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UN'ANALISI ATTRAVERSO LE PAGINE DEI QUOTIDIANI E L'ABBONDANTE SAGGISTICA DEDICATA ALLA MEMORIA E ALLA FORTUNA POSTUMA DI ALBERTO MORAVIA.

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Contributi
Alberto Moravia
(di Paolo Di Paolo)
Alberto Moravia è già stato dimenticato? Come accade che la fama di uno scrittore altrettanto ammirato dal pubblico che incensato dalla critica, a pochi anni dalla morte sembri essersi già quasi totalmente stemperata?
Forse perché la produzione più recente dello scrittore non ha retto al confronto con i suoi libri giovanili? Quanto credito bisogna dare a chi afferma che l'opera migliore di Moravia non sia da cercarsi tra i romanzi, ma tra i suoi numerosi resoconti di viaggio?
Un modello ricorsivo d' insoddisfazione in occasione della pubblicazione di ogni nuovo libro dello scrittore fa pensare che Moravia, sebbene molto amato, non sia stato «sostanzialmente accettato da quello stesso pubblico che gli ha decretato il successo» (Luigi Baldacci), come se i suoi numerosi e ostinati lettori non riuscissero a digerire i temi della poetica, già presenti nelle pagine de Gli indifferenti, identificati nelle parole-chiave “denaro”, “sesso”, “famiglia”.
L'analisi di Paolo Di Paolo, autore affascinato dalle sfaccettate tematiche della memoria, rivisita le pagine dei quotidiani e l'abbondante saggistica pubblicata in questi anni intorno alla figura e all'opera di Alberto Moravia, alla ricerca di una risposta all'interrogativo che inquieta ogni scrittore degno di questo titolo: come avviene che un personaggio tanto amato in vita possa venire così presto dimenticato?

romanzi di Moravia si leggono sempre meno, mentre di questo autore, che rimane tra i più grandi del nostro Novecento, non si scrive quasi più. Diminuiscono persino le tesi di laurea sull'autore de Gli indifferenti. Un disastro!». A lanciare l'allarme, già in occasione del decennale della morte, nel settembre del 2000, è stato lo scrittore Antonio Debenedetti, con un articolo in prima pagina sul «Corriere della Sera». Di lì a pochi giorni, interrogandosi sulle ragioni di tale imprevisto e prolungato silenzio, Alfonso Berardinelli scriveva:

    A dieci anni dalla sua morte il bilancio della fortuna postuma di Moravia è piuttosto negativo. Soprattutto se si pensa alla sua presenza ininterrotta sulla scena pubblica, ormai Moravia sembra uno scrittore dimenticato. Ma una certa dimenticanza, direi, non può che giovare alla sua fortuna di autore e all'attenzione che meritano molti suoi libri. C'è tuttavia una ragione letteraria che spiega la dimenticanza oggi sofferta da Moravia. La sua narrativa era stata fin dall'inizio moralistica e intellettualistica. Anche in forme che sono tipiche del '900, il romanzo è per Moravia anzitutto uno strumento di conoscenza, di polemica con il mondo sociale e la cultura contemporanea: continua cioè una grande tradizione, che per lui era soprattutto quella francese e russa culminata in Flaubert e Dostoevskij. Questa grande tradizione, ripresa dalla narrativa impegnata ed esistenzialista degli anni Trenta e Quaranta, si è quasi del tutto esaurita nella seconda metà del secolo con le avanguardie formalistiche e più tardi con le iperletterarie tendenze postmoderne.

Il calo di interesse (da parte della critica, soprattutto – e se ne è lamentato di recente Renzo Paris) nei confronti dell'opera di Moravia appare anche oggi – a quindici anni dalla scomparsa dello scrittore romano – tanto più inatteso, se si sfogliano le pagine pubblicate dai quotidiani all'indomani della morte. Mai tanto spazio forse, negli ultimi vent'anni, è stato concesso alla letteratura come nel caso della scomparsa del «massimo scrittore italiano del secolo». Così, almeno, lo definiva «Il Messaggero», giornale romano per eccellenza, sbilanciandosi in un titolo d'apertura a sei colonne (avallato da un articolo commosso di Ruggero Guarini: «Solo Svevo accanto a lui»).

