Franco Loi, poeta, saggista e critico, vive a Milano, dove ha abbracciato il dialetto come cifra della propria vena poetica

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Franco Loi

Appunti su Aria de la memoria, Poesie scelte 1973-2002
oeta, saggista e critico, Franco Loi è nato a Genova il 21 gennaio 1930, ma vive dal '37 a Milano, città di cui ha abbracciato il dialetto come cifra della propria vena poetica, coniando un linguaggio vernacolare ibrido che attige a piene mani da idiomi, gerghi e idioletti raccolti negli ambiti popolari e proletari della città e dell'Interland.
Dopo aver fatto il ceramista, l’operaio ed essersi diplomato in ragioneria, dal 1960 al 1983 Franco Loi si impiega all’ufficio stampa della Mondadori. Attualmente collabora al supplemento culturale della domenica de «Il Sole-24 Ore».
Incomincia a scrivere a 35 anni e la prima pubblicazione di alcune poesie avviene nel 1972 sull’«Almanacco dello Specchio».
Tra le sue raccolte, I cart, Edizioni 32, Milano 1973; Poesie d’amore, Edizione Il Ponte, Firenze 1974; Stròlegh, Einaudi 1975; Teater, Einaudi 1978; L’Aria, Einaudi 1981; Lünn, Ed. Il Ponte 1982; Bach, Scheiwiller 1986; Liber, Garzanti 1988; Umber, Manni, Lecce 1992; Poesie. Antologia personale, Fondazione Piazzolla, Roma 1992; L’angel, Mondadori 1994; Arbur, Moretti & Vitali, Bergamo 1994, El vent, Campanotto editore, Udine 2000 Isman, Einaudi, Torino 2002, Aguabella, Interlinea, Novara 2004, Pomo del pomo, insieme a Erminia Lucchini, Perosini, Verona 2006. Ha pubblicato un libro di racconti, L’ampiezza del cielo, Milano 2001, a cura di Ignazio Maria Gallino. Ha pubblicato inoltre numerosi saggi, tra cui una raccolta, Diario breve, edito con prefazione di Davide Rondoni da Nuova Compagnia Editrice, Forlì-Bologna 1995.
Ha ricevuto numerosi premi: dal Premio Bonfiglio per Stròlegh al premio Nonino per Liber al recente Librex-Montale. Ha inoltre ricevuto la medaglia d’oro della Provincia di Milano, l’Ambrogino d’oro del Comune di Milano e il Sigillo Longobardo della Regione Lombardia. Sue poesie sono state tradotte in quasi tutti i Paesi d’Europa, in Corea, Brasile, nei Paesi Arabi e negli Stati Uniti.
Alla fine del 2005 l’editore Einaudi ha pubblicato un’abbondante scelta di poesie dal 1973 al 2002 col titolo Aria de la memoria.
L’accostamento simbolico tra la mobilità dell’aria e quella del tempo dona, da una parte, alla poesia di Franco Loi – che nel dialetto trova quella flessibilità che manca alle lingue nazionali del monopolio – un tocco costante di struggente dolorosa ebbrezza; dall’altra la felicità di collocarsi al centro del mutamento delle cose. Il compito che si è dato è quello di ascoltare, adattandovi il proprio orecchio, il gran ritmo danzante dell’universo, e cercare di tradurlo. Così nasce la gamma polimorfica e complessa di differenti registri linguistici che caratterizza la sua poesia, in cui campeggia la tematica della memoria e del ricordo.


di Roberto Caracci.

1. L’ARIA COME UNIVERSO METAFORICO

Franco Loi
(foto © ItaliaLibri)
L’elemento in cui si libra, vola e fluttua il mobile, fibrillante verso di Loi è indubbiamente l’aria. Un’aria che è insieme contenuto e sfondo metaforico della sua poesia. Un’analisi puntuale del linguaggio di Franco Loi, soprattutto a partire dall’opera del 1981 che ha come titolo, precisamente, L’aria, mostrerebbe come questo elemento domina il suo lessico, dai sostantivi ai verbi all’aggettivazione, e poi - da un acceso effervescente fonosimbolismo- si estende e approfondisce in una gamma di trame metaforiche, di riferimenti simbolici e persino di riverberi etici, esistenziali o mistico-religiosi, se non velatamente mitologici o filosofici.

