaica appuntata sul petto, che Hitler ha fatto bruciare le sinagoghe, che agli ebrei è stato vietato di farsi crescere la barba. Tutti sanno che la Gestapo cerca ovunque gli Ebrei per arrestarli e deportarli nei campi di concentramento e tutti sono stati ampiamente avvertiti che nascondere ebrei comporta la fucilazione, mentre denunciarli assicura dei vantaggi. La gente rinnega i parenti ebrei e tronca amicizie un tempo saldissime con persone anche solo lontanamente sospettate di essere di origine ebraica. Si sente parlare perfino di figli che rinnegano i genitori o, peggio, che li denunciano alle autorità e, al contrario, di gente che ha rischiato la vita per proteggere o nascondere gli ebrei. Perché mio fratello non apre gli occhi?» (29) Quando, ormai adulta siamo nel 1971 e a sua volta madre di un bimbo, Helga (che ormai risiede in Italia) torna a Vienna col figlio, ansioso di conoscere la nonna austriaca, che non ha mai visto e, dopo pochi abbracci di circostanza, l'anziana donna apre un armadio, da cui estrae l'uniforme da SS ancora intatta, sospirando nostalgica che «soltanto con indosso quella, si era sentita veramente qualcuno» e mostrando orgogliosa alla figlia una manciata dell'oro sottratto agli ebrei, inorridita quest'ultima scappa via, giurandole di non voler rivederla mai più (!) Manterrà in effetti la sua promessa, fino a quando nell'ottobre del 1998 la lettera di una certa Frau Freihorst, che le è del tutto sconosciuta, le comunica che sua madre vive ancora. Cosa vuole dirle Frau Freihorst e che cosa spinge Helga, ormai sessantenne, a ritornare a Vienna per rivedere la vecchia madre, che adesso vive in una casa di riposo? È questa la materia del libro Lasciami andare, madre (31), da cui è stato tratto il lavoro teatrale dal titolo omonimo (32) , il Musik Drama realizzato da Lina Wertmueller, con la collaborazione dell'autrice e interpretato da Milena Vukotic e Roberto Herlitzka con le musiche di Italo Greco e Lucio Gregoretti, in cui Helga racconta la storia di questo rapporto - non rapporto, di cui vorrebbe tentare tuttavia, e prima che sia davvero troppo tardi (!), di riannodare i fili... ma davvero ci riuscirà? Starà al lettore, sembra dirci quasi la scrittrice, trarne le conclusioni. Vienna, martedi 6 ottobre1998, in albergo «Dopo ventisette anni oggi ti rivedo, madre, e mi domando se nel frattempo tu abbia capito quanto male hai fatto ai tuoi figli. Stanotte non ho chiuso occhio. Ora è quasi giorno; ho aperto la serranda. Un fumoso velo di luce si va schiarendo sopra i tetti di Vienna.» (33) Con questo incipit da sceneggiatura cinematografica, che costituisce la peculiarità dell'intera narrazione, l'autrice dà corso alla sua récherche privata: «Oggi ti rivedo madre, ma con quali sentimenti? Che cosa può provare una figlia per una madre che ha rifiutato di fare la madre per entrare a far parte della scellerata organizzazione di Heinrich Himmler? Rispetto? Solo per la tua veneranda età ma per nient'altro. E poi? Difficile dire: nulla. Dopotutto sei mia madre. Ma impossibile dire: amore. Non posso amarti, madre.» (34) «Che cosa ci diremo? Che cosa mi dirai? Coglierò in te una traccia di rammarico per quello che non c'è stato fra noi? Avrai per me quella carezza materna che desidero da oltre mezzo secolo? O mi strazierai ancora con la tua indifferenza?» (35) All'opera letteraria di Helga Schneider, ci si accosta in realtà come ad una sorta di work in progress, dato che i suoi scritti sono in genere pieni di richiami ai libri precedenti. Altre volte anticipano tematiche e motivi, che verranno più compiutamente sviluppati nei romanzi successivi: è il caso de L'usignolo dei Linke (36), una drammatica vicenda umana, stavolta non sua, ma vissuta e narrata ancora una volta con pathos e profonda partecipazione.
