Un'Antologia di racconti italiani, un dibattito sulla natura e sullo stato della narrativa italiana contemporanea

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Racconti

Un'antologia in sloveno raccoglie un campione significativo della narrativa breve italiana contemporanea
di Sergio Sozi.
Pagina 2
(segue dalla pagina 1/2 [««–– indietro])
Claudio Magris

ominciamo dunque con il dichiarare a chiare note che i racconti qui presenti (pubblicati fra il 1989 e il 2003) appartengono a due categorie: la prima è quella dei buoni novellieri, che dà gusto leggere tradurre e commentare; la seconda rientra nello stanco quadro generale della prosa breve italiana, e dunque sta nell'ambito di quella narrativa da intrattenimento che viene apprezzata da larghe fasce di lettori. La prima tipologia, insomma, almeno non sfigura paragonata alla grandezza della Storia letteraria, la seconda (Ballestra, Ammaniti, Tamaro) è meramente rappresentativa dei gusti attuali più comuni. Entrambe le categorie dovevano esserci, poiché non è intenzione dei curatori dare al lettore sloveno un'idea falsata del panorama complessivo italiano odierno.

Da un punto di vista tematico e contenutistico sussistono, fra i nostri ventuno autori, delle assonanze che ora cercheremo di precisare.

Un primo argomento – forse non il principale ma non per questo trascurabile – sarà il delirio amoroso, costituito di varie pulsioni che sovente si intrecciano fino a divenir labirinto o si rincorrono, pertanto allineandosi in una continua sequenza di cause ed effetti. Queste interazioni, però, non disdegnano di sottostare ad un'atmosfera fatta d'altro: che esso mostri il proprio volto o rimanga dietro le quinte, che sia affettività fuori controllo, passione tumorale o desiderio perverso, un Cupido inquietante e patogeno prevale in queste pagine e, pur non perdendo d'importanza, soggiace ad ulteriori interrogativi, come quelli concernenti la memoria, il tempo, la Storia, la realtà. In Simona Vinci l'amore è pietà per la condizione umana, desiderio di assoluto.

Diego Marani

Cupido dunque lacera il Teseo e soprattutto la Pasifae ricreati da Giuseppe O. Longo; per non dire della folle sensualità nella quale Silvana La Spina immerge il proprio sottocutaneo racconto siciliano, o della liturgica osmosi caratterizzante La prova generale di Andrea Camilleri. Dacia Maraini, ancora, situa la fedeltà delirante nel campo della devozione assoluta, mentre in Antonio Tabucchi l'amore, fuso con una improbabile ricostruzione mnemonica (anzi con l'improbabilità degli accadimenti terreni), confonde ogni certezza e sbriciola i castelli della realtà. Marco Lodoli, poi, riesce a spogliarlo della sua carnalità, lasciando che esso divenga aspirazione, sogno poetico. Claudio Magris, invece, assegna ad Eros una silhouette formata da acri rimpianti, gli concede fattezze che provocano squassanti interrogativi metafisici. Per concludere con Simona Vinci, in cui l'amore si trasforma in una selenica quanto rassegnata indagine analitica (sulle spoglie umane, sui resti mortali della vita), la cui chirurgica e cromatica meticolosità anatomica anela ad una descrittività tra il poetico e l'oggettivo. E ad esser precisi, crediamo che per la giovane autrice milanese l'amore coincida con l'aspirazione alla fissità della morte, quasi che questa possa costituire l'immagine eternata di ogni individuo mai esistito. Una quiete un po' foscoliana nelle mareggiate dei mutamenti vitali.

Ma la condizione che maggiormente rende per l'uomo-scrittore moderno l'amore un delirio è proprio il suo contrario: la solitudine, o meglio la certezza psicologico-materiale dell'insufficienza di ogni uomo a sé stesso, da cui scaturisce il bisogno di condivisione – bisogno che il più delle volte rimane inappagato, come vediamo nel racconto di Tabucchi. A volte la solitudine è esistenziale, tutta interiore, altre volte consiste in una allegoria dalla doppia valenza: il Destino cinico e baro in forma di società (dis)umana (Colasanti, Bertante). E così si chiama isolamento nella nullificazione: quella forma di costrizione extra-sensoriale che spesso diventa tanto subdola da perdere qualsiasi legame con la mancanza d'amore che l'ha generata, soprattutto se posta in una città di oggi. Poi c'è la solitudine coriacea di chi si aggrappa al passato – vedi la Tamaro – o quella terribile della malattia (Colasanti): due modi diversi di soffrire il tramonto delle speranze e delle prospettive.