2. DISSOLVENZA DELLO SPAZIO E DEL TEMPO

A quest’ultimo proposito, l’aria come sfondo metaforico ha a che fare non solo con lo spazio (quello ad es. del passeggiare, delle strade, piazze e cieli di Milano, dell’ebbrezza dei mattini o del dilagare delle sere), ma anche con il tempo, e ciò che al tempo è legato, la memoria, il trascorrere degli anni, la nostalgia, la poesia di ciò che non è più eppure continua a trasparire miracolosamente o epifanicamente nel presente. Lo stesso titolo dell’opera antologica Aria de la memoria, ritorna sull’accostamento simbolico che Loi ha molto spesso evocato tra la mobilità dell’aria e quella del tempo, con il comune denominatore –tra le altre cose- della dissolvenza, dello sfumare, velare, baluginare o sparire di tutto ciò che è esperienza di vita.

3. NEL CROCEVIA DEI VENTI

Questo carattere aeriforme del tempo, che è alla base di una esperienza di dissolvenza come l’oblio e del consequenziale necessario contrappeso lirico del ricordare, dà alla poesia di Loi un tocco costante di struggente dolorosa ebbrezza, dove il dolore del perdere, del dimenticare, e del veder morire le cose non prevarica mai del tutto su un sentimento (del tempo) opposto, altrettanto forte e tenace: la felicità di collocarsi al centro del mutamento delle cose, delle ore dei giorni e degli anni, come a un crocevia di strade, di correnti, di venti.

4. LA FRIZZANTE UBRIACHEZZA DEL TEMPO

In realtà l’aria, che è poi la condizione dell’esser Liber (altro titolo di opera), può essere anche ferma e stagnante, può cristallizzarsi in quei momenti di immobile e grigia solitudine che il poeta canta negli angoli popolari della sua Milano. Può diventare prigione d’aria. Ma in essa, elemento plastico, fluido e incontenibile come la vita, Loi individua un irresistibile tensione a diventare vento, brezza, quando si fonde col volo sparuto degli uccelli urbani o con l’oscillare delle cime dei platani. Ed è allorché le cose si riempiono di quell’aria fatta vento che cominciano a vacillare anch’esse nella incontenibile frizzante ubriachezza, insieme dolorosa e stupefacente, che il tempo imprime alle cose (e a noi tra le cose).

5. LA SIMBIOSI TRA RESPIRO DEL POETA E PNEUMA DEL MONDO

Anche quando Loi accenna alla propria poetica, o alle sorgenti della propria ispirazione (mai come per lui la poesia è un poiein come fare, anzi lasciar fare la vita), come in una bella lirica di Isman, egli utilizza la metafora dell’aria e del vento, da cui il poeta si sente attraversato e rapito suo malgrado, laddove si ‘perde’ nell’emozione estetica della parola. La libera spontanea febbricitante effervescenza del suo verso –sul piano lirico- deriva proprio da questo atteggiamento ‘poroso’ rispetto al pneuma vitale dell’esperienza, un lasciarsi andare e trascinare, con lo stupore un po’ ebbro un po’ felice del multiforme volto delle cose. E’ come se il respiro del poeta tendesse ogni volta a fondersi con quello delle cose, in una concezione simbiotica del rapporto anima-mondo per la quale compito del poeta è proprio quello di ascoltare, adattandovi il proprio orecchio, il gran ritmo danzante dell’universo, e cercare di tradurlo (il vero tradimento è quello della intraducibile sordità dell’esperienza vissuta una tantum, di una vita non meditata, non rammemorato, non ri-scritta)

6. LA CAPACITA’ DI SENSO INCARNATO DELLA PAROLA

La traduzione di questa musica (la musica del mondo necessaria come quella di una suite di Bach- altro titolo di opera) suppone un gusto della parola dove la risonanza è tutto, ossia è tutto la capacità della parola di far risuonare in sé, al di là dei significati razionali, un unitario cosmo di vibrazioni, emozioni sonore, ritmi ‘fisiologici’, attinti alle voragini più profonde della propria sensibilità, alle viscere del senso come senso incarnato.