«I sovietici hanno raggiunto il cuore di Berlino» annunciò Opa (38). Lo aveva appena sentito alla BBC. «Siamo agli sgoccioli» aggiunse. Pensammo subito ai russi. Cosa sarebbe successo quando fossero scesi nella nostra cantina? Si parlava molto di stupri, ma in realtà io non sapevo che cosa fossero. Frau Bittner temeva per Gudrun, ma anche la madre di Erika (39) temeva per la figlia, nonostante ormai fosse un'ombra di ragazza. In fondo nemmeno la matrigna, Frau Koelher e la stessa madre di Erika erano vecchie! Probabilmente si sarebbe salvata solo Frau Mannheim, che aveva più di sessant'anni. (40) «Aspettavamo i russi con una tensione crescente. Man mano che passavano i giorni l'attesa si tramutò in ansia incontenibile e quasi non si pensava ad altro. I grandi cercavano di controllarsi, di mimetizzare il problema davanti ai più giovani, ma la paura gravava sulla cantina come una coltre densa e soffocante, togliendoci il sonno.» (41) Ne L'usignolo dei Linke Helga Schneider va oltre, denunciando con fermezza e coraggio una pagina della storia europea, oggi pressocché rimossa la cacciata di quei Tedeschi, che abitavano le terre della Germania Orientale, in seguito all'invasione sovietica facendosi portavoce di un dolore, se non propriamente suo, da lei però ampiamente condiviso: quello di Kurt, un piccolo profugo prussiano, che con la madre è stato per qualche tempo ospite della casa sulle rive dell'Attersee, (42) che i suoi nonni paterni abitavano in Austria, dove lei e Peter, insieme al padre ed alla matrigna, erano andati a vivere dopo la fuga da Berlino, ridotta ormai ad un cumulo di macerie. Siamo nel 1949; dopo un soggorno in un campo profughi nei pressi di Lubecca e una sosta di qualche tempo a Salisburgo, la famiglia paterna di Helga finalmente ha potuto ricomporsi. Per Helga, che ormai ha undici anni, ha così finalmente inizio un periodo di serenità. Appena misi piede in quella casa mi sentii felice per la prima volta dopo tanto tempo. Avevo undici anni; i nazisti mi avevano rubato l'infanzia; avevo conosciuto le bombe, la fame, la paura; la seconda moglie di mio padre non mi amava e non faceva niente per nasconderlo; eppure adesso che avevo ritrovato il caldo abbraccio dei nonni, mi sentivo felice. (43) A quell'epoca pensavo che la mia vita fosse perfetta e volevo che durasse per sempre. Vivevo in un luogo incantevole accanto ai nonni, a mio fratello e a mio padre. Un padre che adoravo, sebbene mi facesse sentire un ostacolo fra lui e sua moglie. (...) Una sera il nonno ci annunciò che il giorno seguente sarebbe arrivata una sua pronipote: veniva ad accompagnare il figlio, che avrebbe trascorso con noi le vacanze estive. E mentre ce ne parlava la sua faccia era insolitamente grave. (...) Avremmo dovuto avere molta pazienza con Kurt, aggiunse il nonno, perché il ragazzino, di un anno più grande di me, aveva dei gravi problemi. Era traumatizzato, ci disse il nonno. Io e mio fratello non capivamo molto bene cosa significasse essere traumatizzato, ma promettemmo comunque di essere buoni e pazienti con l'ospite. (44) Nel volto, negli atteggiamenti e nelle parole di Kurt rivive la tragedia di tutte quelle centinaia di migliaia di profughi, quasi un esodo di portata biblica, che nell'inverno del '44/' 45, per sfuggire all'incalzare dell'Armata Rossa, avevano dovuto abbandonare le terre della Germania Orientale, arrivando fino alle sponde del Mar Baltico, per poi potersi imbarcare alla volta di Amburgo e di altre località della Germania dell'Ovest. Nella loro avanzata verso occidente, i soldati sovietici avevano attraversato città e villaggi distrutti, avevano visto le forche innalzate dai tedeschi e le fosse comuni di russi uccisi dai tedeschi. Avevano incontrato, in Polonia, i primi campi di sterminio. Avevano visto centinaia di migliaia di compagni cadere in battaglia, spesso così giovani da poter essere considerati ancora dei ragazzi. (...) Per anni era stato inculcato in loro l'odio per tutto quanto fosse tedesco. Ai loro occhi i tedeschi non erano creature umane, ma solo bestie meritevoli di essere abbattute. «I fascisti - scriveva Il'ja Ehrenburg - hanno portato con sé ferocia, atrocità, il culto della violenza e della morte.» (...)