Arnaldo Colasanti

Comunque sia, sempre la solitudine accompagna l'amore, nel condividerne l'enigmatica origine: se è vero che non sappiamo cosa ci unisca, nemmeno sapremmo definire cosa ci divida. Anche perché, come per i termini topologici lontananza e vicinanza, pure la definizione di solitudine e compagnia dipende da quali siano i valori-base su cui si fondano i parametri di valutazione. Erri De Luca, infatti, con l'amore per la sua Napoli, ne deve certificare la lontananza psicologica, soffrendo a causa di un'alienazione urbano-moderna cui l'intero Sud Italia si è rassegnato, come si è rassegnato da sempre alle dominazioni dei più forti e stupidi. Napoli non lo riconosce, o forse è lui ad essersi distanziato, ad esser cambiato. Magari, come può avvenire in molti matrimoni d'amore, Napoli è cambiata contemporaneamente a De Luca e ne risultano lacrime e sangue, per non dire un turpe misto di indifferenza e diffidenza. Parlando di metropoli ci viene in mente Arnaldo Colasanti, la cui prosa, fortemente influenzata da un uso poetico delle figure retoriche, giustappone straniamento moderno e percorso vitale individuale, così ben denunciando (con fine eleganza) sia il fallimento della lotta di un uomo contro la malattia che l'arida illusione contemporanea di poter dominare la decadenza morale con i mezzi tecnologici – nella fattispecie la metropolitana di Roma. È la via crucis di un uomo, l'andar per tappe dei vagoni sotterranei: niente di nuovo rispetto ai percorsi catacombali o ai cunicoli delle cave di pozzolana che si diramano nel sottosuolo della Capitale. Niente di nuovo rispetto alla discesa agli Inferi.

Un altro scrittore romano, Marco Lodoli, ha addirittura fatto della stremata resistenza degli emarginati la propria poetica: mentre la cinica quotidianità della città vincente scorre e si autoalimenta del proprio vuoto, la città perdente concentra in sé, quasi a compensare la controparte, tutti i motivi per i quali non è possibile sfuggire all'incubo della realtà se non producendo una microvitalità fatta di minimi sogni e minori illusioni. Se anche questo certamente nega la possibilità di un'elevazione qualitativa dell'esistenza, almeno fa sì che la morte di ogni grande idealità davanti all'uomo eviti, ai più disperati fra i disperati, anche la superficialità dell'allegria di facciata. Daniele Del Giudice, poi, vede la convivenza come un pazzesco accavallarsi di vite solitarie, stritolate ed annichilite dalle ruote dentate della Storia.

Marco Lodoli

Per andare agli estremi, Tabucchi sembra affermare l'inconsistenza reale dell'intera storia d'amore che egli narra: lascia che tutto possa esser recepito dal lettore come una inattuata possibilità, un sogno fatto ad occhi aperti, o meglio un soliloquio partorito dal suo fantasma innamorato. Ed è la memoria, con la sua innata ingannevolezza, a tener le fila dell'intero amaro gioco, cui spetta sostituire fatti concreti con finzioni pur non negando che possa accadere il contrario. È, questo, al contempo il gioco del rovescio* e lo spietato lirismo della fantasia – da sempre (purtroppo o per fortuna?) una qualità che arride agli stralunati o ai solitari, se non altro perché i normali non hanno tempo per svilupparla.

Soli o solitari sono anche il fotografo-feticista (pentito) della Vinci, il Walter di Michele Serra, il Ludovico Ghioni di Pontiggia che «cesserà di invidiare i più forti che giocano al pallone, osservando che le compagne ridono con chi sta ai margini del campo e che alla partita partecipano, correndo meno rischi, anche gli spettatori.» In quest'ultimo caso, nel contesto di un intero libro dedicato a delle biografie fittizie (da cui è tratto il racconto), la solitudine assume le vesti di una nobiltà da Spoon River, accettante il ruolo di semplice comparsa nel fluire degli eventi secolari. Dunque Pontiggia fotografa, dentro al personaggio, il destino di ognuno di noi: una solitudine delle solitudini, aristocratica solo nell'accettare la sua sconfitta nella guerra con l'eternità temporale.

