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KARIN BOYE NASCE A GÖTEBORG. ESPONENTE DI CLARTE' E' AUTORE DI UNA DISTOPIA, KALLOCAINA, DI ROMANZI E DI ELEGANTI VERSI POETICI

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Contributi
Karin Boye
La scrittrice della “dialettica degli opposti”
di Valeria Consoli

Karin Boye nel 1920 a Uppsala
Incline alla psicologìa, all’etica e alla religione, nello specifico al Buddismo, Karin Boye nasce a Göteborg. Coltiva gli studi umanistici presso l’Università di Uppsala. Studia il greco la storia della letteratura e il norreno, le leggende e i cicli mitologici dell’epopea scandinava e introietta una dialettica degli opposti, che si esplicita nella concezione di ‘bene’ e di ‘male’, di vita e di morte.
Il più noto dei cinque romanzi da lei scritti, Kallocaina, si distingue dalle altre ‘distopìe’ per la concezione della dittatura, che nel romanzo di Karin Boye agisce come un qualcosa di interno all’animo del protagonista.
Esponente di Clarté, cultrice dell'Ellade, muore suicida all'indomani dell'invasione nazista della Grecia.
Questo contributo fa parte di un'articolata analisi che, insieme a Fausta Cialente, Hella Haasse, Gertrud Kolmar, Helga Schneider e Alki Zei Valeria Consoli allarga ad abbracciare alcune figure femminili significative della letteratura europea del Novecento.

Come posso dire se la tua voce è bella
So soltanto che mi penetra
E mi fa tremare come una foglia
E mi lacera e mi dirompe.

Cosa so della tua pelle e delle tue membra.
Mi scuote soltanto che sono tue,
così che per me non c’è sonno né riposo,
finchè non saranno mie.
(1)

atmosfera saffica, cui questi versi ci fanno riandare col pensiero, rappresenta forse la chiave di lettura più appropriata per accostarci all’opera e alla vita di questa poetessa e scrittrice svedese, notissima in patria e pressocchè sconosciuta in Italia.

Accomunata in ciò dal poco felice destino riservato agli artisti suoi compatrioti ed, in genere, originari dai Paesi dell’Europa del Nord, i quali (fatto salvo per alcune felici eccezioni, come il regista Ingmar Bergmann, i drammaturghi Henrik Ibsen ed August Strindberg, il musicista Edvard Grieg, il pittore Edvard Munch e – last but not least - le scrittrici Selma Lagerlof, Sigrid Unset, Karen Blixen) sono stati il più delle volte misconosciuti da un pubblico – quello nostro – sotto quest’aspetto forse meno esigente di altri, dato il carattere speculativo e le problematiche esistenziali da quelli trattate, il più delle volte in contrasto con la ‘solarità’ latina, Karin Boye è stata recentemente riproposta all’attenzione dei lettori italiani dalla Casa Editrice Iperborea (2), che ne ha pubblicato Kallocaina (3), il più noto dei cinque romanzi da lei scritti.

Nata a Göteborg, nel Sud della Svezia, da una famiglia di origine tedesca per parte paterna – il nonno era stato Console di Prussia – il 26 ottobre del 1900, mostra fin dall’adolescenza una notevole inclinazione per la psicologìa, l’etica e la religione, nello specifico per il Buddismo.

Coltiva successivamente gli studi umanistici presso l’Università di Uppsala, dove accanto al greco ed alla storia della letteratura apprende il norreno (4) con tutto quel bagaglio di leggende e cicli mitologici caratterizzanti l’epopea scandinava e che contribuiscono senza alcun dubbio a farle precocemente introiettare quella dialettica degli opposti, che si esplicita in lei massimamente nella concezione di ‘bene’ e di ‘male’, di vita e di morte: convinzione questa, cui Karin Boye era pervenuta anche attraverso la lettura di Zarathustra di Federico Nietzsche, da lei definito ‘il nuovo Colombo’ e che le infonde quel culto per la Grecia classica, che nel 1938 - dopo un lungo viaggio avente come prime tappe Berlino, Praga e Istambul - la porta a materializzare e a vivere il sogno dell’Ellade – come lei stessa lo definiva – e a calpestare il sacro suolo di quella, che riteneva essere la culla della civiltà europea: sogno, che in lei si infrange di lì a poco, allorchè – siamo già in piena guerra – la raggiunge ad Alingsas, piccola località nei pressi di Göteborg, dove si era rifugiata presso un’amica inferma, la notizia ferale che le truppe naziste hanno invaso la Grecia: è il 23 aprile del 1941 e, nella quiete della natura, Karin Boye trova la morte.

