Un'Antologia di racconti italiani, un dibattito sulla natura e sullo stato della narrativa italiana contemporanea

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    Racconti

    Un'antologia in sloveno raccoglie un campione significativo della narrativa breve italiana contemporanea
di Sergio Sozi.
©Jerri Simpson
La Letteratura italiana degli ultimi cinquant'anni è stata influenzata più dall'opera di singoli scrittori che non dal costituirsi di veri e propri movimenti letterari. La ragione va ricercata nel sistema economico che sistematicamente scoraggia qualsiasi vincolo culturale: da quelli familiari a quelli in virtù dei quali le menti creative si ripartiscono in comunità di simili.
La seguente “postfazione”, scritta da Sergio Sozi e tradotta in sloveno (come i racconti ai quali si riferisce) da Veronika Simoniti, inedita in Italia, è stata estratta dall'antologia di racconti italiani: Carta e carne, (Papir in meso – antologija italijanske kratke proze, ·tudentska zaloÏba – Beletrina, Ljubljana 2005).
Per cortese concessione del suo autore, ItaliaLibri la pubblica, con l'intento di incoraggiare un dibattito sulla natura e sullo stato della narrativa italiana contemporanea così come viene percepita dai lettori, dai critici e dalla comunità letteraria.
Gli autori che hanno trovato ospitalità nell'Antologia sono: Silvana La Spina, Andrea Camilleri, Maurizio Bettini, Daniele Del Giudice, Alessandro Bertante, Antonio Tabucchi, Simona Vinci, Giuseppe Pontiggia, Dacia Maraini, Claudio Magris, Diego Marani, Arnaldo Colasanti, Marco Lodoli, Stefano Benni, Susanna Tamaro, Erri De Luca, Michele Serra, Niccolò Ammaniti, Giuseppe O. Longo, Silvia Ballestra.
Jean-Honoré Fragonard
I racconti ivi contenuti (pubblicati fra il 1989 e il 2003) appartengono, nelle parole dell'autore di questo saggio, a due categorie: «la prima è quella dei buoni novellieri, che dà gusto leggere tradurre e commentare; la seconda rientra nello stanco quadro generale della prosa breve italiana, e dunque sta nell'ambito di quella narrativa da intrattenimento che viene apprezzata da larghe fasce di lettori. La prima tipologia non sfigura paragonata alla grandezza della Storia letteraria, la seconda (Ballestra, Ammaniti, Tamaro) è meramente rappresentativa dei gusti attuali più comuni. Entrambe le categorie dovevano esserci, poiché non è intenzione dei curatori dare al lettore sloveno un'idea falsata del panorama complessivo italiano odierno».
Sussistono, fra i ventuno autori contenuti nell'Antologia delle assonanze: 1) il delirio amoroso; 2) la solitudine, o meglio la certezza psicologico-materiale dell'insufficienza di ogni uomo a sé stesso, da cui scaturisce il bisogno di condivisione; 3) La personalità del protagonista esprime il messaggio dello scrittore; conseguentemente le cornici ambientali vengono dominate (o pressoché sostituite) dalle descrizioni inerenti le caratteristiche psicologiche del personaggio, il quale così diviene un alter ego del narratore; 4) la violenza fisica; 5) la triangolazione morte-vita-psiche.
Analizzando i racconti pubblicati alla luce di questi comuni denominatori Sergio Sozi ricerca «il senso ultimo di ogni opera letteraria che almeno tenti la strada della profondità».

a narrativa breve italiana sta vivendo oggi una fase indiscutibilmente né prolifica né aurea – nel senso della validità letteraria considerata secondo una prospettiva storica. Comunque potremmo quasi sorridere, davanti a questa constatazione sconfortante, usando il senno del poi: la Storia è piena di periodi brutti, ma sempre si è prodotta una successiva rinascita.

Potremmo così tagliar corto, ma, poiché amiamo questo genere, pensiamo che sia meglio precisare sùbito un paio di dati realmente preoccupanti e, almeno in Italia, taciuti, dunque molto più pericolosi (perché il silenzio porta alla tomba, quando assume le sembianze della pubblica indifferenza): il primo dato è il generale rifiuto, da parte delle medio-grandi case editrici, di pubblicare degli esordi narrativi costituiti da raccolte di racconti o novelle; il secondo è la pressoché totale assenza di riviste letterarie nazionali disposte a divulgare tali opere (purtroppo insieme all'analogo comportamento delle testate quotidiane). E nient'altro, se non l'irrilevante e anarchico caos internettiano, sostituisce il disimpegno editoriale italiano.

