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HELGA SCHNEIDER RACCONTA L'AVVENTO DEL NAZISMO IN GERMANIA, VISSUTO ALL'INTERNO DI GRUPPI SOCIALI E DI COMUNI NUCLEI FAMILIARI

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Contributi
Helga Schneider
il coraggio della testimonianza
(di Valeria Consoli)
Vive un'infanzia segnata dalla guerra e aggravata dalle intemperanze ideologiche di una madre che non esita ad abbandonare il marito e i figli per darsi anima e corpo alla militanza all'interno delle SS e, nonostante il tragico fallimento del nazismo, fino alla fine, continua a credere ai deliranti ideali della della superiorità della razza. Helga Schneider (ritratta nella foto bambina, insieme al fratellino Peter) oggi abita in Italia, dove ha scritto i libri che l'hanno resa celebre: tra gli altri, Il rogo di Berlino e Lasciami andare, madre. Da quest'ultimo è stato tratto il lavoro teatrale dal titolo omonimo, realizzato da Lina Wertmueller.
Motivo dominante della sua scrittura è l'avvento del nazismo in Germania, vissuto non tanto nelle sue dinamiche storico politiche, quanto nelle implicazioni che ciò avrebbe costituito sul piano umano, vale a dire non soltanto nello scontro fra la popolazione tedesca comunemente definita ariana e quella di ‘razza’ ebraica, ma anche e soprattutto all'interno degli svariati gruppi sociali quando non all'interno di interi nuclei familiari.
Questo contributo fa parte di un'articolata analisi che, insieme a Fausta Cialente, Hella Haasse, Gertrud Kolmar, Karin Boye e Alki Zei, Valeria Consoli allarga ad abbracciare alcune figure femminili significative della letteratura europea del Novecento.

    «Credo che il racconto, la parola, la testimonianza possano favorire un maggiore approfondimento delle realtà, possano eliminare i luoghi comuni stabiliti dalla ricerca storica della quale a volte mancano le autentiche fonti, possono umanizzare la storia, quella con la S maiuscola.»(1)

elga Schneider nasce nel 1937 in Slesia, nell'attuale Polonia, ma ha vissuto a Berlino nell'epoca della disfatta hitleriana. Trasferitasi in Austria con la famiglia già nell'immediato dopoguerra, a partire dal 1963 risiede in Italia e precisamente a Bologna.

Vive da piccola l'esperienza, per lei sconvolgente, di essere condotta insieme ad altri bambini, fra i quali anche il fratellino Peter, nel bunker di Adolf Hitler di cui fa la conoscenza. (2)

Ha legato la sua fama in modo particolare a due libri, Il rogo di Berlino (1998) e Lasciami andare, madre (2001), entrambi pubblicati da Adelphi.

Hitler “patrono delle arti”. Questa foto di Heinrich Hoffmann ha fatto la sua apparizione sul frontespizio di diversi cataloghi e annuari d'arte nella Haus der Deutschen Kunst.
Accostandoci alla vita e all'opera di Helga Schneider, non si possono certo ignorare tutti quei fermenti culturali, che all'indomani del crollo della Germania nazista e della conseguente divisione del Paese in due parti (3) - la Repubblica Federale ad ovest e quella Democratica ad est - convergono nella formazione intellettuale di scrittori come Gunther Grass ed Heinrich Böll, ma soprattutto, per restare in tema di scrittura al femminile, hanno caratterizzato le tematiche e gli atteggiamenti di Christa Wolf, (4) Ingeborg Bachmann(5), Anna Seghers (6), per tacere dello sperimentalismo, sia sul piano linguistico che espressivo di Elfriede Jelinek (7), sotteso a indubbie ascendenze freudiane e che denotano in questo cotè di autrici l'appartenenza ad un più ampio contesto esistenziale e culturale e che trascende la valenza meramente “geografica” del termine tedesco(8): senonché, in Helga Schneider, a colpirci è proprio - paradossalmente - l'assenza, o quasi, di questa Weltanschaung propria delle sue connazionali, già ad una prima lettura dei suoi romanzi (!) Non già dunque la ‘decostruzione di un femminismo arcaico’ alla maniera della Wolf (9) e nemmeno quello evidenziato dalla Bachmann e dalla Jelinek ed espresso il più delle volte, come si è già accennato, (10) in un'ottica punitiva e masochistica: in lei ciò, che più conta, al di là del rapporto con la pagina stessa, è (per l'appunto) il valore, che la ‘testimonianza’ racchiude in sé e per sé, senza quegli infingimenti e quegli artifici, che potrebbero in tal modo ‘inficiarla’ , sminuendola così – e tout court – della sua validità e quindi della sua fedeltà medesima.