Ancora qualche titolo, a mo' di esempio: «Quella voce immortale ha educato il Novecento»; «É stato il Balzac del nostro tempo»; «Una luce si spegne». Negli articoli di commento, si incappa nel medesimo tono un poco retorico (che pure è tipico dei “coccodrilli” - come in gergo giornalistico vengono chiamati gli scritti dedicati, post mortem, a personaggi celebri). Anche chi aveva polemizzato più o meno duramente con Moravia (si pensi ad Alfredo Giuliani, a Edoardo Sanguineti), rendeva adesso omaggio all'intelligenza «mai stupida», alla schiettezza morale del «carissimo Alberto».

Tra i ricordi più sobri, va segnalato quello di Indro Montanelli, che condivise con Moravia un viaggio in Grecia nel 1938 e una lunga amicizia. «Del Moravia maître-à-penser, sempre pronto a firmare appelli, proteste, denunce - scriveva Montanelli - non ho mai condiviso nulla». E, toccando con cautela l'aspetto letterario, aggiungeva:

    Il giudizio su Moravia scrittore non mi appartiene. Non saprei del resto come formularlo perché la sua ultima produzione non la conosco e, da quanto ne so, credo che non l'avrei amata. Ma un autore che ha dato Gl'indifferenti, Agostino e Inverno di malato – che gli avrebbero largamente meritato il Nobel, quando il Nobel era una cosa seria – poteva anche viverne di rendita. E, a costo di scandalizzare i suoi molti patiti, penso che questo avrebbe dovuto fare Moravia per dedicarsi esclusivamente a quegli splendidi resoconti e saggi, nutriti di cultura ben digerita e balenante d'intuizioni assolutamente originali, di cui ci ha deliziato fino all'ultimo giorno. Per potenza descrittiva, prensilità di occhio e profondità di penetrazione in uomini, società ed ambienti, solo Piovene poteva reggere il confronto con lui. Nemmeno fra gli stranieri ne conosco di quella statura.

Anche se, per sua stessa ammissione, da “profano”, Montanelli evidenziava nel suo articolo una questione che torna costantemente nelle ricognizioni critiche affidate dai giornali a diversi studiosi: la “periodizzazione” dell'opera moraviana. Ne discute per esempio Geno Pampaloni, pur consapevole di quanto l'interessato fosse insofferente di tali distinzioni. E parla di un primo Moravia «rigorista o giansenista», di un secondo Moravia «cattolico» e, infine, di un Moravia «ossessivo», che «insieme a molti brutti libri scrive anche buoni romanzi (1934) e buoni racconti (La villa del venerdì); ma ormai è, più che Alberto Moravia, un moraviano d'ingegno».

Così pure Alfredo Giuliani avvertiva: «Degli ultimi suoi romanzi sono stato un lettore poco tenero; ma direi che fino a La vita interiore, che è del 1978, ho trovato necessario analizzarlo, discuterlo, magari impietosamente ma con rispetto». E ancora, Lorenzo Mondo, su «La Stampa», accordava le sue preferenze - «tra le opere del tardo Moravia» - ai libri di viaggio, «che sono il segno di una inesauribile, giovanile curiosità».

Tra i contributi critici più recenti pubblicati in volume, quello di Raffaele Manica (Moravia, Einaudi), con estrema lucidità e chiarezza, puntualizza in proposito quanto ricorrente fosse «la litania ricorrente presso i recensori che il “nuovo libro” di Moravia era meno riuscito, peggiore del precedente (e va bene che si partiva dalla grande e controversa riuscita de Gli indifferenti, ma è mai possibile che Moravia peggiorasse sempre continuando a esser tanto letto?) [...]». E cita qui, opportunamente, un saggio di Luigi Baldacci, convinto che Moravia, sebbene molto lodato, molto adulato, non sia stato «sostanzialmente accettato da quello stesso pubblico che gli ha decretato il successo»:

    Accettare Moravia avrebbe voluto dire riconoscere la monotonia e insieme la necessità di certi atti, un'ossessiva condanna a ripeterli perché è in quegli atti che l'uomo stabilisce la propria continuità, mentre il lettore di romanzi è semmai disposto a guardare morbosamente nello specchio deformato che gli sia posto davanti, ma non sta al gioco di chi gli assicura che quell'immagine è reale e non può essere diversa e che infine non c'è niente di male nell'essere uguali a sé stessi.