Stefano Benni

Spettralmente solo è Peter Zahoviã, nel racconto di Alessandro Bertante, simbolo assoluto della pazzia guerrafondaia come Achille lo era per Omero quando, incontrando Ulisse nell'Ade, rinnega la sua vita breve ma gloriosa. E grottescamente solo resta il professor Baraldi con i suoi tentativi di sistematizzazione, nel mondo che segue la linea di condotta del chi se ne frega; un mondo maleducato, diviso fra irrazionalismo mistico-tribale e vuoto schematismo scientistico, immaginiamo che voglia dire Susanna Tamaro in ciò che sembrerebbe ovvio essere una comparazione fra Occidente e Africa secondo i generici canoni del suo risaputo ecumenismo cattolico-sinistrorso. Un atteggiamento, questo della scrittrice triestina, che non convince né l'improvvisato antiglobalismo-di fatto-globalizzato degli ex marxisti né la visione dei cattolici italiani un po' più seri, coscienti sia delle differenze quanto delle molteplici analogie fra animismo e monoteismo cattolico tradizionale italiano. A nostro personale avviso, questo racconto esprime solo, in fondo, un'analisi a colpo d'occhio che oltretutto pretende di esser spiritosa e accattivante. Restiamo in attesa di proposte migliori.

Susanna Tamaro

Gli anzidetti argomenti si sviluppano nelle storie inserendosi in una cornice ambientale e/o psicologica che spesso risulta importante, poiché o riflette la personalità dei protagonisti, o la contraddice, o aggiunge una dose di pathos in più (sempre che non sfumi del tutto nella volontà dello scrittore di esprimere qualche suo rovello interiore): Dacia Maraini pone il suo ambiguo delitto entro le improbabili circostanze della normale vita condotta da una solida coppia di intellettuali; Magris va in una onirica chiesa triestina che è proiezione dell'inferno che lui stesso sta soffrendo interiormente. Andrea Camilleri, fingendo un racconto giallo, sviluppa la sua dolente e surreale storia dietro la porta di un appartamento, come se il suo protagonista-indagatore avesse la possibilità di venire a contatto con una realtà ultraterrena esulante dal teatro privato della stanza in cui si svolge il rito. In questo caso è esplicito l'influsso dei meccanismi psicologici tipici di Luigi Pirandello. Maurizio Bettini incontra l'antiquato povero diavolo nella tecnologica corsa della metropolitana losangelena, così accentuando significativamente il contrasto fra realtà storica e assolutezza, ma anche dichiarando la moderna incapacità di affrontare le tematiche fondamentali del vivere: il suo diavolo è un analfabeta soltanto perché non sa leggere la vistosa ignoranza dei nostri tempi.

Erri De Luca
(© Enrico Ricciardi)

Lodoli fa testimoniare l'emarginato Tommaso di una Roma lontana dal mare, cioè dalla libertà, quanto se non più che dalla luna; dunque alla città iperattiva intorno a Tommaso non resta altro che gettare la maschera e mostrarsi per quello che che è: un deserto popolato di gente. Baricco, il cui soggetto è tutto fanta-psichiatrico, disloca eventi luttuosi, grottesche manifestazioni della Sindrome Boodman** e relative ricerche del dottor Benedikt, in àmbito anglosassone, cioè in un'ambientazione molto oggi filmicamente alla moda per esprimere l'erompere dell'irrazionalità in àmbito scientifico (a partire da Lo strano caso del dottor Jekyll e il signor Hyde questo è un modello ripetitivo). Del Giudice desidera che il suo malcapitato Santino scopra una Napoli dapprima indiavolata, convulsa, poi cimiteriale, nel corso di una «lunga ed indormibile notte d'agosto», in tal modo ponendo un luogo affollato dal silenzio delle anime nel cuore della prorompente vitalità partenopea, che continua, tramite il salmodiare del custode, ad elevare al cielo l'eterna contraddizione fra le manifestazioni della vita e la volontà che alcuni uomini (l'architetto Fuga) hanno di render razionalmente funzionale persino un camposanto. Molto interessante è l'ambiguità semantica fra il cognome dell'architetto (realmente esistito nel '700) e la disperata corsa di Santino.