Leggendo un suo libro, ci si sente pertanto indotti ad essere trascinati, o quasi, dentro un film, in cui siano solo le ‘immagini’ a parlare e a dialogare con il pubblico, in questo caso con il lettore (11).

Leit motiv dell'intera sua opera narrativa è l'avvento del nazismo in Germania, vissuto non tanto nelle sue dinamiche storico politiche, quanto nelle implicazioni che ciò avrebbe costituito sul piano umano, vale a dire non soltanto nello scontro fra la popolazione tedesca comunemente definita ariana e quella di ‘razza’ ebraica, ma anche e soprattutto all'interno degli svariati gruppi sociali quando non all'interno di interi nuclei familiari.

Così in Stelle di cannella (12) , un lungo racconto ambientato in una cittadina nei pressi di Berlino all'incombere della presa del potere da parte di Adolf Hitler, tutti – sembrerebbe quasi dire l'autrice – vanno d'accordo con tutti – non soltanto gli umani ma perfino gli animali – David, il figlio del giornalista ebreo Jakob Korsakov e Fritz, figlio del poliziotto Rauch, oltre ad essere compagni di scuola sono amici per la pelle, la sorellastra di David è la fidanzata del figlio del noto architetto Winterloh, e il gatto di Fritz ha un debole per Muschi, la bella gattina di David

In modo dapprima subdolo, poi sempre più immediato e virulento, senza infingimenti, il potere nazista finisce per sconvolgere il tranquillo andamento della vita, pubblica e privata, del benestante quartiere di Wilmersdorf, mentre il Natale si fa annunciare da copiose nevicate e dalla dedizione riservata dalle massaie alla preparazione di dolci tipici, come le succitate ‘stelle di cannella’, che danno il titolo alla narrazione (13).

    «Si battono i bianchi,
    si aggiungono
    lo zucchero a velo,
    quello vanigliato, le
    mandorle e la cannella.

    Sulla tavola cosparsa
    di zucchero si stende
    la pasta, vi si tagliano
    delle stelle, si passano
    su carta pergamena
    unta, si cospargono
    di glassa bianca, si cuociono
    30 ñ 40 minuti in forno
    molto caldo»

A differenza dello storico Ernst Nolte (14), autore di famosi testi sulle guerre mondiali, civili ed ideologiche del XX secolo, che nel suo I presupposti storici del Nazionalsocialismo(15), capovolgendo le analisi dei suoi predecessori, dirige il suo sguardo alle ‘radici’ di, quelle tematiche, politiche o ideologiche, che ritiene alimento e retroterra delle circostanze, per cui il nazismo sale al potere, la Schneider non si pone questi interrogativi: non se li può porre, infatti, in quanto allo scoppio della Guerra Mondiale è una bimba in tenera età, ha soltanto cinque anni (!) ed un fratellino – Peter – è ancora più piccolo.

Un dramma privato, pertanto, l'ascesa del nazionalsocialismo in Germania ha portato nella vita della piccola Helga: la madre, mossa da fanatismo politico e da ammirazione per il Fuehrer, non esita ad abbandonare il marito e i figli per darsi anima e corpo alla militanza all'interno delle SS, contravvenendo (paradossalmente!) in questo modo all'assunto nazista delle tre KKirche, Küche, Kinder (16) – che aveva la pretesa di circoscrivere e relegare il ruolo della donna nell'ambito prettamente familiare e domestico, ribadendone per di più l'obbligo di assoluta fedeltà al coniuge.

Una scena del film Rosenstrasse, della regista tedesca Margaret Von Trotta, 2005
Un tema, questo, che ben altri sviluppi avrebbe avuto più tardi anche nel cinema – ed in quello tedesco del dopoguerra in modo particolare: basti ricordare a questo proposito l'ormai datato Il matrimonio di Maria Braun di R. W. Fassbinder (17) ma soprattutto il bellissimo e più recente Rosenstrasse (18) di Margaret Von Trotta, regista notoriamente impegnata da anni sia sul fronte del dibattito ideologico politico in Germania ed in Italia – Anni di piombo, Il lungo silenzio – sia in un ambito più intimista ma non per questo dimentico delle problematiche del – ‘femminile’ – Paura e amore, L'Africana – una vicenda ispirata ad un episodio realmente accaduto a Berlino, dove un folto gruppo di donne ariane, ma sposate a degli ebrei, conduce una protesta ad oltranza perché i nazisti liberino i loro mariti, altrimenti destinati alla deportazione nei Lager.

La loro costanza verrà premiata proprio perché si fa in questo modo simbolo di quella fedeltà indiscussa nei riguardi del proprio coniuge, tanto ‘millantata’ dal credo nazionalsocialista, anche al di là – come le donne della Rosenstrasse testimoniano – del fatto di amare un non ariano (!)