Accomunata dalla problematica del suicidio a Virginia Woolf, che per una funesta coincidenza si toglie la vita di lì a poco, il 28 aprile, ed a Marina Cvetaeva, che lo porta a compimento nel giugno dello stesso anno, la Boye aveva spesso sostenuto

    ‘Io non voglio morire, ma devo. Non posso vivere, rendo tutti infelici’ (5)

Sull’individuo grava pertanto una sorta di Anankhe (6), che ne fa in questo modo un ‘capro espiatorio’ – l’antico tràgos per l’appunto - che si offrirebbe in un ‘Sacrificio Volontario’ all’intera società.

A tale assunto Karin Boye perviene in Kallocaina, un romanzo avveniristico con elementi di ‘realismo magico’, che demandano ad una matrice kafkiana.

Alcune pagine della rivista culturale «Clarté», pubblicata dal movimento omonimo, di cui Karin Boyle fu uno degli esponenti più significativi, tra il 1926 e il 1927
Già a partire dalla fine dell’Ottocento, dapprima in ambito prettamente anglosassone quindi progressivamente un po’ in tutto l’Occidente, sorge il concetto di distopìa ovvero dell’’Utopìa negativa’ : i primi segni di questo mutamento psicologico di clima si evidenziano già in Samuel Butler piuttosto che in Herbert George Wells (1866-1946) (autori, in cui tuttavia permane la speranza di un riscatto della sociètà) (7), ma è soprattutto con Aldous Huxley, l’autore di Il mondo nuovo (8), con Noi del russo Eugénij I.Zamjatin (9) e - forse il più famoso di tutti – con 1984 di George Orwell.(10) , che si vengono a delineare le caratteristiche di un sistema totalitario pieno di incognite, cui certo non è estranea l’esperienza del modello comunista russo, di cui nel 1938 Karin Boye era venuta a conoscenza nel corso di uno dei suoi tanti viaggi per l’Europa come esponente di Clartè (11), il movimento culturale e pacifista di cui in Svezia era stata uno dei rappresentanti più significativi, e che di certo lei, che si autodefiniva uno spirito libero, aveva se non del tutto, ma in buona parte disapprovato.

Ciò che distingue Kallocaina (1940) dalle altre ‘distopìe’ è tuttavia la concezione stessa della dittatura, che nel romanzo di Karin Boye non si esplicita come un elemento puramente esteriore, bensì agisce come un qualcosa di interno all’animo del protagonista.

In un’epoca indefinita della Storia – ma si potrebbe pensare ad un futuro abbastanza prossimo rispetto al momento, in cui il romanzo è stato scritto, il 1940 – in uno Stato ormai universale senza più confini o frontiere, lo scienziato quarantenne Leo Kall mette a punto una sorta di ‘siero della verità’ – da lui perciò chiamato kallocaina – che avrebbe il compito di garantirne la stabilità e la sicurezza, ma i cui esiti si rivelano via via sempre più sconvolgenti: non soltanto infatti la verità finisce per sfuggire ad ogni strumentalizzazione, ma evidenzia sempre più la complessità e l’inafferrabilità dei rapporti umani e soprattutto dei rapporti tra le persone che maggiormente stanno a cuore.

Da qui l’inevitabile presa di coscienza da parte del protagonista che Verità e Potere restano due assiomi inconciliabili, mentre a poco a poco il suo granitico ‘Super-io’ comincia a cedere il posto a quei sentimenti che fino ad allora si era costantemente negato: la fede nell’amore, nella libertà ed in tutti quegli ideali, senza i quali anche l’esistenza umana perde di valore e di significato.

Per Karin Boye ‘libertà’ significa agire in modo conforme alla propria natura: pertanto (anche se ciò può sembrare una contraddizione in termini!) l’unica via da seguire è quella della necessità, dell’ Anankhe (12) sopra accennato, che condurrà anche lei a quel ‘Sacrificio Volontario’, che caratterizza i protagonisti del romanzo, i quali in verità - più che rappresentare dei veri e propri personaggi, assurgono a ‘portatori’ di ideologìe e di valori.