Tabucchi, restando fedele alla regola enunciante che ogni narrazione lirica abbisogna anche di un ambiente adeguatamente asservito alle sue liriche necessità, contrappone una paradisiaca isola al proprio strazio. E se Pontiggia, tanto è concentrato sull'interiorità del suo Luigi Ghioni, non dà particolare peso alle varie ambientazioni della sua biografia immaginaria, è invece fondamentale lo svolgimento belga del racconto di Diego Marani, poiché solo così, descrivendo un italiano all'estero, è possibile alludere con vero e polemico umorismo alla drammatica perdita di lessico, autostima e tradizioni, che gli italiani in Patria stanno soffrendo oggi realmente senza neanche accorgersene. Stefano Benni, poi, è un fuoco d'artificio, col suo esaltante barocco postmoderno, tant'è inimitabile in Italia l'indisciplinato (adolescenziale?) accavallarsi di neologismi, idiotismi, iperboli, paradossi (e chi più ne ha più ne metta) nelle sue descrizioni, sempre iperrealistiche e sensoriali. Una prosa che a lungo andare stanca, quella di Benni, magari a causa di soffocamento da descrittività. Con la Vinci e la Ballestra, comunque, non preoccupatevi: torniamo nell'Italia vera, quella che, o parla poco perché ha qualcosa da dire e sa selezionare le parole (Vinci), o parla poco dicendo meno (Ballestra), perché non è capace di elevarsi al di sopra della cronaca autobiografica, con i relativi scenari realistici. In Ammaniti, poi, gli scenari diventano bolge infernali troppo grandiose in rapporto alla modestia dei significati: tanto rumore per niente, il suo Carta (lo stesso vale per il gruppo di giovani scrittori, emersi assieme a lui a metà degli anni '90 e definiti, in base alla prima antologia nella quale vennero raccolti i loro racconti [Gioventù cannibale], i cannibali).

Michele Serra

Va comunque detto che in molti di questi racconti la personalità del protagonista esprime il messaggio dello scrittore; conseguentemente le cornici ambientali vengono dominate (o pressoché sostituite) dalle descrizioni inerenti le caratteristiche psicologiche del personaggio, il quale così diviene un alter ego del narratore, quasi entità a sé rispetto alla sua collocazione spazio-temporale. L'ambiente insomma è una scusa per Pontiggia, Tabucchi, Bettini e Camilleri: ciò che conta è dire a chiare lettere qualcosa, il significato al di là del significante. Il regista più che l'attore.

Un quarto argomento ci sembra essere quello della violenza fisica. La citeremo solamente, perché, pur essendo in più luoghi implicita, essa non è quasi mai visibile nelle azioni narrate. Infatti, solamente Bertante, Maraini e Del Giudice la fanno apparire, pur fugacemente ma con tutta la sua tangibile spaventosità. Baricco la rievoca nelle grandi catastrofi storiche, La Spina ne permea l'esistenza dell'aristocrazia siciliana, Bertante la veste delle legalizzatissime (ma ben interscambiabili) divise militari. E pure l'altro tipo di violenza, quella psicologica, coi suoi perversi andamenti (estroversi ed introversi), viene comunque aggirata dai nostri autori, poiché è preferibile entrare in diretto confronto con qualcosa di più indistinto e sornione, seppur attinente: la morte (e soprattutto gli interrogativi che, con la scusa di riguardarla, sottintendono altrettante domande sul senso della vita).

Niccolò Ammaniti

Ecco dunque far capolino l'ultima nostra tematica, forse la più centrale ed ovvia: la triangolazione morte-vita-psiche, inevitabile cruccio di ogni èra (pre- o post-freudiana che sia) e di ogni uomo, alfabetizzato o non.

Tirare in ballo tali coordinate equivale per uno scrittore a dare un assetto pericolosamente profondo ad un racconto – il quale, dunque, se non impostato esteticamente bene, può tramutarsi in esercizio di sconfortante banalità. Pericolo evitato, va detto, da Simona Vinci (per mezzo di un azzeccato lirismo pittorico), come da Del Giudice – per quanto riguarda quest'ultimo grazie al suo esprimere, usando il parallelo Storia Moderna-Storia Antica, una (magari misterica: orfica, pitagorica?) continuità-contiguità fra le dimensioni esistenziali eterne. S'intenda: la vicenda del protagonista novecentesco di Fuga confluisce nel senso antico dell'eterno ritorno, della rinascita o del permanere. La meditazione di fondo qui c'è ed è lampante. Discreta, inoltre, l'elegiaca dolcezza del brano di Camilleri, dove la prospettiva del trapasso viene inglobata, in senso pagano, nella teatralità: l'epifania di una Morte chiamata equivale dunque al perpetuarsi delle abitudini terrene (in questo caso a maggior ragione quelle di chi, per professione, aveva rappresentato la morte per tutta la vita, cioè i due coniugi-attori-sacerdoti). Sarebbe bello se lo scrittore siciliano continuasse su questa strada.