«Non c'è niente di male nell'essere uguali a se stessi»: ed è Moravia il primo a raccontarsi uguale a se stesso, anche in veste di scrittore. Rispondendo ad Alain Elkann: «Io credo di non essere molto cambiato da Gli indifferenti in poi. Forse la scrittura si è fatta più asciutta e meno magmatica, ma i temi che tratto sono rimasti sostanzialmente gli stessi». Ma in un'intervista concessa a Giulio Nascimbeni nel 1982: «[...] non sento bisogno del passato. Ho cominciato Gli indifferenti nell'ottobre del 1925. Faccia il calcolo: quasi cinquantasette anni fa. Da allora la mia vera volontà è quella di non ripetermi. Per tornare all'immagine del rabdomante, io continuo a cercare in me nuovi giacimenti».

La contraddizione tra le due affermazioni è solo apparente. A Moravia pesava certamente – e l'ha spiegato più volte – l'etichetta di «autore di un solo romanzo» (1). Ma era ovviamente conscio di quanto la sua fortunata carriera di scrittore e di intellettuale fosse debitrice allo straordinario successo ottenuto da Gli indifferenti; e di quanto in quelle pagine «magmatiche» fossero già presenti (anche se, al momento della scrittura, in maniera non pienamente consapevole) temi e problemi essenziali nella sua narrativa – e nella sua visione del mondo. Per sommi capi, questi temi sono stati identificati nelle parole-chiave “denaro”, “sesso”, “famiglia”. Nell'introduzione a L'uomo che guarda (1985), Giorgio Cavallini spiega:

    In Moravia il tema del sesso non è mai disgiunto da quello del denaro o, se si preferisce, del potere che l'uno e l'altro, congiunti oppure disgiunti, esercitano sull'uomo e sul mondo. Per lo scrittore, fin dal suo felicissimo esordio narrativo con Gli indifferenti (1929), il sesso e il denaro sono strumenti interpretativi fondamentali allo scopo di comprendere e, quindi, cogliere e rappresentare le spinte che sono alla base dell'agire umano. Egli riconoscerà poi che la loro paternità scientifica appartiene rispettivamente a Freud e a Marx: «Ambedue mettono all'origine di attività apparentemente autonome e ‘ideali’ una determinazione materiale: l'istinto sessuale in Freud, il movente economico in Marx».

Quanto al tema della famiglia, fa chiarezza Moravia stesso nella Vita:

    La famiglia è l'argomento principe di tutta la letteratura occidentale: da Eschilo in poi è difficile trovare uno scrittore che non si occupi della famiglia; in questo senso sono comune e normale.
    Perché la letteratura si occupa della famiglia?
    Perché il nucleo familiare è un microcosmo in cui, come si dice, si specchia il macrocosmo. Cioè nel quale tutto ciò che è particolare e privato è costretto dal carattere dell'istituzione familiare a convivere con tutto ciò che è sociale e pubblico. Convivere, naturalmente, non vuol dire andare d'accordo, tutt'altro. D'altra parte la natura fa sì che nella famiglia si raggiunga facilmente il massimo di tensione vitale, cioè la tragedia. Ora, secondo me, la tragedia è la più alta espressione della letteratura.

Non è certo sorprendente che l'opera di uno scrittore possa essere ricondotta - con le necessarie semplificazioni critiche - ad alcuni campi di indagine e nodi semantici privilegiati. Uno degli scrittori più distanti, per temperamento e interessi, da Moravia, Italo Calvino (al punto che gli viene spesso contrapposto nei manuali di letteratura)(2), scriveva a proposito del suo libro d'esordio, Il sentiero dei nidi di ragno (1947):