Ma è senza alcun dubbio nell’analisi del rapporto estremamente contraddittorio, che Leo Kall manifesta nei confronti della moglie Linda, che l’assunto della vicenda raggiunge il suo acme, connotandosi di toni drammatici:

    «Si ha un bel parlare dell’ “amore” come di un concetto antiquato e romantico, ma io temo che esista, e che contenga, fin dall’inizio, un elemento di indicibile dolore. Un uomo è attratto da una donna, una donna da un uomo, e per ogni passo che compiono avvicinandosi, sacrificano una parte di sé; una serie di sconfitte, dove non si aspettavano che vittorie» (13)

    «Sogno spesso di tornare ragazza e di soffrire di un amore infelice. Sai che è invidiabile essere giovani e amare senza speranza, anche se al momento non lo si capisce?Una ragazza giovane crede che ci sia qualcos’altro, una libertà che deve venire con l’amore, un rifugio che troverà nell’uomo che ama, una sorta di calore e di riposo – qualcosa che non esiste. Un amore infelice, che dà quella confortante disperazione di non aver avuto fortuna con la persona amata, ma lasciando la convinzione che altri possano averla avuta, e che esiste, e che si può avere. (…) Ma un amore felice conduce al vuoto. Non c’è più uno scopo, non c’è che la solitudine; e perché poi dovrebbe esserci qualcos’altro, perché dovrebbe esserci un senso per ciascuno di noi? Ti ho amato troppo, Leo, e così non ci sei neanche tu. Credo che ora potrei ucciderti.» (14)

Karin Boye (al centro) a una festa di Clartè
Se lo svisceramento e la dissezione progressiva delle problematiche, che si agitano intorno al sesso, al matrimonio ed ai rapporti sentimentali tout court, rappresentano una costante della letteratura scandinava e svedese in particolare – di cui anche il teatro ed il cinema si sono a vario titolo impadronite, già dagli inizi del Novecento – e basti citare a questo proposito i drammi di August Strindberg (15), il più delle volte imperniati sulla condizione della famiglia, per lui la più devastante delle istituzioni umane, nonché Scene da un matrimonio, cult movie degli Anni Settanta realizzato da Ingmar Bergmann (16), di certo non è estranea alla poetica del romanzo l’esistenza stessa, agitata e inquieta di Karin Boye, specie sotto il profilo sentimentale: nel luglio del 1929 aveva sposato Leif Bjoerk , anche lui militante di Clartè: nonostante un lungo e forte legame fra i due e malgrado i loro frequenti viaggi insieme – fra cui quello in Jugoslavia nel 1930 – il matrimonio naufraga nel giro di due anni-

Nel 1932, anche nel tentativo di chiarire a se stessa le ragioni della propria bisessualità, Karin Boye si reca a Berlino, per sottoporsi ad un trattamento di terapìa analitica, che tuttavia non riesce a condurre a termine a causa della mancanza di denaro: qui, in una Germania ormai alla vigilia dell’ascesa del potere nazista, la scrittrica si innamora di Margot Hanel, una giovane di estrazione borghese di origini ebraiche.

Il loro è un legame molto tormentato, anche a causa della differenza d’età – Margot ha infatti appena vent’anni – nonché sul piano culturale.

Specchio di questo rapporto contraddittorio e irrequieto è l’ampia produzione poetica della Boye – a cui da questo momento in poi comincia ad affiancare sempre più quella di impronta narrativa (forse per meglio oggettivare i suoi stati d’animo), cui possono fare riferimento questi versi, che in più parti riecheggiano l’ antica epica nordica.

    «Ho sognato spade stanotte.
    Ho sognato battaglia stanotte.
    Ho sognato che lottavo al tuo fianco
    Armata e forte.

    Lampegggiava forte dalla tua mano,
    e i Troll
    (17) cadevano ai tuoi piedi.
    La nostra schiera serrava le file e cantava
    Nella minaccia di tenebre silenziose.

    Ho sognato sangue stanotte.
    Ho sognato morte stanotte.
    Ho sognato che cadevo al tuo fianco
    Con ferite mortali, stanotte.

    Tu non notavi affatto che io cadevo.
    La tua bocca era seria.
    Con la mano ferma tenevi lo scudo
    E andavi diritta per la tua strada.