A colmare il vuoto lasciato dalla partenza della madre provvede, almeno per qualche tempo, la nonna paterna della piccola, giunta apposta a Berlino dalla Polonia, per la quale Helga prova un sincero affetto, peraltro ricambiato dall'anziana donna. Il padre nel frattempo, ottenuto il divorzio dalla moglie, ha sposato una giovane berlinese, Ursula, che fin dall'inizio mostra di non nutrire alcuna simpatìa per Helga, che all'epoca ha cinque anni, mentre tutto il suo affetto va al piccolo Peter, che non esita di lì a poco a chiamarla con l'affettuoso diminutivo di Mutti (19).

Il padre Stephan viene però chiamato presto in guerra e per la famigliola comincia così il periodo più doloroso e difficile.

Così ne Il rogo di Berlino la scrittrice rievoca quei drammatici giorni, da lei vissuti come il periodo più difficile della sua vita: il rapporto fra lei e Ursula si fa sempre più insostenibile e la matrigna la fa rinchiudere prima in un istituto di correzione, insieme ai cosiddetti indesiderati dal regime – non solo gli ebrei, ma anche i disabili ed i malati di mente – quindi in un collegio, alle porte di Berlino, la cui direttrice, una donna colta e sensibile, la mette per la prima volta in guardia nei confronti dell'intolleranza contro gli Ebrei: intolleranza, che – a suo dire – rischia di far precipitare nell'abisso il nazismo.

    «A Eden ho sentito dire cose orrende del Fuhrer; la direttrice non aveva peli sulla lingua.
    Sosteneva che Hitler stava trascinando la Germania verso la catastrofe, che era un pazzo megalomane e un terribile razzista»
    (20)

I suoi discorsi sembrano riecheggiare le parole che – ne Il vento sulla sabbia di Fausta Cialente – la giovane Lisa, sembra pronunciare quasi a mo' di vaticinio a proposito dell'ascesa del Fuehrer e dei destini della Germania, quasi di rincalzo ai discorsi farneticanti di Lottie, stravagante pittrice di origine tedesca, stanziatasi da tempo sulle rive del Nilo:

    «Capisco! In Germania, da noi, voglio dire, è un'altra cosa!» Spalancò i grandi occhi cerulei e iniziò lentamente uno dei suoi lunghi discorsi nebbiosi, pieni di reticenze, di andate e ritorni, ma dal quale potevo districare via via che secondo lei ‘quell'uomo’ (non lo nominò mai) portava un messaggio al popolo tedesco, lei lo sapeva e lo sentiva, oh sì! Nel suo cuore e nel suo cervello; e anche il popolo lo sentiva.

    «Una bella scalogna gli porterà» pensai indignata, ma tacevo senza batter ciglio: Volevo vedere fin dove si sarebbe spinta. (21)

La maschera del Fürer Adolf Hitler, nell'interpretazione donataci da uno splendido Buno Ganz nel film La caduta, di Oliver Hirschbiegel, 2005, tratto dal romanzo di Trevor Roper Gli ultimi giorni di Hitler, 1947
La piccola Helga avrebbe visto ‘quell'uomo’ e sarebbe stata obbligata a trattarlo con deferenza: grazie a Hilde, la sorella nubile della matrigna, che lavora presso il Ministero della Guerra, lei e Peter hanno il permesso di abbandonare per qualche tempo l'umidità della cantina, cui la guerra li ha costretti, per trascorrere un periodo nel Bunker dove il Fuehrer e i suoi si sono asserragliati:

    Ma ecco, sentiamo dei rumori e da una porta sulla sinistra entra un gruppo di giovani SS che si dispone lungo la parete di fronte a noi. Li segue una donna in uniforme che regge un cesto.

    Nella sala c'è un silenzio assoluto, mentre il mio stomaco si contrae in uno spasmo nervoso. E finalmente arriva lui, Adolf Hitler, il Fuehrer del Terzo Reich!

    Avverto un certo ondeggiamento tra le file mentre il Fuehrer avanza lentamente. Tutti scattiamo sull'attenti, alziamo la mano e gridiamo «Heil Hitler»

    Abbiamo urlato troppo forte e il viso del Fuehrer tradisce un guizzo di fastidio.

    Mentre Hitler avanza verso di noi, io lo fisso senza fiatare. Quante cose ho sentito dire su di lui, dalle più entusiastiche alle più spregevoli. (22)

Ma qual era il volto di Berlino, al di fuori dal Bunker?

