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Gina Lagorio
Càpita, un libro sull’ascolto di sé e sull’educazione all’attesa
di Paolo Di Paolo

Gina Lagorio, 2004
foto © Aldo Palazzolo
ultima pagina di Càpita (Garzanti), il romanzo a cui Gina Lagorio ha lavorato fino a poco prima di andarsene (il 17 luglio 2005), termina con il desiderio di varcare la soglia estrema «sommessamente» – in sottofondo la Sesta di Ciajkovskij, «che chiude in morendo la lunga sinfonia della vita». Così, a chi legge, resta l’impressione (commossa) di un diario che si è spinto con ardimento sino a quella soglia; di una scrittura che ha dilatato gli ultimi istanti, li ha fermati sulla carta insieme ai desideri, alle più sottili percezioni del mondo attorno – e agli smarrimenti, alle paure che si addensano nel presagio della fine, come le nuvole nei pomeriggi estivi. Ché le note della sinfonia evocata paiono addensarsi anch’esse, quasi dando corpo alle ombre e a una disperante nostalgia di vita. «Càpita che vorresti piangere e non lo fai per non aggiungere dolore a chi ti assiste perché ti ama»: Gina Lagorio racconta le ore della malattia senza pudori e reticenze, descrivendo gli stati d’animo distesi, allegri (l’«essere felici senza saperlo»: il dialogo con le figlie, l’amore per le nipoti), ma anche quelli disperati: i cedimenti dell’umore, le umiliazioni del corpo.

Qui la cognizione del dolore attraversa e ferisce insieme lo sguardo e la pelle: ci si scopre «malati», e di gran lunga più fragili; meno tolleranti forse anche perché talvolta «tollerati». Ci si accorge con sgomento di avere perso il proprio dominio sul corpo, che sembra non volere più obbedire, né evitarci difficoltà, malesseri, vergogne. «La legge del corpo non conosce emendamenti», scrive Lagorio: «è monolitica, di validità universale; non scade, non si rinnova». Riti e necessità della malattia rovesciano l’intera percezione del mondo, allargano la voragine della depressione (ritornare tra le pareti domestiche dopo giorni di ospedale – e avvertire «l’angoscia delle ore assonnate, perdute, cieche tra le mura dove sono stata viva e soltanto ora so quanto felice»).

La scrittrice piemontese spiega con precisione le lente, labilissime conquiste del suo lungo inverno di malata: la pazienza, su tutte («càpita di veder rovesciata l’esistenza in un attimo e càpita che per essere ancora un po’ simile a quel che eri prima, ci vogliano mesi e mesi di pazienza e di attesa»); e spiega, Gina, la capacità di convivere con il mutamento, la perdita (sino a saperla accettare), la vergogna di sé. E anche quando constata che il corpo ha finito quasi col diventare territorio altrui (ispezionato con minuziosa cura, accudito), la scrittrice, con un gesto di libertà estrema, se ne riappropria – recuperando ed esplorando il più a fondo possibile le possibilità del «sentire». Allora la pioggia, i vetri cosparsi di gocce, spalancano un’emozione che sembra nuova – la stessa di quando, a settembre, finiva la villeggiatura e il cuore faceva male; e la musica di Chopin, «con regali di brividi»; o i ricordi di una passeggiata in macchina nelle Langhe («quel gusto di menta fresca nell’aria tesa sullo slargo della strada che guarda come un balcone alle Alpi azzurrine disegnate nel blu del cielo, oh vita oh vita mia, quanto mi hai abbeverato di bellezza in gioventù!»). Ma anche i minimi accadimenti del presente, la scrittura li ferma accogliendoli con disponibilità «corporea» (eroica, dunque, giacché si sta male), con il desiderio di farsi attraversare dal meglio che c’è attorno: come la voce della piccola Delfina («Nonna, datti una regolata»), come la «disposizione benevola dell’anima» di una fisioterapista che diventa all’improvviso importante nel proprio paesaggio interiore, come l’immagine di un vecchio ulivo sotto la neve: l’aria è simile a un velo – e l’albero «nel giardino di Cherasco è vanitoso come una sposa tra le trine».

Così si supera perfino il rimpianto, e si cerca conciliazione con la noia: è allora che «la speranza càpita ed è nutrita dalla lievità della gioia. E anche volersi bene è giusto che càpiti, perché se non càpita, non riuscirai ad amare gli altri. E passerai come un’ombra nel nulla».

Gina Lagorio ha scritto un libro molto bello sull’ascolto di sé e sull’educazione all’attesa – come superamento di ogni rassegnazione e stanchezza: «perché respiro ancora», una frase detta nel silenzio, nelle ultime pagine (e non sai bene se si tratti più di una «causale» o di una impossibile «finale»). Ha scritto un romanzo sul suo stesso respiro, finché è durato: sul ricordo del già vissuto e sull’impossibilità del progettare, in una certa età della vita; sulla fede nella scrittura («il mio modo unico di sentirmi viva»), sul presente che ci muove nel profondo mentre si alza una musica inattesa. Sul senso del destino, che ci impietosisce perché non possiamo mai comprenderlo fino in fondo («il vento solo lo sa, lo sa forse Bach»): ma soltanto provare a dirlo con le «parole giuste». Come sono queste ultime di Gina Lagorio, in un romanzo-taccuino di appunti che quanto più si fa soggettivo e viscerale, tanto più diventa oggettivo e universale (è il mistero dell’autobiografia). «Me ne andrò ma una parte di me resterà fra queste mura, il tempo corre ma non cancella niente se continui a sentire e ad ascoltare i colori e i suoni, e a guardare gli occhi innocenti e i gesti dei bambini amati. Si va da soli ma uno accanto all’altro nel vento che corre sul destino di tutti».

Milano, 24 marzo 2006
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http://www.italialibri.net - email: - Ultima revisione Sab, 25 mar 2006

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