Se le cose continuano così, ben presto dovremo scrivere il necrologio del racconto, non scegliere i migliori fiori del giardino per antologizzarli. Ma vediamo stringatamente quali sono, a nostro modesto avviso, i motivi alle spalle di tale situazione.

Silvana La Spina

Gli elementi contrari al racconto breve e succoso sono insiti nello stile di vita attuale, portato alla patologica frenesia degli atti quotidiani e parimenti all'eccessiva fruizione di narrazioni per immagini (film e telefilm, telenovelas, seriali), mentre si disperde inascoltata l'eredità che le cosiddette scuole avrebbero lasciato a chi tuttora volesse imparare il mestiere di affabulatore letterario non di seconda scelta. L'ingiusta noncuranza (o più spesso l'ignoranza) degli studi italianistici di livello universitario nei confronti della storia della prosa breve italiana completa il desolante quadro.

A molti parrà strano che la futuristica velocità odierna stia portando alla tomba proprio il racconto, figlio di questa organizzazione del tempo; eppure a nostro avviso questo è logico, perché per scrivere un racconto veramente raffinato serve molto tempo e quasi altrettanto ne necessita al lettore per capirlo, poiché la prosa breve di qualità spesso si presenta come una narrazione tesa e concentrata, piena di sottintesi; ergo: quel testo esige un ascoltatore attento e colto. Un romanzo medio, invece, se sa incuriosirci in maniera salmodiante, se sa esser anche litania, fatalmente diviene abitudine e conforto: reintroduce l'uomo massificato nella regolatezza della ritmata facilità di uno svago infantile. Ecco: basta aggiungervi un pizzico di suspense ogni tanto e il romanzo vola, sostituendo le altre forme letterarie.

Andrea Camilleri

Ma torniamo alle cosiddette (più sotto spiegheremo perché cosiddette) scuole dei novellieri.

Queste scuole novecentesche hanno prodotto ottimi esempi di stile e creazione fantastica, al contempo riuscendo a rivelare, ai lettori di trenta-quaranta anni fa, degli aspetti umani intimamente connessi alla fase storica (e dunque anche psicologica) che essi stessi (lettori e scrittori) stavano vivendo. Un piccolo miracolo italiano, tale unione in corpo unico di realtà sociale, astrazione onirica, approfondimento storico ed escavazione psicologica.

Sarà dunque ora utile, per capire il terreno da cui sono germinati gli autori inclusi in questa raccolta, riandare col pensiero alla narrativa italiana compresa, a occhio e croce, fra la Seconda Guerra Mondiale e la fine degli anni Settanta. Sì, perché un primo ricambio generazionale vero e proprio si è reso esplicito tra gli anni Settanta e gli Ottanta, periodo in cui scomparve la, spesso longeva, leva degli autori nati molto prima della guerra. Una generazione che riuscì ad introdurre la narrativa italiana nelle forme, prima poco usate o diffuse, del racconto breve. Qualcosa di parzialmente ma anche vistosamente nuovo rispetto alla novella di retaggio medievale.

Maurizio Bettini

Tramite l'opera di molti autori emersi tra la fine degli anni Trenta e i primi anni Cinquanta (facciamo il nome di qualcuno fra i più interessanti per quanto riguarda la narrativa breve: Cesare Pavese, Carlo Emilio Gadda, Giorgio Bassani, Dino Buzzati, Giovanni Comisso, Tommaso Landolfi), l'Italia possiamo dire che si sprovincializzò, unendo suggestioni provenienti da altri Paesi europei a connotazioni classicamente nazionali. Era il prosieguo delle prime aperture concettuali introdotte precedentemente da grandi novellisti come per esempio Massimo Bontempelli (1878 – 1960) e Luigi Pirandello (ma anche certe illuminazioni romanzesche di Aldo Palazzeschi e Gabriele d'Annunzio sono delle anticipazioni da tener in debito conto).