    «Ricomincio a sbirciare fuori dal finestrino. Dopo la vista dei cadaveri non vorrei più guardare, ma quel funesto spettacolo mi attira come una calamita. [...] Ovunque giri lo sguardo, mi imbatto in tetri ruderi e cumuli di macerie senza fine. Poco dopo percorriamo un'intera strada in fiamme, mentre il cielo si è tinto di viola.[...] Il bus si sposta bruscamente sulla sinistra e striscia lungo le traversine del tram per evitare che ci cadano addosso le facciate roventi delle case. La vettura si riempie di fumo e di un odore di incendio, che secca la gola; fuori pioviggina cenere. [...] Dappertutto si vedono rottami, tram rovesciati e crivellati come colabrodo; un magro cavallo tira un carretto carico di cadaveri.»(23)

A quest'ultima immagine, che ci riporta quasi ad un'atmosfera manzoniano, allorché ne I promessi sposi l'autore descrive la Milano del '600 falcidiata dalla peste, fa da contrappunto nella mente della piccola protagonista il ricordo di quella, che fino a qualche tempo prima era stata la vivace capitale della Germania:

    «In che mondo vivo? E che fine ha fatto quella città di cui Opa (24) ogni tanto si compiace di decantare le passate meraviglie? Era una città splendida, viva, con milioni di abitanti che lavoravano, producevano e si organizzavano la vita con quella perfezione di cui sono capaci i tedeschi. Una città ricca con strade sempre illuminate a giorno, vetrine fastose e gente elegante che passeggiava per il Kurfuersterdamm o Unter den Linden. Gente che affollava i ristoranti, i caffè, i cinematografi, i teatri e le sale da concerto. [...] Gente che amava, che si sposava, aveva dei figli e li cresceva con sani principi. Una città moderna, dotata di un'efficiente sotterranea e di un'altrettanto funzionale sopraelevata. Che cosa è successo per trasformare tutto in un immenso cimitero a cielo aperto?» (25)

Carte d'identità di Julius Israel. Visibile sulla sinistra del documento un grande "J", per Juden. Gli uomini dovevano assumere come secondo nome "Israel" e le donne "Sarah". Risulta così che questo documento sia intestato a Julius Israel Israel.
In merito alle ‘testimonianze’ degli orrori nazisti, si è fatto in genere riferimento ad Anna Frank e ad Etty Hillesum, per restare in ambito internazionale, in Italia a Primo Levi con il suo Se questo è un uomo e – più recentemente – a Daniela Padoan, autrice di Come una rana d'inverno (26) , che racchiude la testimonianza, tutta al femminile, di tre sopravvissute (27) ai campi di sterminio di Auschwitz -Birkenau; ancora in Germania, il ritrovamento delle lettere di Lilli Jahn da parte del nipote di lei, il giornalista Martin Doerry (28), fa si che quest'ultimo rievochi la vicenda di una donna ebrea, sposata a un medico ‘ariano’, che dal lager in cui è stata deportata non smetterà di scrivere ai suoi cinque figli fino al momento della morte: ci troviamo però di fronte ad un dato, che pur nella sua indubbia inconfutabilità, ha creato pur sempre un grosso interrogativo: qual è stato l'atteggiamento dei tedeschi ‘non ebrei’ verso le vittime dell'Olocausto? Consenziente o – tuttalpiù – di mera acquiescenza, quando non caratterizzato da una vera e propria omertà?

Certo non sono mancati i casi di vera e propria ‘Resistenza’ antinazista,come testimonia il sacrificio di Hans e Sophia Scholl e degli altri componenti il Circolo della Rosa Bianca: ma la gente comune, come reagiva alle provocazioni del regime?

Sempre ne Il rogo di Berlino Helga Schneider scrive a questo proposito:

    «La nostra infanzia è stata infestata da una feroce propaganda antiebraica e quotidianamente abbiamo assistito al manifestarsi dell'antisemitismo. Fin da piccoli abbiamo visto le saracinesche imbrattate con la parola Jude. La gente la pronuncia con prudenza, con diffidenza, con imbarazzo o con timore, come se si riferisse ad una malattia contagiosa; talvolta con un cieco disprezzo, frutto naturale di una propaganda secondo la quale l'avvelenatore di tutti i popoli è il ‘giudaismo internazionale’ .Tutti sappiamo che gli ebrei devono portare la stella giudaica appuntata sul petto, che Hitler ha fatto bruciare le sinagoghe, che agli ebrei è stato vietato di farsi crescere la barba.