Giuseppe O. Longo

Ben risolto, il nodo-banalità, anche in Pontiggia, che, nel rifarsi ironicamente al De viris illustribus di Cornelio Nepote, opera concettualmente tutto il contrario: lo scomparso scrittore lombardo, freddo e implacabile nello stile, evita, contrariamente allo storico latino, qualsiasi intento moralistico e circonfonde una autentica simpateticità nel dipingere senza fronzoli le vicissitudini dei suoi borghesucci qualunque. A pensarci bene, sembrerebbe che costoro abbiano vissuto la propria morte più in questa valle di lacrime che non, magari, dopo il cosiddetto estremo saluto. Ma Pontiggia evita qualsiasi indagine sul dopo, perciò dobbiamo accontentarci di questa considerazione, così pensando che, per esclusione, forse il dopo potrebbe essere, secondo lui, una qualche riparazione della sofferenza secolare. O un eterno silenzio dell'ego, malattia sempre meno grave rispetto a quelle vitali.

Per quanto concerne Arnaldo Colasanti, il drammatico viaggio del suo Mario, scorrente parallelamente ad un fosco ritratto dell'Italia anni '80-'90, riesce a coniugare con sensibile penna lirica la solitudine e la fine delle speranze – che muoiono '«nel declino, nel rossore. Nella pena del mondo». Un ottimo tentativo di superamento del realismo tramite l'universalità della poesia, che così riesce a rappresentare con grande forza icastica sia la «memoria [che] mormora con labbra che sembrano morenti» che l'ultimo, definitivo, cedimento di un poeta (ma non della poesia) alla brutale violenza del vivere in un'Italia forse ormai definitivamente assente da sé.

Silvia Ballestra

Per esaurire l'argomento, sarà infine doveroso riflettere sulla storia di Alessandro Bertante, ove surrealmente il soldato Peter Zahoviã non sembra proprio morire, o meglio muore senza aver alcuna cognizione della sua morte, in tal modo conservando la propria integrità psichica (nel senso della memoria) assieme alla coscienza e al corpo. La morte dunque diventa per lui una nozione imprecisabile, anzi estranea: confinata solo nel copione-protocollo della celebrazione che si svolge contemporaneamente alla rievocazione autobiografica. Questo espediente narrativo è da sempre efficace, in letteratura, ma di solito crea amletici fantasmi. La presenza fisica dello scomodo testimone, invece, qui è risolta con spunti di una certa originalità.

Gli attriti, i girotondi e le perversità, insiti nelle eterne relazioni tra fatalismo e volontà, tempo e fissità, amore e solitudine, violenza e pace, razionalità e annientamento, reclamano, prendendo le sembianze di una serie di domande, l'esistenza di una superiore giustizia a cui ogni gioco spetti giustificare. Forse questo è il senso ultimo di ogni opera letteraria che almeno tenti la strada della profondità. (22 maggio 2005)


NOTE

* Questo è anche il titolo di una raccolta di racconti di Tabucchi.
** La presente postfazione è stata redatta originariamente anche su un ventunesimo racconto (La sindrome di Boodman, di Alessandro Baricco) che purtroppo, per sopravvenute complicanze riguardo i diritti d'autore, è stato escluso dall'antologia


PROFILO

Sergio Sozi è nato nel 1965 a Roma e ha vissuto nel perugino fino al 2000. Attualmente risiede a Lubiana (Slovenia), dove ha curato nel 2005 l'antologia di racconti brevi italiani contemporanei (1989-2003) Carta e carne (Papir in meso, ·tudentska Zalozba-Beletrina, Ljubljana 2005). Ha pubblicato pezzi critici e di cultura, poesie e racconti, su testate giornalistiche e periodiche («L'Unità», «Il Giornale dell'Umbria», «Avvenimenti», «I Polissenidi», «Trieste Arte e Cultura», ecc.) e condotto programmi televisivi culturali (TelePerugia). In Slovenia alcuni suoi commenti critici sono stati trasmessi da Radio Slovenia Tre e poesie, articoli e racconti, appaiono su diversi quotidiani e periodici («Primorske Sreãanje», «Paralele, Dnevnik», «Nova revija»). Nel 2000 ha pubblicato il volume di poesie Oggetti volanti (Fra.Ra, Perugia 2000) e il suo prossimo libro di narrativa, Il maniaco ed altri racconti, uscirà a marzo del 2007 in tutt'Italia per i tipi di Valter Casini Editore.




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http://www.italialibri.net - email: - Ultima revisione Gio, 14 dic 2006

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