Quando pochi giorni dopo l'offensiva della II Armata a cavallo sovietica la località di Nemmersdorf fu riconquistata da unità della IV Armata tedesca - ha scritto Günter Grass - si potè aver sentore, vedere contare, fotografare e filmare per i cinegiornali di tutte le sale del Reich quante donne erano state violentate dai soldati russi, quindi ammazzate e inchiodate alle porte dei fienili. I carri armati T4 avevano raggiunto e maciullato i fuggiaschi. Bambini fucilati giacevano nei giardini delle case e nei fossati delle strade. Erano stati fatti fuori persino dei prigionieri di guerra francesi...» E Nemmersdorf era stato solo l'inizio. (45) In virtù dell'affetto e della compagnia di Helga, il piccolo Kurt, che nella drammatica fuga ha perduto il nonno e Nikolas, il fratellino di pochi mesi, riacquista la fiducia nella vita, nonché una nuova patria... Sua madre Ludwika, che dopo la guerra ha trovato un posto in un ristorante di Amburgo, lo porta con sé, fino a quando sono trascorsi ormai più di cinquant'anni Helga non lo ritrova per caso nella città anseatica, dove assieme rievocano i tempi passati e, soprattutto, quella memorabile estate del '49 sulle rive dell'Attersee: Fu la nostra estate, la più bella, una volta che gli ebbe estorto quasi a forza la sua storia - la storia di eventi molto più grandi di lui, che quel bambino di allora nove anni si era visto costretto ad affrontare (46). (...) ...nel primo pomeriggio arrivano il figlio Nikolas, la nuora e i loro due splendidi ragazzi di otto e dodici anni. Una bella famigliola dall'aria affiatata. (...) Più tardi Nikolas, che somiglia a Kurt in modo impressionante, mi comunica in un tono speciale, che mi fa tendere le orecchie: «Lo sa che nel giardino dei miei genitori ritorna ogni primavera un usignolo?(...) » Kurt mi indirizza uno sguardo disarmato e in quel momento ho come un flash. Lo rivedo, nel 1949, mentre mi raccontava della fuga e il suo volto assumeva l'espressione di un adulto. Adesso, invece, impuntandosi sul suo usignolo, come faceva nonno Linke, i suoi occhi lampeggiano della candida testardaggine di un ragazzo.' (47)
«Chi non possiede memoria della storia del passato, è inevitabilmente destinato a ripeterla». BIBLIOGRAFIA Porta di Brandeburgo, Milano, Rizzoli, 1997. NOTE(1) - Franco Romanò, INTERVISTA A HELGA SCHNEIDER, Il coraggio della testimonianza, IL CAVALLO DI CAVALCANTI, p.4, Luglio 2004.
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Sulla scia del fenomeno della saga di Harry Potter possiamo affermare che i bambini costituiscono una porzione di mercato importante. In realtà ci piace pensare che scrittori anche già affermati si cimentino nella letteratura per l'infanzia per stimolare positivamente i piccoli lettori in modo che, adulti, possano diventare persone migliori di noi. (Buzzati, Calvino, Collodi, De Amicis, Rodari...)
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Leopardi e Pascoli sono i suoi punti di riferimento. Ha pubblicato raccolte di poesie, è autore di due romanzi, di due opere di critica ed è coautore di un'antologia poetica. Ha realizzato un lungometraggio, tre film-poemi e quattro "rappresentazioni visive" per la televisione. Dirige la rivista «Pelagos». È il cantore di una terra dove la campagna e la vita contadina mantengono ancora una attualità surreale.
La formazione letteraria di Pier Vittorio Tondelli va messa in relazione con alcuni autori che compaiono nellomaggio che Pier Vittorio Tondelli tributa nei ringraziamenti che chiudono la prima edizione di Altri libertini. (di Antonella Cilento) |
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« ...ma scrivere, in genere, é nascondere.»
(Valerio Magrelli, Ora serrata retinae) |
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