    Tutti sanno che la Gestapo cerca ovunque gli Ebrei per arrestarli e deportarli nei campi di concentramento e tutti sono stati ampiamente avvertiti che nascondere ebrei comporta la fucilazione, mentre denunciarli assicura dei vantaggi. La gente rinnega i parenti ebrei e tronca amicizie un tempo saldissime con persone anche solo lontanamente sospettate di essere di origine ebraica. Si sente parlare perfino di figli che rinnegano i genitori o, peggio, che li denunciano alle autorità e, al contrario, di gente che ha rischiato la vita per proteggere o nascondere gli ebrei. Perché mio fratello non apre gli occhi?» (29)

    «Sentivo dire cose spaventose e mi domandavo cosa avessero fatto mai gli ebrei alla Germania perchè due madri potessero parlarne con un tale disprezzo. Fu lì che udii per la prima volta parlare di ‘sterminio degli ebrei’, mentre l'espressione ‘campo di concentramento di Auschwitz’ usciva dalla bocca delle due donne come una condanna a morte.»
    (30)

Quando, ormai adulta – siamo nel 1971 – e a sua volta madre di un bimbo, Helga (che ormai risiede in Italia) torna a Vienna col figlio, ansioso di conoscere la ‘nonna austriaca’, che non ha mai visto e, dopo pochi abbracci di circostanza, l'anziana donna apre un armadio, da cui estrae l'uniforme da SS ancora intatta, sospirando nostalgica che «soltanto con indosso quella, si era sentita veramente qualcuno» e mostrando orgogliosa alla figlia una manciata dell'oro sottratto agli ebrei, inorridita quest'ultima scappa via, giurandole di non voler rivederla mai più (!) Manterrà in effetti la sua promessa, fino a quando – nell'ottobre del 1998 – la lettera di una certa Frau Freihorst, che le è del tutto sconosciuta, le comunica che sua madre vive ancora.

Cosa vuole dirle Frau Freihorst e che cosa spinge Helga, ormai sessantenne, a ritornare a Vienna per rivedere la vecchia madre, che adesso vive in una casa di riposo?

È questa la materia del libro Lasciami andare, madre (31), da cui è stato tratto il lavoro teatrale dal titolo omonimo (32) , il Musik Drama realizzato da Lina Wertmueller, con la collaborazione dell'autrice e interpretato da Milena Vukotic e Roberto Herlitzka con le musiche di Italo Greco e Lucio Gregoretti, in cui Helga racconta la storia di questo rapporto - non rapporto, di cui vorrebbe tentare tuttavia, e prima che sia davvero troppo tardi (!), di riannodare i fili... ma davvero ci riuscirà? Starà al lettore, sembra dirci quasi la scrittrice, trarne le conclusioni.

Vienna, martedi 6 ottobre1998, in albergo

    «Dopo ventisette anni oggi ti rivedo, madre, e mi domando se nel frattempo tu abbia capito quanto male hai fatto ai tuoi figli. Stanotte non ho chiuso occhio. Ora è quasi giorno; ho aperto la serranda. Un fumoso velo di luce si va schiarendo sopra i tetti di Vienna.» (33)

Con questo incipit da sceneggiatura cinematografica, che costituisce la peculiarità dell'intera narrazione, l'autrice dà corso alla sua récherche privata:

    «Oggi ti rivedo madre, ma con quali sentimenti? Che cosa può provare una figlia per una madre che ha rifiutato di fare la madre per entrare a far parte della scellerata organizzazione di Heinrich Himmler?

    Rispetto? Solo per la tua veneranda età – ma per nient'altro. E poi?

    Difficile dire: nulla. Dopotutto sei mia madre. Ma impossibile dire: amore. Non posso amarti, madre.» (34)

    «Che cosa ci diremo? Che cosa mi dirai? Coglierò in te una traccia di rammarico per quello che non c'è stato fra noi? Avrai per me quella carezza materna che desidero da oltre mezzo secolo? O mi strazierai ancora con la tua indifferenza?» (35)

All'opera letteraria di Helga Schneider, ci si accosta in realtà come ad una sorta di work in progress, dato che i suoi scritti sono in genere pieni di richiami ai libri precedenti. Altre volte anticipano tematiche e motivi, che verranno più compiutamente sviluppati nei romanzi successivi: è il caso de L'usignolo dei Linke (36), una drammatica vicenda umana, stavolta non sua, ma vissuta e narrata ancora una volta con pathos e profonda partecipazione.

La Bandiera Rossa sventola sul tetto del Reichstag di una Berlino in fiamme, il 2 maggio 1945.
(Foto di Yevgeny Khaldei)
Già ne Il Rogo di Berlino (37) il ricordo delle violenze subite da molte donne, anche adolescenti, da parte dei Russi è visto come un triste tributo, quasi un obolo, che la popolazione civile deve pagare in cambio della tanto agognata fine della guerra:

    «I sovietici hanno raggiunto il cuore di Berlino» annunciò Opa (38). Lo aveva appena sentito alla BBC. «Siamo agli sgoccioli» aggiunse. Pensammo subito ai russi. Cosa sarebbe successo quando fossero scesi nella nostra cantina? Si parlava molto di stupri, ma in realtà io non sapevo che cosa fossero.