    Ho sognato fuoco stanotte.
    Ho sognato rose stanotte.
    Ho sognato che la mia morte era bella, e buona..
    Così ho sognato stanotte.
    (18)

Karin Boye nel 1940
Alle suggestioni dell’Ellade e della sua civiltà, di cui anche Simone Weil, pur essendo ebrea, sosteneva l’originalità e il primato, Karin Boye non può dunque fare a meno di fondere quelle da lei introiettate dallo studio della mitologia nordica a lei familiare: il dualismo tra le forze del Bene e del Male, che tanto l’avevano attratta in Federico Nietzsche, specie nel suo Also sprach Zarathustra, si possono ritrovare infatti anche in Asar och Alfer (19): ciclo tutto scandinavo. (20), da lei rivissuto in modo originale in poesia, quale simbolo del destino, ma soprattutto dell’atavica lotta fra Vita e Morte, tra il Bene e il Male, di cui assurge a simbolo Yggdrasil, l’Albero della Vita (gigantesco frassino, cui secondo la tradizione Odino (21) avrebbe fatto sacrificio a se stesso, standovi appeso nove giorni senza mangiare né bere) le cui radici erano tuttavia rose da serpi ad indicare la caducità del tutto: cosa che, forse con qualche forzatura biografica, fece dire a a Margit Abenius, che conobbe personalmente l’autrice, di scorgere nella figura di Odino, nel quale Male e Bene si intrecciano, una personificazione della stessa e della sua lacerata interiorità.

Non c’è da stupirsi dunque se, in un momento di grave depressione la scrittrice e poetessa svedese, allorchè le forze dell’Asse, cui la Seconda Guerra era dapprima favorevole, il 23 Aprile del 1941 invadono la Grecia, mitico simbolo dell’amore per la bellezza da lei sempre nutrito, mentre è ospite di Anita Nathorst, per lei più che una cara amica, una sorta di ‘madre spirituale’, ad Alingsas (22) si allontani dall’abitazione della donna, scomparendo e cercando la morte in mezzo alla natura: il suo corpo esanime verrà ritrovato alcuni giorni dopo semicoperto dall’erica. Come in un funereo gioco di scacchi, la Morte ha vinto.

    «Armata, diritta e corazzata
    avanzavo –
    ma l’armatura era di paura colata
    e di vergogna.

    Voglio gettar la armi,
    spada e scudo.
    Quella dura ostilità
    Era il mio gelo.

    Ho visto i semi secchi
    Germogliare infine.
    Ho visto il verde chiaro
    Svilupparsi.

    Potente è la gracile vita
    Più del ferro,
    spinta dal cuore della terra
    senza difesa.

    La primavera albeggia nelle regioni invernali,
    dove gelavo.
    Voglio accogliere le forze della vita
    disarmata.
    (23)

Biblioteca di Stato,
Göteborg
Le opere di Karin Boye si possono leggere in Samlade Skrifter (24). Riguardo agli interventi critici fondamentale è la ricostruzione, che ne ha fatto Margit Abenius in Drabbad av Renbet. En bok om Karin Boye. Liv och Diktning.(25)

In Italiano, sparsamente e non con l’attenzione e la cura che avrebbero meritato, sono state tradotte soltanto poche poesie,(26) fra le quali ci piace ricordare questa, che forse più di ogni altra riassume la sua personalità poliedrica e tormentata:

    Sei la mia consolazione più pura,
    sei il mio più fermo rifugio,
    tu sei il meglio che ho
    perché niente fa male come te.

    No, niente fa male come te.
    Bruci come ghiaccio e fuoco,
    tagli come acciaio la mia anima,
    tu sei il meglio che ho.
    (27)

Milano, 18 febbraio 2006
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NOTE