Dopo di loro, il deserto degli anni Ottanta; ovvero le mille stanche e improvvisate scritture nate – assieme alle (e per penna delle) vacche grasse che reputavano inutile lo studio della Storia della Letteratura – nell'ambiente sociale di un maturo consumismo americanizzato: è il disperato e al contempo superficiale logoramento esistenziale, diffuso nel fuoco di paglia vitalistico degli autori scaturiti dalle costole di Pier Vittorio Tondelli (1955 – 1991). Ma purtroppo quegli anni da dimenticare furono anche il luogo in cui potemmo osservare gli ultimi, irrilevanti, colpi di coda di ex-grandi come Carlo Cassola (1917 – 1987), che prima di morire si era messo a fare il teoreta dell'antimilitarismo, o Alberto Moravia, uno scrittore intellettualmente scaduto proprio in quel periodo. Negli anni Ottanta, ci sentiamo di affermare, la moda irreggimenta e strumentalizza, per finalità ultraletterarie, la scrittura, come neanche il fascismo era stato capace di fare. Poche le eccezioni, fra le quali vediamo il primo romanzo di Umberto Eco, Il nome della rosa (1980).

Daniele Del Giudice

Ma restiamo alla generazione che ha preceduto la svolta della fine degli anni '70, sempre concentrandoci su degli autori particolarmente talentuosi nel produrre prosa breve moderna – cioè, potremmo dire, dei risultati narrativi partoriti dalla novella classica ma aventi molte delle caratteristiche del racconto, per come certi americani, francesi, inglesi e autori di lingua tedesca già lo intendevano qualche decennio prima (e ci si riferisce soprattutto a Kafka, Thomas Mann, Virginia Woolf, James Joyce, Aldous Huxley, André Breton, Louis Aragon, Gertrude Stein, F. S. Fitzgerald).

Insomma il racconto inteso come narrazione individualistica, sovente svincolata dalla realtà, e non più come cronaca personalizzata della realtà alla maniera di Grazia Deledda (1871 – 1936), la prima Matilde Serao (1856 – 1927) e Giovanni Verga, tutti scrittori ''di confine'' fra l'Otto e il Novecento.

Gli italiani, fra gli anni '30 e '50, si allontanano da Verismo, Naturalismo e Realismo, andando incontro all'Occidente delle avanguardie (recepivano, insomma, ciò che era stato prodotto altrove tra la fine dell'Ottocento e gli anni Venti). Anche il Neorealismo degli stessi anni (dal quale quasi tutti gli scrittori italiani furono permeati ma ben pochi sedotti), si configura più come un singolo aspetto della produzione letteraria che non come una vera e propria poetica comune. Il Neorealismo (termine nato giornalisticamente nel 1931) è uno stato d'animo dato dalle contingenze storiche, quindi un elemento da cui in verità molti autori di quegli anni prescindono. Un caso emblematico di completa ignoranza del Neorealismo è appunto l'opera di Alberto Savinio (1891 – 1952), scrittore e pittore all'incrocio fra surrealismo, dadaismo e metafisica, fratello di Giorgio De Chirico, amico di Apollinaire e fondatore del movimento Sincerista.

Alessandro Bertante

Un altro, anche se più legato alla vita italiana, soddisfacente esempio europeo, potrebbe esser costituito dalla tangibile presenza di Leonardo Sciascia (1921 – 1989), con la sua prosa che rimane estremamente rigorosa sul piano della ricostruzione realistica quanto filosoficamente sottile e motivata, oltre che di chiara matrice illuministica. Una strenua lotta contro e per la tradizione, l'opera dello scrittore siciliano: contro gli apparati mafioso-politico-economici moderni derivanti da un'antica rassegnazione ma per la saggezza che certi valori ancestrali potrebbero aggiungere alla nostra sconclusionata modernità. Metodo storico, anima e fantasia, Sciascia. Con un tantino di polemica analiticità filosofico-ontologica tipicamente siciliana (per questo aspetto vedasi Giuseppe Tomasi di Lampedusa e il suo capolavoro Il Gattopardo, romanzo pubblicato nel 1958, o Il giorno della civetta dello stesso Sciascia, del 1961).