    Frau Bittner temeva per Gudrun, ma anche la madre di Erika (39) temeva per la figlia, nonostante ormai fosse un'ombra di ragazza. In fondo nemmeno la matrigna, Frau Koelher e la stessa madre di Erika erano vecchie! Probabilmente si sarebbe salvata solo Frau Mannheim, che aveva più di sessant'anni. (40)

    «Aspettavamo i russi con una tensione crescente. Man mano che passavano i giorni l'attesa si tramutò in ansia incontenibile e quasi non si pensava ad altro. I grandi cercavano di controllarsi, di mimetizzare il problema davanti ai più giovani, ma la paura gravava sulla cantina come una coltre densa e soffocante, togliendoci il sonno.» (41)

Ne L'usignolo dei Linke Helga Schneider va oltre, denunciando con fermezza e coraggio una pagina della storia europea, oggi pressocché rimossa – la cacciata di quei Tedeschi, che abitavano le terre della Germania Orientale, in seguito all'invasione sovietica – facendosi portavoce di un dolore, se non propriamente suo, da lei però ampiamente condiviso: quello di Kurt, un piccolo profugo prussiano, che con la madre è stato per qualche tempo ospite della casa sulle rive dell'Attersee, (42) che i suoi nonni paterni abitavano in Austria, dove lei e Peter, insieme al padre ed alla matrigna, erano andati a vivere dopo la fuga da Berlino, ridotta ormai ad un cumulo di macerie.

Siamo nel 1949; dopo un soggorno in un campo profughi nei pressi di Lubecca e una sosta di qualche tempo a Salisburgo, la famiglia paterna di Helga finalmente ha potuto ricomporsi. Per Helga, che ormai ha undici anni, ha così finalmente inizio un periodo di serenità.

    Appena misi piede in quella casa mi sentii felice per la prima volta dopo tanto tempo.

    Avevo undici anni; i nazisti mi avevano rubato l'infanzia; avevo conosciuto le bombe, la fame, la paura; la seconda moglie di mio padre non mi amava e non faceva niente per nasconderlo; eppure adesso che avevo ritrovato il caldo abbraccio dei nonni, mi sentivo felice. (43)

    A quell'epoca pensavo che la mia vita fosse perfetta e volevo che durasse per sempre. Vivevo in un luogo incantevole accanto ai nonni, a mio fratello e a mio padre. Un padre che adoravo, sebbene mi facesse sentire un ostacolo fra lui e sua moglie. (...)

    Una sera il nonno ci annunciò che il giorno seguente sarebbe arrivata una sua pronipote: veniva ad accompagnare il figlio, che avrebbe trascorso con noi le vacanze estive. E mentre ce ne parlava la sua faccia era insolitamente grave. (...)

    Avremmo dovuto avere molta pazienza con Kurt, aggiunse il nonno, perché il ragazzino, di un anno più grande di me, aveva dei gravi problemi. Era traumatizzato, ci disse il nonno. Io e mio fratello non capivamo molto bene cosa significasse essere traumatizzato, ma promettemmo comunque di essere buoni e pazienti con l'ospite. (44)

Nel volto, negli atteggiamenti e nelle parole di Kurt rivive la tragedia di tutte quelle centinaia di migliaia di profughi, quasi un esodo di portata biblica, che nell'inverno del '44/' 45, per sfuggire all'incalzare dell'Armata Rossa, avevano dovuto abbandonare le terre della Germania Orientale, arrivando fino alle sponde del Mar Baltico, per poi potersi imbarcare alla volta di Amburgo e di altre località della Germania dell'Ovest.

    Nella loro avanzata verso occidente, i soldati sovietici avevano attraversato città e villaggi distrutti, avevano visto le forche innalzate dai tedeschi e le fosse comuni di russi uccisi dai tedeschi. Avevano incontrato, in Polonia, i primi campi di sterminio. Avevano visto centinaia di migliaia di compagni cadere in battaglia, spesso così giovani da poter essere considerati ancora dei ragazzi. (...) Per anni era stato inculcato in loro l'odio per tutto quanto fosse tedesco. Ai loro occhi i tedeschi non erano creature umane, ma solo bestie meritevoli di essere abbattute. «I fascisti - scriveva Il'ja Ehrenburg - hanno portato con sé ferocia, atrocità, il culto della violenza e della morte.» (...)