    Fu Pavese il primo a parlare di tono fiabesco a mio proposito, e io, che fino ad allora non me n'ero reso conto, da quel momento in poi lo seppi fin troppo, e cercai di confermare la definizione. La mia storia cominciava a esser segnata, e ora mi pare tutta contenuta in quell'inizio. Forse, in fondo, il primo libro è il solo che conta, forse bisognerebbe scrivere quello e basta, il grande strappo lo dài solo in quel momento, l'occasione di esprimerti si presenta solo una volta, il nodo che porti dentro o lo sciogli quella volta o mai più. Forse la poesia è possibile solo in un momento della vita e che per i più coincide con l'estrema giovinezza. Passato quel momento, che tu ti sia espresso o no (e non lo saprai se non dopo cento, centocinquant'anni; i contemporanei non possono essere buoni giudici), di lì in poi i giochi sono fatti, non tornerai che a fare il verso agli altri o a te stesso, non riuscirai più a dire una parola vera, insostituibile...(3)

E Moravia, estremizzando meno, nella prefazione al primo libro di Dacia Maraini, La vacanza (1962), sottolineava come in quelle pagine ci fossero già, «nascosti ai più, i semi delle opere future». Così, viene facile estendere la riflessione a Gli Indifferenti, e affermare che sì, senz'altro sono contenuti in quel precocissimo esordio molti semi delle numerose opere future. Ma da questo sarebbe sciocco inferire che l'autore, nel suo primo libro, avesse già detto tutto. O peggio, che negli ultimi libri non avesse più niente da dire.

Nella consapevolezza di quanto resti illusoria – è il giusto avvertimento di Raffaele Manica – «la possibilità di poter raccontare Moravia nella sua integrità» (e questo vale forse per qualunque scrittore), bisognerebbe tornare a occuparsi proprio della fase più discussa, sottovalutata (e perciò meno approfondita) dell'opera moraviana: appunto, l'ultima.

Un'analisi attenta dell'ultima terna di romanzi - L'uomo che guarda (1985), Il viaggio a Roma (1988) e La donna leopardo (1991, postumo) - e dell'ultima raccolta di racconti, La villa del venerdì (1990), renderebbe chiaro come Moravia riesca nel tentativo di conciliare il ritorno ai temi più congeniali e la volontà di non ripetersi. Con risultati alterni, certo, ma dando prova, sino alla fine - oltre che di una indiscutibile capacità di raccontare storie - della sua solidissima «vocazione alla modernità» (l'espressione è di Baldacci): quella che gli consente di «andare nel fondo delle cose fingendo di restare perennemente in superficie».

Sarebbe dunque opportuno accogliere l'invito di Manica a leggere Moravia fino in fondo, «mettendo in discussione le nostre abitudini di lettori, piuttosto che le sue qualità di scrittore» (come forse è necessario fare di fronte a ogni opera letteraria), per riprendere il confronto con la problematicità feconda di un «ritorno a sé che investe l'autore e i personaggi raccontati negli ultimi anni di vita e di scrittura. Con la coerenza e la lucidità che, sino alla pagina finale, rendono Moravia – agli occhi di lettori capaci di ´attenzioneª e diffidenti verso i cliché - ancora molto vivo, e perfino vitale.


NOTE
(1) - Scrive Moravia nel saggio ´Ricordo de Gli Indifferentiª, pubblicato da ´La Nuova Europaª nel 1945 e ora in L'uomo come fine, Milano, Bompiani, 1963: ´[?] parlare dei miei libri mi annoia, soprattutto de Gli Indifferenti per il quale, a forza di vederlo citato insieme con il mio nome, ho concepito una specie di antipatia.ª.
(2) - Alfonso Berardinelli, nell'articolo succitato (´Dimenticare Moraviaª, vd. nota 2), concludendo la riflessione sull'esaurimento della grande tradizione romanzesca coinciso con l'avvento delle avanguardie formalistiche e delle ´iperletterarie tendenze postmoderneª, scriveva: ´Italo Calvino Ë stato l'incarnazione più riuscita di tutto questo: la sofisticazione strutturale della sua narrativa si accompagna a una sdrammatizzazione, a uno svuotamento del romanzo moderno. Se Moravia non ha mai smesso di essere aggressivo e polemico, Calvino viceversa ha lavorato a riconciliare 'fiabescamente' letteratura e mondo. Ha trasformato l'impegno in gioco.ª.
(3) - Italo Calvino, Il sentiero dei nidi di ragno, prefazione all'edizione Einaudi 1964, ora nell'edizione Oscar Mondadori (pp. XVII-XVIII, rist. 2000).

Milano, 10 novembre 2005
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