7. LE DUE ANIME DI LOI E L’EBBRA MALINCONIA

E’ stata sottolineata dalla critica l’oscillazione nella poesia di Loi tra un gusto popolare, se non populistico, con puntate espressionistiche- soprattutto nei primi lavori dove era presente una più spiccata ‘rabbia’ civile, legata anche ai decenni trascorsi, e un gusto lirico-metafisico, sempre più tendente nelle più recenti opere (come Bach. Liber, Isman) a un tipo di meditazione metafisica, e anche mistico-religiosa. C’è chi ha parlato di due anime di Loi, una erede dell’impegno etico-civile e politico dei decenni scorsi (che non dispiaceva a un estimatore speciale come Fortini), con quel pizzico di passione, di corrosività, di invettiva o di bestemmia che il dialetto rende più efficace e naturale, ed una affrancata, anche se non dimentica, da quella eredità, intima, esistenziale, pensosa, come in certi sfumati e umidi affreschi di una Milano grigia, crepuscolare, intrisa di una ebbra malinconia memore di certe pagine di Sbarbaro.

8. RISCRIVERE E RIVIVERE

Tra gli aspetti comuni a entrambi questi piani espressivi, in una poesia che del resto manifesta una gamma polimorfica e complessa di differenti registri linguistici, vi è la tematica della memoria e del ricordo. Per Loi una esperienza sprigiona il suo significato solo se rivissuta nella scrittura, nella poesia. Scrivere è riscrivere e riscrivere è rivivere. In realtà la poesia può in Loi diventare graffiante, pungente e sprezzante quando vengono toccate le corde etico-civili; laddove essa può assurgere a una rara purezza e a una assorta incantata limpidezza quando vengono toccate tematiche legate al senso del vivere, esistenziali o metafisiche. In questo si misura la completezza di un artista che nella sua opera riesce a parlare con la stessa efficacia dello sgocciolare delle foglie dei platani di Milano nella nebbia e di un corpo martoriato a piazza Loreto.

9. LA POLIFORME VISCERALITA’ DEL DIALETTO

Il dialetto è per Loi la vera lingua della gente, anzi dell’uomo, quella che può esprimere mille sfumature di significato a partire dalla visceralità che la costraddistingue. Loi trova nel suo dialetto una flessibilità sonora, sintattica e fonosimbolica che manca a quella che lui considera le lingue nazionali del monopolio o le lingua imposte, -come l’italiano- sovrapposte al parlato materno della gente. Egli è anche cosciente nel tradurre qualcosa si perde, e talvolta molto.

10. LA RIBOLLENTE ARIA CHE SBATTE NEL NIENTE DEGLI UOMINI

Dal punto di vista linguistico, dietro la multiforme gamma dei registri, dal lirico, al comico, al sarcastico, al drammatico, al grottesco, al realistico, al filosofico, al religioso, vi sono alcune caratteristiche che paiono costanti nell’intera sua opera: una tendenza caparbia alla paratassi, all’asindeto, alla frammentazione del discorso poetico, con poche subordinate; l’uso costante dell’ellissi, della litote e della brusca inversione sintattica; l’elencazione, l’evocazione nominale; e poi, quando il fraseggiare poetico si fa caldo o effervescente, la reticenza, lo iato brusco, l’ansimare del verso fatto di schegge liriche che sprigionano energia proprio nel loro non dire e frequente interrompersi.

E’ un ribollio lirico che fa di Franco Loi un poeta che ama collocarsi, attraverso la parola, nel cuore pulsante delle cose –e della storia- e che, parafrasando la sua imparafrasabile poesia, non ha paura delle correnti di quell’aria che la sbatt nel nient di omm, dell’aria che sbatte nel niente degli uomini.


NOTA SULL'AUTORE
R.Caracci
Franco Loi , Roberto Caracci e amici nel corso del
Salotto del 21 ottobre 2006
(foto © ItaliaLibri)
Roberto Caracci, laureato in Filosofia e in Lettere moderne, abita, lavora e scrive a Milano, dove insegna Materie letterarie in un liceo scientifico.Ha pubblicato un volume di racconti, L'ingorgo, 1984, e testi narrativi su varie riviste. Oltre che di narrativa, si occupa di poesia, in qualità di saggista e critico. È redattore della rivista di poesia «Il monte analogo». Si occupa inoltre di filosofia e psicanalisi. Ha tenuto conferenze a Milano sulla Narratologia del sogno, una lettura narratologica del mondo onirico, fra letteratura e psicanalisi. Dal 1990 dirige un cenacolo letterario, il Salotto Caracci, che ospita poeti, narratori, filosofi , psicanalisti e raccoglie una discreta comunità di simpatizzanti.

Milano, 6 Novembre 2006
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«L’aria che la sbatt nel nient di omm»
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