Il dodicenne Alfred Czech mentre riceve la Crroce di Ferro da Adolf Hitler, nei giorni che hanno preceduto la disfatta del Terzo Reicht
Helga Schneider così riporta, tratteggiandole con imparzialità estrema, entrambe le testimonianze avversarie riguardo a uno dei momenti più drammatici dell'intera storia del Paese...

    Quando pochi giorni dopo l'offensiva della II Armata a cavallo sovietica la località di Nemmersdorf fu riconquistata da unità della IV Armata tedesca - ha scritto Günter Grass - si potè aver sentore, vedere contare, fotografare e filmare per i cinegiornali di tutte le sale del Reich quante donne erano state violentate dai soldati russi, quindi ammazzate e inchiodate alle porte dei fienili. I carri armati T4 avevano raggiunto e maciullato i fuggiaschi. Bambini fucilati giacevano nei giardini delle case e nei fossati delle strade. Erano stati fatti fuori persino dei prigionieri di guerra francesi...» E Nemmersdorf era stato solo l'inizio. (45)

In virtù dell'affetto e della compagnia di Helga, il piccolo Kurt, che nella drammatica fuga ha perduto il nonno e Nikolas, il fratellino di pochi mesi, riacquista la fiducia nella vita, nonché una nuova patria... Sua madre Ludwika, che dopo la guerra ha trovato un posto in un ristorante di Amburgo, lo porta con sé, fino a quando – sono trascorsi ormai più di cinquant'anni – Helga non lo ritrova per caso nella città anseatica, dove assieme rievocano i tempi passati e, soprattutto, quella memorabile estate del '49 sulle rive dell'Attersee:

    Fu la nostra estate, la più bella, una volta che gli ebbe estorto quasi a forza la sua storia - la storia di eventi molto più grandi di lui, che quel bambino di allora nove anni si era visto costretto ad affrontare (46). (...)

    ...nel primo pomeriggio arrivano il figlio Nikolas, la nuora e i loro due splendidi ragazzi di otto e dodici anni. Una bella famigliola dall'aria affiatata. (...)

    Più tardi Nikolas, che somiglia a Kurt in modo impressionante, mi comunica in un tono speciale, che mi fa tendere le orecchie:

    «Lo sa che nel giardino dei miei genitori ritorna ogni primavera un usignolo?(...) »

    Kurt mi indirizza uno sguardo disarmato e in quel momento ho come un flash. Lo rivedo, nel 1949, mentre mi raccontava della fuga e il suo volto assumeva l'espressione di un adulto. Adesso, invece, impuntandosi sul suo usignolo, come faceva nonno Linke, i suoi occhi lampeggiano della candida testardaggine di un ragazzo.' (47)

Helga Schneider vive oggi in Italia, a Bologna
Tralasciando Guido Knopp, storico e giornalista di origini slesiane, nato nel 1948 ed autore di Tedeschi in fuga (48), vien fatto comunque di ripensare l'intera opera di Helga Schneider soprattutto alla luce dell'importante affermazione che

«Chi non possiede memoria della storia del passato, è inevitabilmente destinato a ripeterla».

BIBLIOGRAFIA

Porta di Brandeburgo, Milano, Rizzoli, 1997.
Il piccolo Adolf non aveva le ciglia, Milano, Rizzoli, 1998
Stelle di cannella, Milano, Salani, 2002
Il rogo di Berlino, Milano, Adelphi, 1998
Lasciami andare, madre, Milano, Adelphi, 2001.
L'usignolo dei Linke, Milano, Adelphi, 204.