A riassumere i punti nevralgici della prosa breve prodotta dalla generazione presente sulle scene italiane nell'immediato Secondo Dopoguerra, sentiamo poi il riconoscente dovere di nominare Italo Calvino (1923 – 1985), perché l'ampiezza e la genialità dei suoi artifici fantastici, la poderosa sua capacità di dominare i mezzi retorico-espressivi e anche la perfetta tenuta ritmica (spesso sperimentale) delle strutture narrative, hanno insieme costituito una buona parte dell'eredità di cui si parlava prima: ne notiamo evidenti tracce in Alessandro Baricco, Andrea De Carlo, Daniele Del Giudice. In Calvino, comunque, la coincidenza dell'affabulazione col sogno resta la prima esigenza del suo agire letterario: ed è un'eredità classica, questa, appresa magari dal Boccaccio o dalla musicale descrittività di un Vivaldi… dall'Ovidio delle Metamorfosi, che narra poetando.

Antonio Tabucchi

Lo stesso non dicesi per altri maestri italiani novecenteschi, come il fine psicanalista (non psicologo, attenzione!) Alberto Moravia (1907 – 1990), tout court oggettivo, problematico, realistico e razionale, dagli esordi (nel 1929, con il romanzo Gli indifferenti) alla fine. Un'opera scaltramente analitica della storia italiana, questa moraviana, che, nonostante i miseri esiti finali da freudismo da trivio, ha comunque creato credibili rimandi ad altri validi intellettuali, come in primis Pier Paolo Pasolini (1922 - 1975) e Roberto Roversi (1923), accomunati a Moravia dal desiderio di criticare a ragion veduta la modernità insorgente nell'Italia del Secondo Dopoguerra.

In ogni caso, una fondamentale nevrosi del vivere hic et nunc è imprescindibile da questi tre importanti scrittori. La nevrosi è un meccanismo che comunque, purtroppo per l'uomo che scrive e fortunatamente per lo scrittore che vive sotto sembianze umane, ha formato una larga fetta dell'esperienza letteraria emersa in Italia dagli anni Quaranta ad oggi. Il meccanismo nevrotico applicato alla letteratura è un modo di scaricarsi di dosso le troppe contraddizioni della vita moderna e allo stesso tempo un servizio reso alla collettività, che altrimenti non avrebbe preso coscienza del dissidio fra il proprio corpo storico, fatto di molteplici stratificazioni culturali, e la violenza inaudita dell'ultimo strato: il prevalere della civiltà industriale su quella tradizionale. Con tutto il deficit affettivo che tale stravolgimento non può che comportare.

Simona Vinci

Aspetti, questi ultimi, sui quali hanno insistito in diverse maniere sia romanzieri d'ispirazione marxista (come Elio Vittorini [1908 - 1966], Roversi, Pasolini, Ottiero Ottieri) che molti altri di diversa o imprecisa formazione ideologica (Carlo Levi, Paolo Volponi), così suggerendo molte negative constatazioni a mo' di triste contrappasso per le appassionate pagine prodotte dalla narrativa resistenziale (Emilio Lussu, Primo Levi, Beppe Fenoglio, Luigi Meneghello ecc.). Tuttavia, in effetti, ricordare ora questo fondamentale filone venuto alla luce nelle circostanze della nascita della Repubblica, cioè tra il '46 e la metà degli anni Cinquanta, sulla scorta delle esperienze di lotta partigiana, non deve portarci a considerarlo troppo dissimile dal fenomeno istintivo dell'anzidetto Neorealismo: arte che soggiace allo spirito del tempo (lo zeitgeist…), ma solo entro certi limiti.

Però sarebbe una sciocca parzialità dimenticare il contributo, dato alla narrativa italiana in genere, da altri scrittori di sicura e originale ispirazione: si rischierebbe di tagliar fuori dei geniali (e spesso inquieti) cani sciolti come Guido Morselli (1912 – 1973), Curzio Malaparte (1898 – 1958) e Giovanni Testori (1923 – 1993), forse comparabili fra loro solo grazie ad una comune forsennata ricerca veritativa e dunque per via della volontà di restituire all'Italia e al Mondo uno spaccato inedito e tortuosamente particolareggiato della interiorità umana, vista in costante rapporto dialogico con delle istanze morali. Scrittori d'indubbio interesse, questi, sempre troppo poco stimati e letti. Ma forse potremmo addirittura tracciare una linea diretta unente la sfrenata creatività di Savinio, Palazzeschi e Landolfi agli appena detti; in tal maniera avremmo uno spaccato della minoritaria produzione italiana definita prosa d'arte, un filone spesso attingente a motivi di espressionistica intensità.