1. Karin Boye, da L'altro sguardo: antologia delle poetesse del Novecento, a cura di Guido Davico Bonino e Paola Mastrocola, Milano, Mondadori, 1996.
2. v. a questo proposito V. Consoli, Fausta Cialente e la cultura triestina, in «La Mosca di Milano», n.11, Il Confine, gennaio 2005, p.22.
3. Karin Boye, Kallocaina (traduzione dallo svedese di Barbara Alinei), Milano, Iperborea, 1993.
4. L'antica lingua nordica delle origini, in cui ci sono pervenute le versioni originarie dell'Edda antica - silloge di carmi tramandate da un codice adespoto del secolo XIII della Biblioteca Reale di Copenhaghen - e dell'Edda dell'islandese Snorri Sturluson, il più noto rappresentante della poesia cosiddetta scaldica, quest'ultima in prosa e risalenteanch'essa al XIII secolo.
5. Karin Boye, Poesie (v. Introduzione di Daniela Marcheschi, p.14), Il nuovo melograno, Ed. Le Lettere, Firenze, 1994.
6. Parola greca, che significa 'costrizione', 'necessità',
7: V. a questo proposito il saggio di Vittorio Barabino, Il linguaggio dell'UtopÏa - Analisi della neolingua in 1984 di George Orwell. http://www.intercom. Publinet.it. /NewSpeak.htm.
8. A.Huxley, Il mondo nuovo, pubblicato nel 1932.
9. Leader della dissidenza letteraria nei confronti di Stalin e padre della moderna DistopÏa.
10. Pseudonimo di Eric Arthur Blair (1903 - 1950), 1984, Milano, Mondadori, Aprile 1973, nella traduzione di Gabriele Baldini. Dal romanzo di Orwell, il regista e sceneggiatore americano Michael Radford ha girato, giusto nel 1984, l'omonimo film con musiche di Eurythmics e Dominic Muldonney.
11. Fondato dallo scrittore francese Henry Barbousse (1873 - 1935) ed estesosi ben presto in tutta Europa, ne fecero parte Georges Duhamel, Selma Lagerloef, Blasco Ibanez, Stephan Zweig, trae il suo nome dall'omonimo romanzo di Barbousse, Clartè (Chiarezza) da lui scritto nel 1919. Nel 1922 si afferma anche in Svezia, dove la Boye diviene redattrice dell'omonima r ivista.
12. v. nota n. 6.
13. K.Boye, Kallocaina, Iperborea, Milano, 1993, p.21.
v. op. cit. , p.179.
15 (1849/1912) .Il più importante scrittore svedes a cavallo del secolo.ed uno dei più grandi drammaturghi europei. La sua opera è vastissima e comprende tutti i generi letterari, dalla lirica all'autobiografia, dalla narrativa al teatro.Il continuo desiderio di andare oltre, nel tentativo tormentato di smascherare le certezze della società ,segnano a fondo l'opera di A.ugust Strindberg, conferendole un carattere innovativo ed anticipatore. Tra i suoi drammi, Il pellicano (1907), La via di Damasco, (1898-1901), Il Padre (1887).
16, Nato a Uppsala nel 1918, è uno dei maestri indiscussi della cinematografia internazionale. Figlio di un pastore protestante della Corte reale, debutta come drammaturgo negli Anni Quaranta, dando voce al clima angoscioso dell'epoca con una serie di opere nel solco della tradizione strindberghiana. Conquista la fama internazionale negli Anni Cinquanta come regista cinematografico. Suoi capolavori sono Il posto delle fragole, (1957), Il settimo sigillo, (1956), che gli valse il Premio Speciale della Giuria a Cannes, Alle soglie della vita (1963), Il silenzio (1963), Sussurri e grida (1973), Scene da un matrimonio (1975), SinfonÏa d'autunno (1978).
17. Giganti mostruosi della mitologia nordica.
18. V. nota 1
19. Asi ed Elfi. Con il nome di Asi vengono designati gli dei (buoni) di cui è a capo Odino. Gli elfi sono spiriti, forse in origine le anime dei morti, divinità intermedie tra cielo e terra.
20. v. Note a Karin Boye, Poesie (a cura di Daniela Marcheschi), Edtice Le Lettere, Il nuovo Melograno, Firenze, 1994, p.145.
21. La divinità nordica corrispondente allo Zeus dei Greci e al Giove dei Latini.
22. Località della Svezia del Sud nei pressi di Göteborg.
23. Voglio accogliere.Kallocaina a cura di Barbara Alinei, pag. 9, Iperborea Milano 1993
24. (sved.) - Raccolta di scritti a cura di Margit Abenius, Stoccolma, 1947/1950, voll. 1/11. I testi della giovinezza sono stati riuniti da Barbro Gustavsson, rispettivamente in Mansang e Det Stora Undret, Uddevalla, 1979 e 1981.
25. ( sved.) Un libro su Karin Boye. Vita e poesie, Stoccolma, 1951 (nuova edizione del 1966 con il titolo Karin Boye), ma anche il capitolo Karin Boye in Gunnar Brandel - Jan Stenqvist, Svensk Litteratur, 1870/1970, Stoccolma, 1974/1975, vol.2, pp.188/197 e vol.3, p.191.
26. Cfr. Augusto Guidi, Poeti svedesi (1888/1942), Roma, 1945, pp. 119/123. Giacomo Oreglia, Poesia svedese, con Prefazione di Salvatore Quasimodo, Milano, 1966, pp.193/197. Mario Gabrieli, Cinquanta anni di poesia nordica, traduzioni di Silvia De Cesaris, Epifani, Roma, 1967, pp. 183/189, riproposte più tardi da Ludovika Koch nel volume A.A.V.V. , Parnaso Europeo, Roma,1990, 2 voll.
27. v. nota n.1.

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