NOTE
(1) - Franco Romanò, INTERVISTA A HELGA SCHNEIDER, Il coraggio della testimonianza, IL CAVALLO DI CAVALCANTI, p.4, Luglio 2004.
(2) - Michela Vittorio, INCONTRI, La bambina che incontrò il lupo cattivo, p.48, CLUB, Novembre 2004.
(3) - Per un ulteriore approfondimento sulla situazione politico-sociale della Germania, dal sorgere della Repubblica di Weimar alla riunificazione, cfr. Gustavo Corni, La storia della Germania, Est, Milano, 1999.
(4) - Silvana Greco, Christa Wolf, o la decostruzione del femminile arcaico, in Teste parlanti - Figure di donne dalla teoria alla letteratura - a.a. 2004/2005, Master in pari opportunità e studi di genere - Facoltà di Scienze Politiche - Università degli Studi di Milano.
(5) - Marie Luise Wandruszka, Orgoglio e misura, quattro scrittrici tedesche, Rosenberg e Sellier – Soggetto donna, Torino, 1993, pp. 105, 143.
(6) - Pseud. di Netty Reiling, nata a Mainz (Magonza) nel 1900 da famiglia ebrea. Visse a lungo in esilio in Francia e in Messico. Nota in tutto il mondo per aver scritto il romanzo La settima croce, da cui fu tratto anche líomonimo film di Fred Zinnemann avente come protagonista Spencer Tracy (1944) . Rientrata in Germania nel 1947, presiedette per 28 anni l'Unione degli Scrittori della RDT, cui ha fatto parte anche Christa Wolf, di lei molto amica.
(7) - Premio Nobel per la Letteratura nel 2004. Viennese, è nota per il suo romanzo La pianista, in cui si narra la vicenda di una donna nevrotica e masochista, da cui è stato tratto alcuni anni fa il film omonimo avente come protagonista un'insuperabile Isabelle Huppert.
(8) - Ingeborg Bachmann ed Elfriede Jelinek, che della Bachmann ha subito l'influsso innegabile, specie per ciò che concerne la problematica uomo-donna, che entrambe interpreterebbero in un chiave sado-maso, sono nate entrambe in Austria.
(9) - v. nota n. 4.
(10) - v. nota n.8.
(11) - Questo, anche per la specifica ammissione della scrittice nel corso dell'intervista rilasciata a Franco Romanò nella rivista «Il cavallo di Cavalcanti» (v. nota n. 1)
(12) - Helga Schneider, Stelle di cannella, Salani, Milano, 2002.
(13) - Da un vecchio ricettario tedesco.
(14) - Nato nel 1923, allievo di Martin Heidegger e di Eugen Fink, è uno dei maggiori storici viventi.
(15) - Ernst Nolte, I presupposti storici del Nazionalsocialismo e la “presa dei poteri” del gennaio 1933, Marinotti (Collana La Metamorfosi del tempo nuovo, n. 1), 1998.
(16) - ted. “Chiesa, Cucina, Figli”.
(17) - Die Ehe der Maria Braun, r.f.t., 1978, col.120' con Hanna Schygulla, Klaus Loewitch, Ivan Desny. Il giorno dopo il matrimonio, Hermann Braun parte per il fronte lasciando sola la moglie Maria. Per sopravvivere quest'ultima diviene l'amante di un soldato negro americano, ma al ritorno improvviso del marito, creduto inizialmente morto, Maria uccide l'americano. Per scagionare la moglie, Hermann si accolla la responsabilità dell'omicidio.
(18) - v. recensione di Valeria Consoli i n www. linda.it, sezione Film, Anno 2003. - la strada, sede della prigione dove gli arrestati venivano condotti.
(19) - ted. “Mammina”.
(20) - Helga Schneider, Il rogo di Berlino, Adelphi, 1998, p. 60.
(21) - Fausta Cialente, Il vento sulla sabbia, Milano, Feltrinelli, 1972, p. 144.
(22) - Helga Schneider, Il rogo di Berlino, Adelphi, 1998, p.79.
(23) - v. op.cit. , p.72.
(24) - ted. ‘Nonno’ (denominazione affettuosa, che Helga rivolge al padre della matrigna, che contrariamente alla figlia, nutre per lei affetto e simpatÏa.)
(25) - v. op.cit. pp. 72/73.
(26) - Daniela Padoan, Come una rana d'inverno, Milano, Bompiani, 2004.
(27) - Liliana Segre, Goti Bauer e Giuliana Tedeschi, allora rispettivamente di tredici, diciannove e trent'anni.
(28) - Martin Doerry, Le lettere di Lilli Jahn, il mio cuore ferito, Milano, Rizzoli, 2003.
(29) - H.Schneider, Il rogo di Berlino, pp. 64/65.
(30) - Op. cit. pp. 84/85.
(31) - Helga Schneider, Lasciami andare, madre, Adelphi, Milano, 2001.
(32) - messo in scena al Teatro Eliseo di Roma dal 23 febbraio al 16 aprile 2004.
(33) - v. op. cit. , p. 11.
(34) - v. op. cit., p.11.
(35) - v. op. cit. p.12.
(36) - Helga Schneider, L'usignolo dei Linke, Milano, Adelphi, 2004.
(37) - v. nota n?.
(38) - v. nota n?.
(39) - Gudrun ed Erika erano due adolescenti, che si trovavano nel rifugio, dove Helga e i suoi familiari avevano l'alloggio di fortuna. La seconda ragazza era affetta da tubercolosi.
(40) - v. op. cit. p. 150/151
(41) - v. Il Rogo di Berlino p. 153.
(42) - Un piccolo lago nei pressi di Voecklamarkt.
(43) - v. op.cit. p. 18.
(44) - v. op.cit. p. 30.
(45) - v. op. cit. pp. 103/104.
(46) - v. op. cit. p. .9.
(47) - v. op. cit. pp. 153/154.
(48) - Guido Knopp, Tedeschi in fuga, Corbaccio, ?

Milano, 28 ottobre 2005
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