Giuseppe Pontiggia

Andando a tirare le somme, vedremo allora quanto la Letteratura italiana (almeno da cinquant'anni in qua) sia stata influenzata e determinata più dall'opera di singoli scrittori che non dal costituirsi di veri e propri circoli letterari. Ed inoltre dobbiamo notare che sulla fantasia di molti sembrano aver agito più l'inclinazione individuale, le opinioni politiche e lo scorrere degli eventi, che non l'influenza delle Muse (eccetto diverse eccezioni, per fortuna).

Ma soprattutto il lucro capitalistico è l'eminenza grigia della letteratura contemporanea, per non dire il burattinaio del teatrino letterario italiano – l'industrializzazione – ha, in Occidente, frantumato la famiglia e minimizzato i contatti umani, compresi quelli fra gli scrittori. Come parlare dunque credibilmente di sodalizi culturali e scuole, anche se resta innegabile, nel passato recente, l'esistenza di importanti nuclei intellettuali, come il Gruppo 63 (Eco, Fofi e altri), o di luoghi d'incontro come il Caffè Greco di Roma e il napoletano Caffè Gambrinus?

Dacia Maraini

Dunque, anche se le più accreditabili premesse della buona narrativa breve italiana odierna apparterrebbero di diritto (e platealmente) a colossi come Carlo Emilio Gadda ([1893 - 1973] inimitabile personalità nevrotica, descrittore eccezionale e omnicomprensivo, la cui ricerca di senso risiede fra l'ultra-espressionismo linguistico e l'esistenzialismo filosofico), alla gotica magia favolistica di Dino Buzzati (1906 – 1972) e a tanti altri già evidenziati, non possiamo fingere di non capire che la tentata originalità dello sguardo degli autori che abbiamo selezionato per questa modesta raccolta, spesso non abbia tenuto nel minimo conto la consistenza dell'opera degli autori cui si è fatto cenno. È cosa normale uccidere i padri per sostituirli… bisogna vedere però se si riesce, dopo il delitto, a conquistare la patria potestas.

Tuttavia resta tirannica la preponderanza, in Italia, della forma romanzo, non dimentichiamolo: come inserire in questa raccolta nomi di viventi che valgono (Umberto Eco, Roberto Pazzi, Sebastiano Vassalli, Vincenzo Cerami, Ferdinando Camon, Vincenzo Cònsolo), se nessuno di costoro ha pubblicato racconti, o ha dimostrato di saper dominare le forme brevi?

Ciò specificato, sarà ora d'uopo addentrarsi criticamente (...) [nel merito dell'Antologia (ndr)].

(1/2 continua––»»» 2/2)


PROFILO

Sergio Sozi è nato nel 1965 a Roma e ha vissuto nel perugino fino al 2000. Attualmente risiede a Lubiana (Slovenia), dove ha curato nel 2005 l'antologia di racconti brevi italiani contemporanei (1989-2003) Carta e carne (Papir in meso, ·tudentska Zalozba-Beletrina, Ljubljana 2005). Ha pubblicato pezzi critici e di cultura, poesie e racconti, su testate giornalistiche e periodiche («L'Unità», «Il Giornale dell'Umbria», «Avvenimenti», «I Polissenidi», «Trieste Arte e Cultura», ecc.) e condotto programmi televisivi culturali (TelePerugia). In Slovenia alcuni suoi commenti critici sono stati trasmessi da Radio Slovenia Tre e poesie, articoli e racconti, appaiono su diversi quotidiani e periodici («Primorske Sreãanje», «Paralele, Dnevnik», «Nova revija»). Nel 2000 ha pubblicato il volume di poesie Oggetti volanti (Fra.Ra, Perugia 2000) e il suo prossimo libro di narrativa, Il maniaco ed altri racconti, uscirà a marzo del 2007 in tutt'Italia per i tipi di Valter Casini Editore.




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http://www.italialibri.net - email: - Ultima revisione Gio, 17 gen 2008

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